Quante volte abbiamo deciso di non rispettare una norma pensando che in fondo non ci fossero problemi, che non stessimo arrecando un danno ad alcuno, che nessuno avrebbe protestato? Tutte le volte che siamo passati col semaforo rosso o che abbiamo superato i limiti di velocità o che abbiamo gettato la spazzatura di casa nei cestini pubblici dell'immondizia o che non abbiamo raccolto le deiezioni del cane durante la passeggiata o che (in passato) abbiamo fumato una sigaretta al cinema, in un palasport o nelle aree per non fumatori, abbiamo infranto delle regole. Semplici, basilari, nate per favorire la pubblica condivisione e per garantire un insieme di persone noto come società civile. Lo abbiamo fatto per comodità, perché in quel momento non ci andava, perché avevamo fretta, forse per senso di ribellione o per fastidio personale. Comunque abbiamo infranto una regola. E sicuramente nel nostro inconscio abbiamo pensato che, in fondo, non ci fosse nulla di male.
Anche nello sport esistono delle regole. Nella pallacanestro ad esempio non si corre o cammina con la palla in mano ma si deve palleggiare, la palla non va toccata coi piedi o con le gambe, non ci si arrampica sulla schiena di un compagno o di un avversario, non si continua a detenere il possesso se la sfera finisce fuori dal campo. Sono alcune delle regole semplici di uno sport che ha centotrentaquattro anni di storia e che vengono accettate da tutti i praticanti. Chi non intende accettarle, non gioca a basket, pratica altri sport o semplicemente si dedica ad attività alternative. Ma nello sport, in tutti gli sport, non esistono solo le regole di gioco. Esistono anche i regolamenti interni delle società. Piccole norme di buonsenso che aiutano a convivere e a mantenere sereno e costruttivo l'ambiente. E se lo sport ha una valenza pedagogica, per le giovani generazioni praticare una disciplina sportiva vuol dire anche abituarsi alle regole, accettarle, condividerle. Senza se, senza ma, senza distinguo di convenienza o di volontà.Quanto accaduto a margine della Reyer School Cup ci fa capire che una parte delle giovani generazioni e con essa una parte dell'universo genitoriale ed educativo non ha capito nulla dell'importanza delle regole. I due ragazzi che sono stati sanzionati dalla propria società sportiva con la mancata convocazione per le prossime partite - non, come erroneamente scritto da qualcuno, col "taglio" o con l'allontanamento perpetuo dagli allenamenti di squadra - hanno violato una norma interna. Che potrà essere risultata scomoda, antipatica, sgradita, ma che era stata accettata da centinaia di altri ragazzi all'interno della stessa società. Soltanto in due, forse ritenendosi più furbi degli altri, hanno pensato di infrangerla. E nemmeno una ma ben due volte. Come se in fondo le regole fossero fatte per gli altri, come se per loro non valessero, come se dipendesse da loro decidere quando, come, dove e se attenersi a una normativa.
Dura lex sed lex, dicevano gli antichi Romani. Non tutte le leggi sono belle, buone, simpatiche, piacevoli da rispettare. Anzi, è vero il contrario. Ma se non le rispettassimo, sarebbe l'anarchia e l'assenza totale di diritti oltre che di doveri. Giocare un campionato studentesco è sicuramente una bella esperienza ma se in precedenza è stata compiuta una scelta pesante, quella di svolgere un percorso formativo sportivo di altissimo profilo che prevede norme severe da rispettare, non si può fingere per un istante che tutto ciò non esista o che al più non valga in due, tre o quattro occasioni. Il rispetto delle regole è dovuto sempre, a prescindere. Se oggi non si osserva un piccolo regolamento interno di una società sportiva, domani cosa accadrà? Non si rispetterà il codice della strada o quello della navigazione? Non si rispetteranno le norme basilari della pacifica convivenza? O dovremo attenderci violazioni anche più gravi con conseguenze pesantissime?
Perché qui il problema non è il campionato studentesco o la sanzione. Il problema è proprio la manifesta volontà palesata da due giovani di fare ciò che volevano, in contrasto con delle norme accettate dai loro amici, compagni di squadra o contesserati per il medesimo club. Quelle regole valevano per tutti, salvo che per loro due. Che le hanno infrante una prima volta a marzo, sperando che nessuno notasse la cosa. Invece la violazione è stata evidenziata, i due sono stati richiamati e ammoniti a non farlo mai più - alla faccia delle sin troppo rapide sentenze di colpevolezza decretate da parte dell'opinione pubblica. Non paghi, i due ci sono ricascati. Potevano andare in panchina come allenatori e vivere l'esperienza da bordo campo lasciando giocare i loro compagni di classe - lo spirito dei campionati studenteschi in fondo è questo - ma non hanno resistito alla voglia di essere protagonisti sul parquet a tutti i costi. E allora non si è più potuto parlare di caso eccezionale: c'era una precisa volontà di farsi gli affari propri a scapito di tanti altri. E allora no, non si poteva voltarsi dall'altra parte.
Se non capiamo - parlo anche per il sindaco di Venezia che è entrato nella vicenda con parole alquanto azzardate - che il rispetto delle regole è parte fondante del percorso formativo dei giovani, non ci dobbiamo stupire di nulla. Il cattivo esempio e le giustificazioni continue sdoganano i peggiori comportamenti. E se questo avviene a diciassette, diciotto o diciannove anni, quando gli studenti stanno per entrare nell'età adulta e nel mondo del lavoro, è facile prevedere che la mancata osservanza di una regola sgradita o scomoda potrà un domani autorizzare qualcuno a fare di testa propria anche in situazioni più gravi. Ai due giovani consiglio, prima di prendere decisioni avventate, di fare due chiacchiere con l'ex presidente di TvB Paolo Vazzoler che alla loro età decise improvvidamente di partecipare a una gara sciistica senza informare il suo allenatore: il Vazzo ricorda ancora cosa avvenne in seguito e quella piccola lezione gli servì per diventare un'ottima persona nello sport, nel lavoro, nella società civile. Perché si impara molto di più da una punizione che da una vittoria ottenuta di nascosto o violando un regolamento.
