venerdì 11 giugno 2021

Ci vuole Sale (ed un pizzico di pepe)

La più dolce delle rivincite. Forse il più bello degli scudetti, per la Virtus Bologna ma non solo. La definizione chiara, limpida, cristallina dell'importanza dell'allenatore nella costruzione tanto tattica quanto mentale di un collettivo. La vittoria della Segafredo con un percorso netto invidiabile nei playoff è merito di una coppia di allenatori che appena sei mesi fa veniva cacciata con un editto più che bulgaro, una defenestrazione pessima nei tempi, nei modi, nella gestione anche della comunicazione. Per Goran Bjedov ma ancor di più per Sale Djordjevic è lo scudetto della rivincita contro chi li riteneva inadatti a ridare un'identità vincente ad una (ex) nobile decaduta, valorizzando al contempo gli italiani e soprattutto uno dei migliori prodotti del vivaio.

Si può dire di tutto di Djordjevic. Che sia vulcanico, a volte collerico, perfezionista, indubbiamente plavo come avrebbe detto il povero Aldo Giordani. Bjedov è un po' la sua coscienza critica, il contenitore, l'uomo dei dettagli, il tattico, lo specialista del lavoro individuale. In due hanno riportato la Virtus prima a vincere qualcosa di abbastanza importante - ricordate la BCL del 2019? - poi a guadagnare una posizione di rispetto in campionato, infine a raccogliere uno scudetto che alla metà bianconera di Bologna mancava dal 2001, l'anno dello Slam. Il tutto, grazie anche ad un ragazzino che fino ad un anno fa pareva lo sparring partner buttato in campo giusto per fare un po' di casino e che da allora è diventato pedina imprescindibile: Alessandro Pajola.

Uno scudetto molto plavo. Djordjevic, Bjedov, Teodosic, Markovic: un poker che ha trasmesso inusitata tranquillità e modalità vincente anche a Pajola oltre che ad un collettivo che a dicembre pareva la brutta copia della stagione precedente più i gemelli scarsi di Abass ed Adams. Senza citare Belinelli, il casus belli dell'esonero più farsesco mai visto: il suo infortunio, non comunicato a dovere alla proprietà, aveva condotto al licenziamento poi revocato per assenza di alternative. I mugugni si erano ripresentati ad aprile con la sconfitta in semifinale di Eurocup contro Kazan, un ko dopo una stagione da imbattuta in Coppa che pareva destinare la Virtus al fallimento sportivo. Nessuno però si ricorda che nell'occasione alle Vu Nere era zoppa a causa delle imperfette condizioni di Stefan Markovic che in carriera non è quasi mai stato un realizzatore ma un eccellente equilibratore tra direzione del gioco offensivo e strategia della difesa. Markovic era reduce dal Covid e giocò quella serie contro l'Unics in evidente debito di ossigeno. In finale scudetto la preparazione fisica è stata ben diversa ed i risultati si sono visti.

Vince con merito la Virtus. Perde, seppur salvando parzialmente la faccia con una gara4 equilibrata per 37 minuti, Milano. Che era teoricamente più lunga, più forte, più talentuosa e sicuramente più costosa della rivale felsinea. Ma che era anche stata costruita con troppi errori alla fine capitali: assemblata con il chiaro obiettivo dell'Eurolega, l'Olimpia è arrivata a fine stagione mentalmente e fisicamente ai minimi termini a causa della spremitura costante dei suoi veterani stranieri, dopo aver relegato la pattuglia dei panda italiani a comparse o a materiale da tappezzeria. Mentre Pajola giocava acquisendo esperienza, Moretti finiva in tribuna; mentre Ricci recuperava sicurezza, Abass ritrovava sé stesso, Alibegovic mostrava lampi di classe e di forza, Cinciarini finiva in naftalina, Biligha faceva la comparsa, Wojciechowski (prelevato a peso d'oro da Biella in A2...) spariva dai radar e Moraschini doveva in continuazione adattarsi a giocare poco e spesso fuori ruolo. Questa è la più grande sconfitta di Ettore Messina, che non ha saputo comprendere l'importanza di un gruppo realmente profondo e con responsabilità condivise tra campionato e Coppa: il fatto che il coach veneto sia incappato nella peggior finale scudetto della sua carriera, la prima persa in assoluto, dice molto dell'annata contradditoria di Milano.

Se siete amanti della cabala, la tradizione in fondo si è ripetuta. Milano negli anni dispari non vince: stavolta almeno è arrivata in finale, anche se le premesse per l'atto conclusivo erano tutt'altro che pessimistiche; nel 2015, 2017 e 2019 era rimasta a guardare dopo essersi fermata in semifinale. Magra consolazione. Così come è assurdo definire buona o addirittura ottima un'annata che è sì coincisa col ritorno dopo una vita alle Final Four di Eurolega ma che si è chiusa con in bacheca la pallidissima Supercoppa giocata senza concorrenti veri e la Coppa Italia in cui le rivali erano non pronte oppure troppo indebolite o palesemente inadeguate.

Discorso diverso per la Virtus, che nei playoff ha tremato solo in gara3 a Treviso. Si può dire che lo scudetto bianconero sia nato lì, dopo il -15 all'intervallo, la rimonta costruita in difesa, l'overtime giocato coltello tra i denti. Lì è emerso il vero spirito plavo della squadra - ed onore pure alla De' Longhi, ad un passo dall'impresa. Ed ora sarà curioso capire che ne sarà di quello spirito, giacché se Teodosic vanta ancora un anno di accordo a cifre molto importanti (eufemismo), la triade Djordjevic-Bjedov-Markovic è in scadenza. Fino ad un mese fa parevano tutti e tre con le valigie in mano: i due tecnici per il naturale epilogo dopo l'esonero fantasma invernale, il play per aver fomentato all'epoca la protesta e per un rendimento inferiore all'annata precedente. Il tempo dei ripensamenti invece è già iniziato, complici le poco esaltanti alternative sul mercato - Trinchieri ha rifiutato, Pianigiani non entusiasma nessuno, Scariolo andrà altrove. Che il trio resti o meno a Bologna, Djordjevic ha già dimostrato il proprio valore: può scegliere se andarsene da campione, a braccia alzate ed anche con un moto d'orgoglio, oppure sfruttare il successo per dettare le condizioni per un proseguimento del rapporto. Comunque lui ha vinto, su tutti i fronti. E scusate se vi par poco.

lunedì 17 maggio 2021

Tutto Veramente Bello: un anno di TVB in pagelle

La stagione 2020/21 di TVB si chiude con un overtime, un supplementare in cui emerge la voglia della squadra, un dato emotivo che si scontra con i limiti oggettivi a cominciare dalle rotazioni ridotte per proseguire con le taglie fisiche dei singoli protagonisti e con la disabitudine di molti di questi a giocare un certo tipo di parte. A prescindere da tutto ciò, è stata un'annata indimenticabile per molte ragioni ed è giusto e logico che, nella migliore delle tradizioni, prima del "rompete le righe", si faccia un bilancio. O meglio, un pagellone di quanto avvenuto da settembre sino a poche ore fa.

DAVID LOGAN: un anno fa c'era incertezza riguardo al suo rapporto con Treviso Basket, un matrimonio che pareva essere naufragato dopo l'ormai famosa fuga dell'8 marzo e ricucito un po' per la volontà dello staff di non privarsi di un simile veterano ed un po' in forza di un contratto pesante fatto valere dal suo ingombrante procuratore. A 38 anni compiuti subito dopo Natale, un girone d'andata da califfo con tanto di prova mostruosa in casa della Fortitudo; poi una seconda fase con qualche passaggio a vuoto, complici gli acciacchi e le difese avversarie che lo hanno preso di mira puntando sul fisico. Chiusura della stagione in grande spolvero, seppur con il consueto rendimento affatto costante. Di "last dance" non ne vuole sentir parlare, smentendo di fatto le parole pronunciate nel 2020, quindi continuerà ancora per almeno una stagione. Con chi? Il suo contratto scade tra poche settimane e chiama parecchi soldi, possibile che TVB gli proponga una estensione con ruoli e compensi assai rivisti. Intanto... VOTO 8

DEWAYNE RUSSELL: play tascabile se ce n'è uno. Anche lui autore di una stagione a più volti, prima come costruttore principale di gioco, poi come finalizzatore. Nei playoff ha preso coscienza delle proprie capacità offensive salendo di livello peraltro nel confronto con dei signori difensori. Certo, la ridotta taglia fisica induce a delle scelte ponderate in tema di mercato e la sua firma la scorsa estate per la De' Longhi preludeva all'intenzione di costruire una squadra da corsa estrema il cui obiettivo sarebbe sempre stato segnare un canestro in più degli avversari. Comunque vada a finire (c'è un'opzione per un rinnovo annuale) Treviso resterà nel suo cuore per la nascita ed il nome della sua bimba. VOTO 7,5

TYLER CHEESE: oggetto misterioso, spacciato per guardia tuttofare di 196 centimetri (chi è che ha barato sull'altezza, a proposito?), in realtà frutto acerbissimo della pallacanestro americana, inutile persino per un campionato di basso profilo come quello finlandese in cui viene spedito dopo il taglio a Treviso. Unico pregio: costava pochissimo. Ma per quei soldi non era allora più conveniente tenersi Lollo Uglietti? Nessuno ha sentito la sua mancanza, nemmeno gli juniores con cui ha fatto a pugni in allenamento. VOTO: 2

GIOVANNI VILDERA: altro affare a basso costo, la doppia-doppia piazzata alla prima uscita di Supercoppa a Mestre aveva illuso parecchia gente. E probabilmente anche lui, che ha impiegato qualche mese a prendere le misure ad un torneo che non conosceva e che per lungo tempo l'ha visto primatista indiscusso di falli offensivi sciocchi ed inutili. Con la laurea in tasca si è trasformato: prima il partitone con la Fortitudo, poi un crescendo rossiniano di prestazioni solide sino all'ottima gara3 con la Virtus. Contratto in scadenza, teoricamente sacrificabile in un'ottica anche europea ma non sono esclusi ripensamenti. D'altronde di lunghi italiani decenti con poche pretese economiche non è che ci sia tutta questa abbondanza. VOTO: 6,5

VITTORIO BARTOLI: il mezzolungo toscano ha visto pochissimo il campo, blindato in una rotazione a cinque nei due ruoli interni. Da capire cosa possa fare e dare in futuro. Intanto VOTO NG

MATTEO IMBRO': pure per lui, un campionato in crescendo. Forse voleva togliersi la ruggine accumulata la scorsa stagione, aperta con un infortunio ed accompagnata da un ulteriore malanno, problemi che lo avevano condizionato. Stavolta c'è stato dall'inizio ed a tratti è stato ottimo, specie giostrando da guardia che ormai è il suo ruolo a questi livelli. Esperienza, furbizia, tiro ed anche carisma hanno sopperito alla grande la cronica mancanza di esplosività delle gambe. In scadenza, c'è chi tra la concorrenza l'avrebbe già messo nel mirino. Resterà? VOTO: 7,5

LORENZO PICCIN: secondo anno nel giro della prima squadra e primi, veri minutaggi per questo ragazzino della provincia che ha mostrato orgoglio e carattere a dispetto di mezzi fisici affatto eccelsi e di oggettivi limiti tecnici. Il cuore non si discute, la tenacia nemmeno. Da sesto esterno, quando è stato chiamato in causa non è stato affatto disprezzabile. VOTO: 6,5

MATTEO CHILLO: terza stagione a Treviso e rendimento in continua ascesa. Era un buon backup per Tessitori all'inizio, poi un quarto lungo utile per tutte le stagioni, ora è diventato un affidabile 4-5 che apre l'area col tiro, mette palla a terra, difende anche sui cambi e gioca senza paura. Difetti? Uno, davvero pesante: commette troppi falli sciocchi, specie sui tiri da 3, un dettaglio su cui dovrà lavorare. A 28 anni non ancora compiuti non si può certo lamentarsi di un elemento del genere. C'è un'opzione per uscire dal biennale firmato l'anno scorso a favore della società, sarebbe folle rinunciare ad uno dei migliori elementi per rapporto qualità/prezzo. VOTO: 7

CHRISTIAN MEKOWULU: sorprendente. Ok, ad Orzinuovi collezionava doppie-doppie, ma si parla comunque di un club che l'anno scorso languiva in fondo alla classifica di A2. Il nigeriano invece ha mezzi non solo per la Serie A ma anche per misurarsi in una competizione europea. A patto, s'intende, di migliorare la gestione dei falli, suo tradizionale tallone d'Achille. Resterà negli annali la sua prestazione in gara2 di playoff contro la Virtus in cui ha ridicolizzato Gamble stoppando qualunque pallone si avvicinasse al raggio d'azione delle sue braccia. Altro elemento da blindare per il futuro, levando ogni clausola di uscita. VOTO: 8

MICHAL SOKOLOWSKI: il vero punto di svolta della stagione è stato l'arrivo del polacco. L'ex Legia Varsavia ha lasciato una squadra che lo teneva in parcheggio non pagandolo per esplorare per la prima volta un campionato al di fuori della propria nazione. Impatto ottimo, con capacità di giocare nei due ruoli di ala, di fungere da play aggiunto, di difendere su quasi ogni tipo di avversario e di fare spesso la cosa giusta al momento giusto. Nel finale ha accusato un calo, colpa degli sforzi precedenti e di un fastidio al tendine. Da tempo si lavora alla sua conferma, una partecipazione alla BCL da parte di Treviso Basket aiuterebbe in tal senso. VOTO: 8,5

JEFFREY CARROLL: bomber di A2. O da A2? In realtà l'equivoco si chiarisce pensando alle caratteristiche psicologiche del giocatore americano, abituato a gestire buona parte dei possessi e ritrovatosi a fungere da secondo violino (poi da terzo, dopo da rincalzo) e precipitato nel buco nero dell'involuzione mentale. In una squadra senza Logan forse avrebbe funzionato, in una De' Longhi con un catalizzatore come il Professore ed un pacchetto lunghi da servire in movimento ha fatto da contorno finché non si è trovato a chi sbolognarlo. Tornato in A2, a Biella ha ripreso a giocare come sa e come preferisce. Auguri a lui ed all'Edilnol nei playout. VOTO: 4,5 (ma non è del tutto colpa sua)

NICOLA AKELE: grande investimento della passata campagna acquisti, ha giustificato solo a tratti la scelta fatta dalla società. Ondivago, a volte determinante (a Cremona soprattutto), ad oggi non ha tiro né sicurezza per fare il 3 e non possiede la solidità in post per essere un 4. Playoff da debuttante ma da dimenticare: peggiore in campo nei primi due atti, in gara3 il coach gli preferisce Chillo per tutti i 20 minuti finali (incluso l'overtime). Ha un altro anno di accordo, senza clausole d'uscita. Che meriti un investimento scommettendo su una maturazione o da sacrificare per un pariruolo americano più solido? VOTO: 6

TRENT LOCKETT: chiamato a sostituire Carroll nelle rotazioni, è arrivato nella Marca dopo un anno di sostanziale stop post operatorio. In netto ritardo di condizione, ha impiegato due mesi per ritrovare buona parte dello smalto dei giorni migliori salvo essere condizionato nel finale da un problema ad un piede. A dispetto di ciò, buon difensore sulla palla e sull'uomo, ha consentito una crescita del rendimento di squadra - il ciclo delle 6 vittorie è iniziato con lui - e non è affatto dispiaciuto nel contesto globale. In scadenza, non resterà. VOTO: 6,5

MAX MENETTI: per un intero girone ha visto la sua squadra offrire la peggiore difesa possibile, incassando però qualche bella vittoria grazie all'innesto di Sokolowski ed alla vena offensiva di Logan. C'è anche la sua mano nella costruzione di un girone di ritorno da applausi, con quelle sei vittorie consecutive che hanno portato una formazione costruita per ottenere la salvezza e nulla più ad entrare con quattro turni d'anticipo nei playoff. Ha altri due anni di contratto a Treviso, tempo sufficiente per completare un ciclo e plasmare un nucleo solido che possa fungere da base anche per il futuro. Ha difetti conosciuti (scaramantico, preferisce i veterani che giocano anche fuori dal playbook) ma ha dimostrato con i fatti di saper il fatto proprio. VOTO: 8

SOCIETA': vale a dire Consorzio e dirigenza, le due anime imprescindibili di TVB. In un'annata balorda, senza pubblico, con budget tagliato del 30%, poteva sbandare e nessuno avrebbe avuto granché da ridire. In fondo le premesse non erano rosee ed anzi alcune scelte estive condite da dichiarazioni un po' sopra le righe avevano già scatenato i primi mugugni. La scelta senza senso di Cheese e altre firme a basso costo potevano dar adito a sospetti, fugati dai due innesti in corsa - ricordando che solo Trento e Cremona non hanno fatto ricorso al mercato di riparazione - e da una confermata solidità del modello gestionale. Il sesto posto conclusivo con il posto virtuale in BCL è un premio per quanto fatto ed al contempo un invito ad osare ancora di più. VOTO: 8

giovedì 13 maggio 2021

Come costruire un giocatore

Se un giorno Alessandro Pajola da Ancona, classe 1999, diventerà un giocatore d'altissimo livello dovrà ringraziare una sola persona. Non la mamma che l'ha fatto, né chi lo convinse a 15 anni a mollare la coperta di Linus della Stamura per vestire il bianconero - per quanto la scuola di Giordano Consolini sia ancora oggi una delle più valide in Italia per i giovani. Quella persona è Aleksandar Djordjevic. 

Siete stupiti? Io no. Perché Sasha sarà pure vulcanico, collerico, poco tattico e molto viscerale, ma sa trasmettere motivazioni e sa lavorare con i giovani. Volete qualche esempio? Prendete quel playmaker che oggi è a Venezia, Andrea De Nicolao. Sapete da dove è partito? Da Vigodarzere, provincia di Padova, passando per le giovanili Benetton e poi un primo assaggio in prima squadra ai tempi di Frank Vitucci. Spedito in prestito in B1 (avessi detto almeno l'allora Legadue: no, proprio B1), a rivolerlo in Serie A fu Djordjevic nonostante il ragazzo all'epoca fosse scettico visto che davanti a lui nel ruolo avrebbe avuto due mostri sacri come Bulleri e Becirovic oltre che un Nazionale israeliano come Mekel. Invece la sua carriera partì da lì per arrivare alle affermazioni successive. Perché con i giovani serve prima di tutto il coraggio di farli giocare, fregandosene a volte del risultato di squadra.

Pensate sia pazzo? Eppure le stesse parole le ha usate Claudio Coldebella, il metro di paragone massimo cui riferirsi abitualmente nei discorsi che riguardano Pajola. Lui, che fu il primo vero play atipico moderno, oggi conferma da dirigente (ed anche ex allenatore) quel che dovrebbe essere chiaro ai più ed invece risulta ostico o incomprensibile a moltissimi: i giovani devono giocare. Non allenarsi e guardare le partite, come ha fatto Moretti per un anno buttando via una stagione preziosissima della propria carriera. Pajola, che rispetto a Moretti ha un anno e mezzo di meno, da tre stagioni gioca: prima poco, poi un po' di più, sempre prendendosi delle sonore badilate in faccia tanto metaforiche quanto letterali; però quelle badilate l'hanno aiutato a crescere, a capire quali abilità sfruttare, come nascondere i punti deboli, come esaltare le proprie capacità e le doti fisiche. Oggi a ventuno anni Alessandro Pajola gioca da protagonista in stagione regolare, in Eurocup, nei playoff, vedendosela con veterani del ruolo e americani, in una rotazione interna che prevede due serbi dal carattere pepato e dal pedigree professionale alquanto corposo per non dire ingombrante. Moretti nel frattempo si allena per poi non andare nemmeno nei 12 in una gara1 contro la Trento meno razionale e più scarsa (nel senso tavcariano del termine) degli ultimi cinque anni.

Per compiere un determinato percorso però servono due presupposti. Il primo appartiene al giocatore ed è la sua voglia di emergere. Deve essere una vera fame, come quella che caratterizzava i serbi, i croati, gli sloveni che si ammazzavano di fatica in palestra per cercare di entrare in uno dei pochi club ammessi nel campionato nazionale più competitivo d'Europa, quello della vecchia Jugoslavia. Se il giovane ha già questa dote innata, è a buon punto. Il secondo elemento è un allenatore che creda in lui, che lo sviluppi, che gli conceda il tempo di sbagliare (sì, sbagliare), ma in campo, in partita, a costo di farsi massacrare da un americano che magari crede ancora che di qua dall'Atlantico ci sia il Terzo Mondo cestistico. Una sana razione domenicale di rospi da ingoiare, più le lavate di capo dell'allenatore, più le sedute supplementari per lavorare sul proprio gioco, più intelligenza applicata alla pallacanestro più la sopra menzionata fame... et voilà, eccovi servito il vostro Alessandro Pajola.

Prendete invece un talentino niente male, figlio di cotanto padre. Mandatelo in America, perché il mito USA del college è duro a morire pure da queste parti. Circondatelo della giusta aura mediatica, fatene un fenomeno da comunicare prima che un giocatore vero. Dotatelo del giusto procuratore che sappia valorizzarne non certo le doti tecniche, atletiche o intellettive (che non mancano, sia chiaro, mica parliamo di un imbranato!), quanto piuttosto l'assai presunta capacità d'esprimere una pallacanestro immediatamente d'impatto ottenendo in cambio un contratto a cifre molto alte. Affidatelo ad una squadra sin troppo profonda e che ha l'obiettivo di vincere tutto subito, senza badare a spese ma senza tempo per sviluppare qualcuno e che con questa politica negli ultimi anni ha bruciato un'intera generazione di giovani (peraltro quasi tutti nello stesso ruolo, bella casualità!). Ecco, ora avrete il vostro Davide Moretti attuale, un 23enne che raramente si schioda dalla panchina e che spesso si accomoda direttamente in tribuna. Ruolo che ci si aspetterebbe fosse cucito, in un basket accompagnato da regole protezionistiche che neanche il WWF, su misura per il sedicenne, magari figlio del dirigente, che arriva dalle juniores come ultimissimo di rotazione, giusto per avere il dodicesimo quando serve causa infortuni altrui e che abitualmente porta borse e borracce, gonfia i palloni, asciuga il parquet dal sudore e che, se buttato in campo in garbage time e magari segna pure un punto o più, al primo allenamento deve portare un maxi vassoio di paste e subire qualunque scherzo o battuta dai veterani. Non certo per chi, secondo alcuni, a breve dovrebbe trovare posto in azzurro scalzando la precedente generazione dei Cinciarini e dei Vitali.

Ora nelle vesti di Pilato che ha visto Pajola stampare al debutto personale nei playoff di Serie A un +22 di plus/minus in faccia a Russell e Imbrò ed un Moretti nemmeno convocato da Messina per una comoda Milano-Trento in cui alla fine ha giocato persino Wojciechowski ripescato dall'A2 di Biella, vi chiedo: volete Gesù o Barabba? Preferite il talentuoso che spreca il suo tempo invece di giocare oppure quello brutto, sporco (a difendere) e rognoso che si fa insultare in inglese, serbocroato, italiano e forse pure in bolognese stretto ma che alla fine, stringi stringi, ottiene una svolta alla propria carriera? Io una risposta ce l'ho ma la domanda non è rivolta a me.

mercoledì 5 maggio 2021

Aridatece Germano Mosconi!

Titolo provocatorio per questo post che vuol essere una riflessione non tanto sul malcostume della blasfemia ma sulle motivazioni assurde adottate da certi dirigenti per accompagnare decisioni discutibili, nella tempistica così come nella sostanza. Che il compianto Germano Mosconi bestemmiasse a più riprese lo sanno tutti, persino i bambini, ma questo coloritissimo particolare non inficiava affatto l'ottima qualità del suo lavoro giornalistico - chiedete pure ai suoi ex colleghi per referenze. Sarebbe stato quantomeno pittoresco che l'editore della televisione per cui lavorava gli avesse sospeso incarico e stipendio a causa dell'abitudine del nostro durante le registrazioni di abbandonarsi ad imprecazioni blasfeme ogni volta che incappasse in un lapsus linguae oppure di fronte a scherzi un po' pesanti organizzati da qualche collega burlone. Occorre sempre distinguere la forma dalla sostanza.

La sospensione sancita da Stefano Sardara (da me ribattezzato in tempi non sospetti "il cardinale" per l'abilità politica, nickname che oggi torna attuale seppur con altre funzioni) ai danni di Gianmarco Pozzecco è la summa del ridicolo. Chiariamoci: qualunque proprietario di un club è libero di istituire un codice etico interno che stabilisca dei limiti comportamentali, ma neutralizzare per dieci giorni il proprio capo-allenatore guarda caso ad un mese dalla fine della stagione, dopo che giusto un anno fa si era consumato uno strappo ricucito a fatica e dopo continue incomprensioni (eufemismo) è un atteggiamento sospetto. Specialmente se la motivazione a monte è quella di imprecazioni e bestemmie profferite tra dicembre ed aprile, vale a dire ad un mese di distanza dall'ultima occasione. Qualcuno ha già descritto Sardara come il classico sepolcro imbiancato, un appellativo utilizzato in passato per definire l'ipocrisia di chi si nasconde dietro facciate di perbenismo per giustificare condotte sospette: non credo che si sia molto lontani dalla verità.

Quel che mi fa sorridere è che Sardara in un'intervista pubblicata oggi abbia affermato che lo stop sia giunto dopo un consulto con gli avvocati del suo club. Nessuno di questi ha ricordato al presidente-padrone il caso di Fabrizio Frates? Per chi se lo fosse dimenticato, quattordici anni fa la derelitta Fortitudo in cura-Martinelli utilizzò la stessa scusante, quella delle bestemmie (in allenamento però, non in partita, dunque in un ambito addirittura più intimo e meno strombazzato) per sollevare dall'incarico l'architetto milanese. Fu una scusante puerile, una foglia di fico per coprire la decisione di esonerare un allenatore che non aveva garantito i risultati sperati - la Effe passò in pochi mesi dalle finali scudetto a lottare in retrovia - mentre il disboscatore arrivato da Roseto continuava a tagliare rami secchi. Come andò a finire? Frates non si arrese, fece ricorso ed ebbe ragione in tutti i gradi di giudizio. Non certo perché i magistrati fossero tutti dei bestemmiatori indefessi o perché simpatizzassero per la causa Mosconiana: semplicemente non esiste un licenziamento per giusta causa solo perché al dipendente scappano un paio di parole incongrue dovute alla rabbia.

Chissà se in queste ore Frates farà una telefonata di solidarietà a Pozzecco. O se lo stesso Pozz, personaggio unico nel suo genere e per questo tollerato anche nelle note esagerazioni, approfitterà dell'occasione per riflettere sull'accaduto. A lui darei volentieri un consiglio spassionato: fregarsene, andare ugualmente in palestra sfidando l'editto cardinalizio e capire fino a che punto Sardara voglia spingere la questione in chiave ridicola pur di non ammettere che l'idillio sia tramontato del tutto e che la ricerca di un nuovo coach per la prossima stagione sia partita. Lo stesso Sardara tra l'altro dovrebbe forse iniziare a fare un po' di autocritica, giacché l'aver finora promosso la separazione con sin troppi allenatori anche di successo (dice niente il caso Meo Sacchetti?) è sintomo di un problema profondo chiamato managerialità. Se finora il presidente della Dinamo si è confermato ottimo politicante nonché perfetto organizzatore societario, la gestione sportiva è bene che venga lasciata ad un direttore sportivo pienamente indipendente. Altrimenti dopo i mal di pancia con Esposito, le liti con Sacchetti ed ora le bestemmie con Pozzecco, ci si potrà attendere di tutto. E chiudendo con una battuta relativa ai soci turchi in quel di Torino, siamo sicuri che Sardara non abbia inserito una clausola vincolante anti-bestemmia ed anti-fumo con gli anatolici, i cui peccatucci sono entrati nella vulgata popolare da secoli?

martedì 20 aprile 2021

Novità? No, idee vecchie e confuse

Sta destando scalpore, a mio avviso ingiustificato, la vicenda che ruota attorno al progetto di una Superlega europea di calcio che, stando alle dichiarazioni dei diretti interessati, provocherebbe una decisa svolta in senso affaristico del mondo del pallone. Stracciamento di vesti tra gli esclusi, presunto sentimento di scandalo tra i politici di professione che intervengono solo quando ravvisano un possibile bacino elettorale da intercettare, esternazioni lapidarie ed ovviamente deluse nonché foriere di propositi di vendetta da chi vede fuggire dal pollaio qualche gallina dalle uova (placcate) d'oro. Perché in fondo, diciamocelo, è solo una questione di business, di soldi, di interessi privati, di sponsor che sposano un progetto alternativo, di suddivisione dei profitti, di bilanci da rivedere. Non è tutto oro quel che luccica e lo si vedrà a breve, ma per il momento lo spettacolo di cabaret mediatico è tale da indurre fior di colleghi giornalisti ad aprire giornali e telegiornali con quella che credono sia la grande novità, la notizia del momento.

Fosse ancora vivo, Enzo Lefebre si farebbe una gran risata e poi probabilmente chiamerebbe un avvocato per farsi riconoscere parte del merito dell'idea. Perché cari signori del pallone, spiacente ma siete arrivati in ritardo dove la pallacanestro aveva già tentato oltre vent'anni fa. Tentato sì, non fallito (per fortuna) ma nemmeno ottenuto il successo immaginato. Ma procediamo per gradi. Quello che oggi la pedata europea vuol imbastire è nient'altro che una riproposizione, a distanza di oltre quattro lustri (mica bagigi!), della guerra FIBA-ULEB.

Riassunto delle puntate precedenti, a beneficio di lettori disattenti, smemorati, disinformati o eccessivamente calciocentrici. Nel 1991 a Roma le maggiori leghe cestistiche d'Europa fondano ULEB, un organismo privato di rappresentanza inizialmente senza poteri ma che, seguendo le idee dell'avvocato Porelli e di chi lo ha seguito nell'avventura, dovrebbe fungere da strumento di pressione nei confronti di FIBA Europe perché i club chiamati a disputare le competizioni continentali possano finalmente beneficiare di un riconoscimento politico, organizzativo ed economico. Tempo sette anni e ULEB inizia a stilare un progetto reale, quello di una competizione organizzata direttamente: Eurolega, l'erede della vecchia Coppa Campioni, il cui marchio mai è stato depositato dalla FIBA - e bravi miopi! Nel 2000, stufi di una situazione cristallizzata, i club di ULEB annunciano la nascita della loro Eurolega (depositando il brand, tiè!), basata su presupposti di business e di stabilità delle presenze a scapito del merito sportivo semplice. I padri della rivoluzione sono due italiani, Gherardini e Lefebre, ed i catalani Portela e Bertomeu, questi ultimi una coppia di avvocati che negli anni '80 avevano fatto un bel viaggio a Bologna per studiare i meccanismi di quella Legabasket che all'epoca pareva il miglior modello organizzativo di sport in Europa. Sembra passato un secolo, vero?

Di fronte allo scossone, FIBA reagì come logica suggerisce, cioè con minacce, blandizie, trattative sottotraccia ed il varo di una competizione alternativa. In soldoni la Federazione si ritrovò privata in un colpo solo delle spagnole, delle italiane di punta, delle ex jugoslave, vale a dire il top level: per mantenere una parvenza di serietà FIBA contattò subito le big turche, Maccabi Tel Aviv (favorevole) e Panathinaikos (incerto) promettendo una valanga di soldi perché tutte restassero sotto l'ombrello protettivo di Ginevra rinunciando ad emigrare verso ULEB. Poi si passò alle squalifiche: improponibile quelle degli atleti che avrebbero minato la credibilità internazionale del movimento, si passò a quella degli arbitri cui fu ordinato di scegliere, o con FIBA mantenendo o guadagnando la qualifica, oppure banditi a vita. Infine, i soldi, vero motore di tutto: un accordo con un'agenzia svizzera fece balenare per la prima volta la possibilità di ricevere soldi veri, e pure tanti, in uno sport spesso bistrattato al di fuori delle proprie oasi dorate. Per una stagione, la 2000/'01, Eurolega e Suproleague si fecero la guerra a distanza, con due campioni d'Europa diversi e nessun accordo in vista.

Tutto cambiò nella tarda primavera del 2001 col fallimento della summenzionata agenzia elvetica. Senza soldi non si dice messa (cit.), quindi di fronte ad una fuga di massa con relativo sputtanamento globale FIBA fu costretta a miti consigli, a trattative ed a sottoscrivere un accordo di tregua. Il torneo di riconciliazione di Lubiana dell'autunno successivo - invitate le quattro finaliste (due per competizione) più i padroni di casa ed il Cibona, con quest'ultimo vincitore grazie ad un giovanissimo Zoran Planinic in veste di MVP - sancì la ritrovata pace. Ma con una scadenza, ovvero a 15 anni da allora. Difatti nel 2015 gli attriti sono riemersi anche perché nel frattempo FIBA si era riorganizzata, aveva trovato nuove formule e soprattutto grazie alla questione olimpica era riuscita per la prima volta a trovare uno strumento di pressione vagamente efficace. Da allora abbiamo quattro competizioni continentali: 

  1. Eurolega: club ristrettissimo ad inviti, organizzato da ECA (Euroleague Commercial Assets) che dal 2009 ha rilevato la titolarità da ULEB promuovendo un approccio ancor più business oriented e di proprietà delle grandi società. In pratica un circolo per pochi in cui l'obiettivo è massimizzare la possibilità di profitto, pur mantenendo aperta una finestra verso ingressi occasionali dai campionati di riferimento, ed in cui il primo interesse è rivolto a creare un prodotto spendibile in termini di marketing mediatico, televisivo e prettamente commerciale.
  2. EuroCup: già ULEB Cup, altra competizione sotto egida ECA, un filino meno rigida rispetto alla sorella maggiore - le licenze qui sono massimo triennali e non decennali - che però offre la possibilità di interscambio col piano di sopra. Possibilità di business ovviamente inferiori ma pur sempre presenti.
  3. FIBA Basketball Champions League: a dispetto del nome mutuato dal calcio, terza Coppa per livello tecnico ed anche per risorse in campo. Accesso principalmente tramite merito sportivo, con notevoli eccezioni tramite contratti di convenzione tra organizzatori e singole realtà. Nata con la prospettiva di strappare club di riferimento a Eurolega, ha riposto i sogni nel cassetto e si accontenta di guerreggiare un po' con EuroCup.
  4. FIBA Europe Cup: il peggio, il Terzo Mondo delle competizioni continentali. Se per alcuni campionati nazionali rappresenta una notevole opportunità, per quelli più strutturati o ambiziosi è il contentino da dare a chi vorrebbe ma non può. 
Il risultato di questa frammentazione è una sperequazione evidente di risorse e possibilità che porta i club più giovani o meno strutturati a domandarsi se sia davvero conveniente da un punto di viste economico dover aumentare il budget stagionale dal 20 al 35% in funzione europea o se non sia preferibile rintanarsi nell'orticello di casa (leggi, campionato nazionale). 

Nessuno dei sistemi prima esposti è perfetto, anzi. Per dirne una, la recente riunione carbonara di sette club di Eurolega pronti a sfiduciare il presidentissimo Bertomeu è la dimostrazione che tutto è migliorabile ed anche i sistemi apparentemente più solidi hanno delle falle. Tornando al pallone, ho udito colleghi affatto preparati parlare di "sistema NBA" senza evidentemente sapere cosa significhi: perché la NBA non è solo un torneo chiuso in cui non esistono promozioni, retrocessioni, coppe nazionali, vivai. Il mondo con l'effige di Jerry West è prima di tutto una macchina da denaro gestita col pugno di ferro e regole standard, lontane dal desiderio europeo di piccola indipendenza che poi si traduce nel classico "faccio quel che mi pare". NBA organizza tutto, dalla A alla Z, prendendosi oneri oltre che onori ed obbligando tutti a seguire lo stesso regolamento: immaginate un'Europa in cui viene detto al top club di turno che non può ingaggiare altri giocatori gonfiando il monte salari se non paga una salata penale da redistribuire ai suoi diretti concorrenti. Oppure veterani che devono scegliere tra occasioni da titolo al minimo sindacale o un ultimo scampolo di carriera con la solita maglia, ricoperti di soldi ma destinati a restare a margine del successo. Oppure il merchandising amministrato da un solo, unico ente che tratta con i fornitori a nome di tutti e vigila sul relativo mercato garantendo introiti ma anche bacchettando chi bara sulle regole. Difficile, vero?

Tanti anni fa la rivista "Superbasket" criticò aspramente lo sportismo, il fenomeno dello sport in funzione del modello spettacolo-affari che va in voga negli States. Ma in fondo si tratta di scegliere le proprie priorità, tra la difesa dei valori decoubertiniani (che col varo del professionismo dovrebbero già essere stati seppelliti, ma tant'è) e la necessità di chi investe decine di milioni di euro a botta di trovare un tornaconto che non sia di carattere politico, fiscale o, nei casi più antipatici, di ripulitura del denaro. Scegliete, Gesù o Barabba? Il merito sportivo senza troppe lamentele sullo scarso guadagno o il business fino a sé stesso, anche a costo di mandare a donnine di facili costumi i presupposti dello sport europeo? E non chiedete una terza busta o una via di mezzo perché non può esistere.

mercoledì 17 marzo 2021

F... come Follia

Prendo a prestito il titolo di un pezzo del vecchio Superbasket di quasi 20 anni fa (giugno 2002 per l'esattezza) per riassumere le ultime, vorticose, assurde, insensate, pazze 72 ore della Fortitudo Bologna, la società più imprevedibile che ci sia. Sfido chiunque ad annoiarsi di fronte ad un frullatore di emozioni del genere, anche se ultimamente è capace soltanto di riservare uno stupore negativo o palesi arrabbiature ai propri tifosi. Come dicevo, "F... come Follia": all'epoca il settimanale diretto dal collega Franco Montorro utilizzò questo titolo per analizzare l'assurdità tanto di caricare con significati eccessivi i playoff di una Effe affatto irresistibile e reduce da varie bastonate quanto di effettuare da parte della sua tifoseria una invasione di campo davanti alle telecamere Rai per impedire che una delle tante rivali potesse festeggiare meritatamente, sul parquet, la vittoria di uno scudetto. 

Stavolta la follia è qualcosa di composito ed apparentemente irrazionale ma che pare stretto parente di quanto avvenne - tanto per restare nel medesimo arco temporale, vale a dire i primi mesi del 2002 - sull'opposta sponda del Reno, quando in 24 ore la Virtus esonerò e richiamò Ettore Messina in quella che sarebbe stata l'avvisaglia della tempesta prossima ad abbattersi sull'Arcoveggio. Come all'epoca il casus belli riguardava una partita malamente persa in trasferta, anche per la Fortitudo il motivo scatenante (almeno stando alle dichiarazioni pubbliche) sarebbe quello del ko di domenica sera nel posticipo al Palaverde che è costato alla Lavoropiù il ritorno nella zona infernale della classifica, quella del gruppone a cinque per evitare la retrocessione.

Alzi la mano chi pensava che la De' Longhi, priva di Logan, potesse spuntarla contro la Fortitudo, specie dopo aver incassato un break tra secondo e terzo quarto per il +10 ospite al 27°. Sembrava tutto pronto per una trionfale cavalcata felsinea verso una vittoria risolutiva, forse addirittura una rivincita nei confronti della sconfitta dell'andata. Invece tra l'antisportivo di Aradori, Menetti che passa a zona, Dalmonte che si intestardisce con Baldasso in regia, il dottor Vildera che maramaldeggia a centro area, ecco servito il terzo referto giallo consecutivo. Ma tutto sommato perdere fa parte del gioco, sarebbe sciocco e puerile pensare di poter vincere sempre o quando si vorrebbe, no? E fin qui, nulla di eccezionalmente notabile, a parte le polemicucce da asilo su cori, sciarpe e sponsor che fanno il tifo.

Passato il weekend e con una partita delicatissima da preparare in appena cinque giorni, lo scontro-salvezza con Reggio Emilia da giocare nel medesimo impianto utilizzato in stagione dalle due squadre, chiunque si aspetterebbe un minimo di tranquillità per consentire allo staff tecnico di lavorare nelle migliori condizioni. L'unica giornata relativamente pacifica è lunedì, in cui comunque ronzano voci di insoddisfazione, di tirate d'orecchi mirate. Martedì, forse pensando di stemperare l'atmosfera con qualcosa di positivo o addirittura allegro, la Fortitudo presenta una iniziativa benefica con le maglie realizzate per conto del main sponsor in prospettiva del derby di fine mese. Bisogna dire che forse qualcuno ha equivocato il significato del famoso motto "Che se ne parli male purché se ne parli": dopo i pois del 2016/17, l'amaranto della Coppa Italia 2018, lo sponsor fantasma Metano Nord, le simil-double da allenamento della scorsa stagione, le righine di quest'anno, ecco la sfumatura rosa-fucsia su un melange azzurro-blu che fa sorridere (eufemismo) mezza Italia cestistica e scatena nuovi comprensibili sfottò. 

Tutto sommato, se ci si fermasse alle maglie da stracittadina non ci sarebbe nemmeno granché da lamentarsi. Il problema è che nella stessa occasione Christian Pavani, presidente del club, dice qualcosa che travalica la semplice presentazione della tenuta da gioco. Nello specifico Pavani ammette le difficoltà finanziarie, dice che dopo un anno solare di palasport chiusi al pubblico la società Fortitudo inizia a faticare, che i soci dovranno fare delle valutazioni, che a giugno si potrebbe anche pensare di passare la mano in assenza di novità importanti (leggi riaperture degli impianti o interventi strutturali), invoca addirittura lo stop al campionato. Parole che non sono nuove, d'altronde più di una realtà all'interno di LBA nei mesi scorsi ha denunciato la difficoltà a far quadrare i conti senza l'apporto del botteghino e con riduzioni degli importi da sponsorizzazione. Ma quando Pesaro o Varese lamentavano gli ammanchi o quando la Virtus Roma spariva seppellita da promesse non mantenute o quando prima ancora, in estate, Pistoia si autoretrocedeva perché impossibilitata a sopportare il peso economico di una annata professionistica con troppe incertezze, la Fortitudo non apriva bocca. Anzi, ingaggiava a suon di assegni pesanti fiori di giocatori e ne confermava altri dall'ingaggio affatto leggero. E pure ad annata in corso, quando si è trattato di intervenire per cambiare l'allenatore e rivoluzionare mezza squadra, la Fortitudo ha chiamato i procuratori senza lamentare apparentemente problemi di liquidità, né immediata né in prospettiva. Fu tattica o follia?

Torniamo al presente. Dopo la sconfitta a Villorba, le maglie multicolor e il grido d'allarme, oggi giunge l'ennesima novità. Circola infatti la voce di una lettera di Pavani ai giocatori in cui il massimo dirigente biancoblu si dichiarerebbe arrabbiato, deluso e tradito al punto da aver deciso il blocco temporaneo degli stipendi. Una misura cui non ricorre nessuno perché, con le norme in vigore, è palesemente draconiana al punto che un qualsiasi giocatore potrebbe rivolgersi agli organi competenti per avere giustizia ottenendola in tempi ragionevoli. Per questo motivo di solito i dirigenti preferiscono piuttosto sfruttare lo strumento delle multe cui l'atleta non si oppone perché presente nel contratto firmato e dunque già avvisato. Il blocco degli stipendi invece è un altro discorso e non lascia presagire nulla di buono, tant'è vero che appena la notizia si sparge partono le congetture. E se fosse una mossa non per spronare la squadra ma per risparmiare una mensilità? E se fosse un modo per celare l'effettivo stato di salute del club, fino a pochi giorni fa mai messo in dubbio grazie ai continui ingaggi in corso d'opera? E se la Fortitudo avesse davvero problemi a breve-medio termine, per quale motivo appena la scorsa settimana si sarebbe parlato del nuovo centro sportivo a Borgo Panigale come progetto per garantire un futuro alla società stessa?

Troppi dubbi, troppe domande. Troppe situazioni che lasciano disorientati al punto da domandarsi se quella Fortitudo pazza ed incosciente di cui "Superbasket" chiedeva l'archiviazione quasi vent'anni fa, suscitando lo sdegno di buona parte dei tifosi, non sia mai morta col fallimento ma sia sopravvissuta cambiando pelle esterna, mutando codice FIP ed assetto societario ma mantenendo al proprio interno il difetto di non riuscire a gestire una vera pianificazione preferendole la follia, euforica o distruttiva. Magari domani Pavani smentirà tutto, affermerà che non è accaduto nulla, che la società è solidissima e che i soci continueranno anche l'anno prossimo tornando al PalaDozza, anche a porte chiuse nella peggiore delle ipotesi. Forse non ci sarà nessun ritardo negli stipendi, neanche una multa, appena giusto un paio di urlacci a fine allenamento. Chissà. Certo però che il giochino inaugurato su Twitter qualche sera fa da Adrian Banks, guardia americana che la scorsa estate lasciò Brindisi attratta dall'ingaggio principesco in Effe, ora suona assai beffardo: alla sua sfida "Dimmi che giochi a basket in Europa senza dirmi che giochi a basket in Europa", i primi follower che hanno interagito hanno risposto citando il noto malcostume dei ritardi nella corresponsione degli emolumenti. Casualità, preveggenza o semplice boutade?

martedì 2 marzo 2021

Dal Titano alla gloria

Vulcanico. Era questo l'aggettivo più usato per definire carattere e persona di Luciano Capicchioni, colui che per anni fu dominus incontrastato della pallacanestro vissuta lontano dalla panchina o dal parquet, quella costruita dietro le scrivanie, ai tavoli delle trattative, sorseggiando una limonata fresca nelle calde giornate estive delle Summer League o intavolando lunghe discussioni per giungere ad accordi a volte impensabili. Luciano si è spento nella notte a 75 anni dopo una vita da vero combattente.

Non era una persona semplice con cui intavolare una trattiva. Cittadino di San Marino con un piede ben piantato nella capitale indiscussa della Riviera, Capicchioni era diventato un personaggio dominante negli anni '80 iniziando a rappresentare diversi campioni provenienti dall'Est. Merito anche di una partnership poi bruscamente interrotta, quella con Mira Poljo, la donna d'acciaio che gli aveva portato in dote tra gli altri Toni Kukoc. In una pallacanestro italiana che muoveva decine di miliardi alla volta, pompati dai Ferruzzi, dai Benetton, da Scavolini, poi dalle guerre stellari bolognesi tra Cazzola e Seragnoli, Capicchioni era lo squalo abituato a nuotare in un mare che conosceva meglio di molti altri. Chi più e chi meno, tutti coloro i quali si sono dedicati alla procura di cestisti hanno dovuto prima o poi confrontarsi con la sua storia imprenditoriale, con i suoi metodi, con i suoi successi e con le sue politiche.

Anche se col tempo la sua agenzia Interperformances aveva subito la sempre più dura concorrenza prima dell'ex socia Poljo e poi di tanti altri professionisti, Capicchioni aveva sempre voce in capitolo. Quando nel 2000 l'ULEB dichiarò guerra a FIBA Europe, per completare il quadro delle partecipanti alla nuova Eurolega arrivò proprio Capicchioni con un'invenzione machiavellica, i S. Petersburg Lions: una franchigia fantasma, composta da giocatori Interperformances senza contratto che si allenavano a Varese per giocare una volta a settimana in Russia - il miglior prodotto era Derek Hamilton che difatti poi trovò posto proprio a Varese ed a fine carriera a Rimini, ma c'erano anche Verginella, Bazarevich e l'ex Benetton Stazic. Si mormorava di una presenza-ombra di Capicchioni anche negli allora Lugano Snakes, altra cenerentola continentale inserita a forza per colmare le defezioni verso la Suproleague. Insomma, il manager sanmarinese era una vera potenza.

L'apice della sua carriera arrivò nei primi anni 2000 quando con Interperformances era talmente potente da poter costruire quasi da solo intere squadre di Serie A. L'esperimento dei Lions lo replicò poi in casa, rilevando i Crabs da Sberlati in Legadue e inserendo di volta in volta giocatori da lui seguiti, in parcheggio temporaneo per prestito (Giovannoni, Barycz) oppure come vetrina in attesa di una chiamata. La Federazione dovette addirittura intervenire per inserire una norma che vietava esplicitamente ai procuratori di possedere quote di maggioranza di club professionistici: il timore era rappresentato dalla possibilità che si potesse alterare l'equità competitiva favorendo la carriera di un giocatore a suon di statistiche gonfiate.

Rimini però divenne anche lo specchio della sempre maggiore debolezza di Capicchioni. Tra farseschi tentativi di sponsorizzazioni o fantasiosi ingressi di soci fantasma, i Crabs affondarono nei debiti tanto da indurre il loro proprietario ad una operazione mai tentata prima, quella dello scioglimento con immediata ricostituzione per consentire un doppio salto all'indietro, dalla non più sostenibile Legadue professionistica alla B2 dilettantistica. La triste parabola di Rimini fu specularmente quella di Capicchioni, sempre più identificato come responsabile dei guai del club - in realtà provò in ogni modo ad evitarne il fallimento - e sempre meno potente sul fronte del mercato. Si arrivò addirittura alla contestazione da cui nacque una bella realtà che oggi si chiama Rinascita Basket Rimini e che dopo un periodo di ostilità ha riunificato le tante anime della pallacanestro locale. Capicchioni, dimenticati i vecchi rancori, aveva lasciato la presa consentendo il matrimonio tra tradizione ed innovazione con una lunga lettera di commiato.

Una lettera che oggi suona quasi come un testamento ed un epitaffio. Per lui, per il basket ricco che fu e che oggi a parte poche eccezioni mendica, per i campioni che non torneranno, per la piccola Repubblica di San Marino che perde un personaggio magari chiacchierato, antipatico, duro, ma di sicuro impatto e che finché ha potuto ha sempre combattuto. Ciao Luciano.