lunedì 21 settembre 2020

Cosa resterà...

 ...di questa maxi Supercoppa?

Prendo spunto da una vecchia canzone di successo di Raf per una riflessione sui contenuti emersi dall'inutile torneo di preseason voluto da LBA per ravvivare l'interesse nei confronti della pallacanestro dopo la pausa per il lockdown. Una manifestazione, diciamolo pure, di dubbio valore tecnico e con tutte le stigmate delle amichevoli precampionato, pur con una patina di inutile ufficialità. Fosse almeno stata una novità assoluta si sarebbe potuto giustificare il tutto con la voglia di fare qualcosa di diverso. Invece no, perché una Supercoppa comprendente tutte le squadre di Serie A si era già vista esattamente venti anni fa. Correva l'anno 2000, si era agli sgoccioli della compresenza tra A1 ed A2 e qualcuno pensò che un evento estivo di grande portata potesse non solo dare pubblicità al movimento ma aiutare le squadre a rodare i meccanismi.

Come andò lo sanno tutti. Per chi ha la memoria corta, ad emergere dalle qualificazioni furono le due Virtus, Bologna e Roma, mentre Fortitudo e Treviso (menomate dalle assenze estive azzurre) erano già in possesso del pass delle semifinali in quanto detentrici rispettivamente di scudetto e coccarda. Nel deserto di quella bruttura architettonica del PalaMensSana di Siena vinse la Virtus inattesa, quella capitolina, con Jerome Allen protagonista: un successo che avrebbe contribuito da lì a poco a convincere l'ingegner Toti a prendere le redini del club ma che rimase gioia isolata in un ventennio avarissimo di soddisfazioni con solo tre finali disputate (tutte ovviamente perse). Per gli amanti della cabala - e non della Qabbalah - potrebbe essere curioso il parallelo con il presente, con Milano che vince il trofeo contro la Vu Nera invertendo teoricamente le gerarchie dell'anno scorso. I tifosi meneghini sono autorizzati a sfoderare l'arsenale di scongiuri ed esorcismi al fine di sperare che questa Supercoppa in formato fin troppo allargato non sia foriera di illusioni come avvenne per Er Proggggetto der Ciglione. 

I virtussini, scottati dal ko casalingo e pure da qualche errore qua e là nelle qualificazioni, possono sicuramente ambire ad un ruolo di contender. Tornando a vent'anni fa fu necessario attendere il derby di dicembre, quello del Grande Freddo, per poter affermare con certezza che sì, quella Virtus era davvero un mostro inarrestabile. Sulla sua panchina sedeva il Prode Ettore, ormai consacrato tra i grandi allenatori, ed in campo la prematura decisione di ritirarsi di Danilovic e la positività all'antidoping di Sconochini furono due inattese benedizioni che permisero di varare il backcourt più forte mai visto in Italia con Jaric-Rigaudeau-Ginobili. E pure la Fortitudo ci mise del proprio spendendo follie per prendere Meneghin jr. quasi obbligando i cugini a ripiegare su Jaric, scaricato dalla metà biancoblu di Felsina e scivolato al secondo giro del Draft.

Il tempo avrebbe detto che quella Virtus, imbattibile o quasi sul parquet, aveva i piedi d'argilla a causa di un proprietario megalomane e poco avvezzo alla cura dei bilanci di casa propria. Col senno di poi, forse la malinconia di Rashard "Miglio Verde" Griffith era solo un presagio di quel che sarebbe avvenuto. Oggi la Virtus è nelle salde mani di Massimo Zanetti, l'uomo della tazzina che da quando ha rilevato la società dopo l'ingloriosa discesa in A2 ha improntato un progetto ambizioso. I soldi ci sono e sono dannatamente tanti e veri, i progetti sono reali, l'allenatore non sarà il santone Messina ma è un fascio di nervi ed una massa di cervice come Sasha Djordjevic. La squadra è nuovamente costruita sul canovaccio della Serbia con il duo Teodosic-Markovic a prendersi la scena e teoricamente dispone di più alternative rispetto alla passata annata. Manca ancora qualcosina in termini di pieno rodaggio ma col passare delle settimane questa Segafredo non potrà far altro che crescere.

Milano dopo due anni di bastonate assortite ha riaperto la bacheca con la pallida latta della LBA. Un successo che fa morale e che dovrebbe nel breve periodo far dimenticare i tantissimi errori commessi in precedenza, non solo sul mercato. Certo, sbagliando si impara, ed a questo punto c'è da domandarsi se Davide Moretti non abbia capito di aver fatto un errore terribile ad accettare non tanto il contrattone meneghino ma la prospettiva di far parte del roster attivo dei biancorossi. Per migliorare ed accumulare la necessaria esperienza è fondamentale giocare e - ça va sans dire - sbagliare a profusione, senza che il supremo interesse di un risultato di club tarpi le ali ad un giovane. Invece finora Davide si è visto pochino, con un ruolo marginale, richiamato in panca ai primi errori. Nel biennio trevigiano l'ottimo Stefano Pillastrini gli concedeva spazio anche a costo di qualche sbaglio da matita blu purché crescesse: Pilla pagò quella scelta con lo 0-2 iniziale nei quarti playoff del 2017 contro la Fortitudo ma ciò contribuì alla maturazione del ragazzo. Resto convinto che il miglior modo per una società di investire nei giovani sia spedirli in prestito dove possano davvero aver minutaggio senza troppe preoccupazioni di classifica: sono curioso quindi di capire cosa farà in stagione Giordano Bortolani, già star a Biella in A2 ed ora chiamato al grande salto col prestito annuale a Brescia. Temo però che la politica cannibale di Milano che è già costata cara in chiave azzurra - ricordate i passaggi a vuoto di Fontecchio, Della Valle, Pascolo, Abass? - non preveda granché di buono.

Dietro le due big ci sono le solite due pretendenti al ruolo di sorpresa. Cioè Venezia, sempre più vecchia e legata al tiro da 3 oltre che alle lune di Stone e Daye, e la pazza Sassari di Pozzecco. "Squadra che vince non si cambia", hanno pensato in laguna: invece di far tesoro di quanto avvenuto lo scorso inverno con tutti i segnali d'allarme raccolti - Stone che fa una fesseria casalinga e diventa ingestibile, Daye primadonna senza freni, Bramos sempre più macchinoso e prevedibile, De Raffaele che senza la zona 3-2 fatica a far quadrare la difesa - si è preferito continuare con lo stesso identico gruppo, giubilando il solo Udanoh per inserire un Fotu più utile in post basso in Italia e pareggiando il conto degli italiani firmando D'Ercole che già faticava nella natia Pistoia e che ora più dello sparring partner in allenamento non è in grado di fare. Sassari invece ha cambiato molto, più per esigenze altrui che per reale convinzione. Tillman è la nuova attrazione principale della Dinamo in cui la cabina di regia italiana è ormai consolidata. Il cardinal Sardara, fallita l'operazione Torino, è riuscito a strappare la follia della bolla di Olbia in un resort già tacciato di essere un potenziale focolaio di infezione: potenza della politica sarda o semplice paraculaggine?

Poi vengono tutte le altre. C'è la Fortitudo di Meo Sacchetti che sta faticando non poco a trovare la quadra; c'è Reggio Emilia che forse ha fatto un affare con Antimo Martino ma che pecca ancora di ingenuità; c'è Cantù che è un cantiere aperto in cui i giovani come Pecchia e Procida avranno spazio nella corsa alla salvezza; c'è Trento che finora sopravvive sull'esperienza dello zoccolo duro in attesa che i nuovi americani capiscano come approcciare mentalmente il campionato italiano; c'è Cremona che sul fronte societario si è salvata quasi in extremis e ha costruito la squadra puntando molto sulla dimensione statunitense; c'è Varese che, caso più unico che raro, ha esonerato l'head coach in preseason affidandosi ad un debuttante di carattere; c'è Trieste che ha costruito un gruppo dinamico e decisamente adatto al gioco di Dalmasson ma che richiede uno stato di forma eccellente per rendere al massimo; c'è Pesaro che dopo le ristrettezze passate ha speso soldi veri su giocatori e tecnico di assoluto pedigree, sperando che bastino; c'è Brescia che con la nuova proprietà aspira ad un futuro da grande e che scommette sulla continuità tecnica di Esposito; c'è Brindisi che ha salutato di malavoglia gli americani che l'avevano portata in alto e che ora spera di non doverli rimpiangere; c'è Roma che è la prima candidata a retrocedere ma che è più attenta ad un'altra partita, quella fuori dal campo, per il futuro della società.

E c'è Treviso. Che ha iniziato male la Supercoppa e si è riscattata strada facendo, anche per demeriti altrui. Una Treviso costruita in economia, che ha perso per strada nomi di peso in campo ed anche ottimi ed entusiasti professionisti fuori dal campo. Una Treviso ancora aggrappata al talento di David Logan e che spera che quanto fatto possa bastare per evitare la discesa al piano di sotto, salutato con giubilo appena 15 mesi fa. Nel mezzo, per tutte o quasi, vige l'incertezza sulla presenza di pubblico, una voce che incide tra il 25 ed il 40% per i bilanci dei club. L'impossibilità di far cassa in estate tramite gli abbonamenti si sta traducendo nei primi mal di pancia autunnali, appena appena mitigati dalla prima timida apertura governativa. Certo, non saranno 700 spettatori a partita (quanti paganti, tolti sponsor e accrediti?) a salvare i conti della maggior parte delle società, ma è già qualcosa. L'obiettivo affatto nascosto è di graduale crescita per arrivare ad almeno 2mila persone a palazzo di media entro Natale per poi recuperare una parvenza di normalità nel girone di ritorno. Basterà a salvare il basket italiano nell'anno dei dubbi esistenziali?

sabato 5 settembre 2020

ANTICIPI, TRANSIZIONE E TIRO DA 3: IL SEGRETO DI PULCINELLA

 Zero a tre. A guardare i freddi numeri, la Supercoppa di Treviso Basket è da tragedia. Tre partite, tre sconfitte, due con scarti in doppia cifra. Che il torneo prestagionale inventato da LBA servisse giusto a calibrare la situazione di formazioni in gran parte nuove o profondamente rimaneggiate era cosa risaputa. Che TVB abbia scommesso pesantemente in costruzione della squadra su pochi elementi di talento completando il contorno con giocatori non di categoria era altrettanto lapalissiano. Ma non si era mai vista una squadra, seppur in precampionato, perdere nel modo in cui la Menetti Band ha regalato referto rosa e prima soddisfazione ad una Dolomiti Energia ostaggio delle lune delle sue guardie americane.



Partiamo da una considerazione semplice. Dopo un avvio disastroso, la De' Longhi pare trovare la quadra in una maniera elementare. Si pronuncia aggressività, si traduce in lavoro sporco sulle linee di passaggio: a suon di anticipi e transizione primaria o secondaria, TVB costruisce il suo vantaggio. Ma con un dettaglio fondamentale, cioè la percentuale ridicola al tiro da 3 di Trento che nel primo tempo tira sassate al ferro - 1/15 cioè 6,7%, neanche nei peggiori campi UISP o CSI nelle fredde serate di gennaio. Per poter sperare di esprimere una difesa efficace sulla palla senza ricorrere alla zona vera e propria è necessario sì che esterni e lunghi siano pronti ad intervenire in ogni momento leggendo le situazioni ma anche che, di fronte alla difficoltà di servire in area o negli angoli ali e centri, le guardie avversarie non riescano ad inquadrare il canestro da lontano.

Fino a quando le percentuali dall'arco dell'Aquila sono rimaste bassissime, tutto bene. Quando un certo Gary Browne, passaporto portoricano e passato da giramondo dei parquet, ha avvertito la possibilità di invertire il trend sparando con fiducia dai 6,75m e prendendosi falli e gite in lunetta, la musica è cambiata. Ed in quel frangente sono emersi i soliti difetti, ormai acclarati. Perché non serve avere un veterano come sesto uomo se a dispetto della nomea di tiratore si esibisce in un tiro al piccione persino su ripetute occasioni; perché è inutile insistere con un rookie che in difesa abbocca alle finte e che riesce a far qualcosa in attacco solo prendendo a spallate in penetrazione gli avversari; perché un play di 1,80m con le scarpe e che pesa (forse) 70 chili apre varchi in difesa se la sua unica opzione è tentare l'anticipo; perché se dietro la coppia di lunghi titolare c'è solo un onesto mestierante da A2 ed un volenteroso giovane (Chillo assente per dolore alle costole), ai primi problemi di falli in area gli avversari possono banchettare.

A girare la partita alla fine sono stati i tiri liberi, una vera e propria valanga, e l'8/9 da 3 di Trento nella ripresa. Sì, 8/9, cioè l'88% abbondante: neanche giocando alla Playstation. E dire che alla Dolomiti Energia mancavano anche un paio di americani piuttosto interessanti, altrimenti chissà cosa sarebbe successo. Ci si potrebbe forse consolare col fatto che ormai Mekowulu è una garanzia o che Akele sta dimostrando solidità nei due ruoli di ala. Troppo poco. L'obiettivo di questa De' Longhi è uno solo, la salvezza, un traguardo che oggi risulta assai arduo da raggiungere. Tolta l'incompleta ed assai malmessa Roma e forse le indebolite Cremona e Cantù c'è ben poco da stare allegri o sereni. A proposito di serenità, chissà se qualcuno ha raccontato a Max Menetti che un allenatore energico quanto lui, perfezionista come lui, sanguigno come lui ma meno religioso è stato licenziato nelle scorse ore, in piena preseason, per una divergenza di vedute con un veteranissimo fortemente cercato e voluto in sede di mercato. Cos'hanno in comune Luis Alberto Scola Balvoa e David Logan? Sono entrambi dei senatori, entrambi all'ultima stagione agonistica della propria carriera, entrambi con un ruolo di cambio di lusso in squadre da salvezza, entrambi con un ingaggio pesante. L'argentino ha fatto saltare la panchina di Caja, lo statunitense di passaporto polacco è da due anni e mezzo il talismano dello scaramantico tecnico reggiano. Funzionerà ancora?

PAGELLE: 

00# Russell - Quando segna i primi punti della sua squadra qualcuno deve aver dato un'occhiata al meteo per domattina per verificare non si arrivino nevicate in pianura o solleone da 30 gradi all'ombra sulle Dolomiti. La non-difesa su Browne nella ripresa e le solite transizioni verticali senza costrutto fanno tirare un sospiro di sollievo per le condizioni meteorologiche delle prossime 24 ore. VOTO 5,5

1# Logan - La foto della sua partita: metà terzo quarto, 46-55, recupera su Morgan e si arresta sull'arco per il tiro... SDENG! Rimbalzo miracoloso di Russell, di nuovo Logan in penetrazione per una lacrima fuori misura... altro rimbalzo offensivo, palla persa, contropiede rapido di Morgan che fa canestro e fallo. Da un veterano con quello stipendio ci si attende altro. VOTO 5

4# Cheese - Qualcosina fa, bisogna dargliene atto. La sorte lo assiste anche in un paio di occasioni in cui lancia la sfera verso il canestro e l'alitata divina fa il suo dovere premiandolo con due punti. Dovrebbe essere un collante difensivo ma continua ad abboccare alle finte come un ragazzino delle superiori e da ala piccola è semplicemente impresentabile. VOTO 5

8#Vildera - Lo ripetiamo, in A2 è un ottimo centro di complemento, ma in Serie A pare la copia barbuta di Lechthaler. Con la differenza che quest'ultimo per la sua squadra è il quinto-sesto lungo, utile solo per gli allenamenti, non un giocatore di rotazione. VOTO 5

9# Bartoli - La vera nota lieta della serata. Si impegna in difesa, recupera un pallone, segna nel pitturato. Meriterebbe anche un fischio amico quando Pascolo, scippato della sfera, lo atterra tenendolo per la spalla sinistra, ma la differenza di pedigree si nota subito. VOTO 6,5

12# Imbrò - Quando entra in campo al posto di un Russell fin troppo casinista si avvia il parziale di 20-0 della De' Longhi a cavallo della prima sirena. Una casualità? Purtroppo però non può né deve essere lui il play o la guardia titolare di questa squadra. VOTO 6

21# Mekowulu - Il tiro da 3 sugli scarichi sta diventando una piacevole costante che costringerà le difese a rispettarlo. Teoricamente questo dettaglio dovrebbe aprire l'area alle penetrazioni degli esterni ed al lavoro delle ali ma finora tutto ciò si è visto assai di rado. Il nigeriano resta la sorpresa positiva di questo precampionato ma continua a soffrire di solitudine là sotto. VOTO 6,5

30# Carroll - Finalmente in quintetto, forse più per l'assenza di Chillo che per reali condizioni fisiche, pare la copia americana del famoso Loris Batacchi: lo Spatolatore Folle più che fare colpo sulle ragazze rifà il bordo del ferro del palasport tridentino ammaccandolo da più posizioni. E non solo quando l'asfissiante marcatura avversaria lo costringe a tiri impossibili. VOTO 5,5

45# Akele - Esce per falli dopo aver provato in ogni modo ad aprirsi la via verso il canestro. Necessita ovviamente di essere servito nelle posizioni migliori per poter essere continuo ed efficace, altrimenti il montebellunese soffre. Gioca alla pari contro Pascolo e questo basta a regalargli la sufficienza. VOTO 6

Coach Menetti - Non si riesce a capire se i tagli backdoor siano scomparsi dal suo playbook in nome di una curiosa rinuncia tattica o se i suoi giocatori non abbiano capito come sfruttare appieno i raddoppi difensivi avversari facendo circolare la palla e liberando lo spazio con Akele e Mekowulu che si aprono ai 6 metri. La sua difesa si regge solo sull'anticipo, poi è notte fonda. Ok, oggi Roma è più debole e Cremona e Cantù paiono affatto irresistibili ma basterà per salvarsi? VOTO 5

giovedì 3 settembre 2020

SOLITUDINI E RIVINCITE

Rientrare al Palaverde dopo una lunga assenza deve aver giocato un brutto scherzo a Max Menetti. Voglio credere che la responsabilità di errori tecnici e tattici accumulati ieri sera sia attribuibile all'emozione del rimettere piede sul parquet amico esattamente a sette mesi di distanza dal precedente di campionato contro la Fortitudo. La solitudine della squadra, costretta a giocare senza il proprio pubblico e dunque priva di una spinta caratteriale utile a ridare fiducia nei momenti di difficoltà, è stata acuita da scelte ben poco comprensibili sul piano dei giochi e degli assetti.


A voler vedere il bicchiere mezzo pieno ci si può comunque consolare. Giocando a sprazzi e con un deciso tasso di inesperienza, questa Treviso Basket ha retto per 33 minuti il confronto con Venezia e ha rischiato all'ultimo di rovesciare l'inerzia della partita contro Trieste. Un match, quello di ieri sera, contraddistinto da pregevoli personalità - Akele e Mekowulu su tutti, anche Carroll quando potrà contare su una forma fisica decente - ma dalla drammatica assenza di una difesa davvero corale e di una gestione in campo efficace. L'esatto contrario dell'Allianz che non brillerà probabilmente in stagione regolare per prestazioni clamorose ma che ha costruito sulla solidità della cabina di regia e sulla concretezza in retroguardia le fondamenta di un gruppo già ben amalgamato. In questo ambito rientra Davide Alviti, ripudiato in estate da TVB con una strategia comunicativa rivedibile: il ciociaro la scorsa stagione era il decimo con poche prospettive di utilizzo a causa di un rapporto complicato col coach. Si diceva che Alviti avesse un carattere difficile, che non sapesse mettere palla a terra, non difendesse, non fosse capace di aiutare a rimbalzo e che l'unico suo pregio risiedesse nel saper capitalizzare gli scarichi sul perimetro dei compagni. Allora forse quello visto ieri in campo in una rotazione a 5 esterni (ohibò, la stessa di Treviso!) dev'essere il fratello gemello con una diversa pettinatura, perché il 44 in biancorosso ha dimostrato di poter mettere palla a terra, di non intristirsi se il tiro non entra, di saper difendere sull'uomo e di poter addirittura catturare 10 rimbalzi, di cui due in attacco. Possiamo dire che, in silenzio e nell'atmosfera surreale del Palaverde, Alviti si è preso una piccola rivincita.

Chissà se qualcuno ha iniziato a rimpiangerlo. Quel che è certo è che la coperta biancoceleste è lungi dall'essere quella di Linus e si sta rivelando anzi drammaticamente corta. Perché il ritardo di condizione di Carroll sta costringendo Akele a giocare da ala piccola in pianta stabile, facendo entrare il volenteroso ma poco avvezzo Chillo in starting five nel ruolo di ala grande. Ci si augura ovviamente che tale soluzione tattica, attualmente obbligata, non diventi una costante anche perché si è visto che Vildera non è Mr. Double-Double: le illusioni mestrine sono cadute, il pivot è un onesto mestierante da blocchi (anche sporchi) e poco più, non un animale da statistiche nel pitturato. Quindi occorre al più presto riportare Carroll in quintetto base, spostare Akele nel ruolo di 4 e sperare che Mekowulu non abbia problemi di falli.

Si risolve tutto così? Magari! Perché in realtà il reparto in cui si vive un reale dramma è quello delle guardie. Ieri il meno peggio della situazione è stato Imbrò, ordinato e pulito anche se poco appariscente, servito poco o nulla in attacco ma autore di giocate essenziali. Russell conferma di essere veloce e di avere un buon fiuto per l'assist ma in transizione non sa far altro che andare verso il ferro rischiando di incartarsi o di farsi recuperare, al tiro in azione è sempre un disastro e in difesa proprio non ce la fa - per dire, un Fernandez dalle ginocchia di cristallo lo ha massacrato creando moltissimo per i compagni e aprendo costanti vuoti sul lato debole e nei backdoor. La circolazione di palla sta facendo la differenza per le avversarie di TVB al pari della percentuale dall'arco: se Treviso vuole vincere deve sperare che l'altra squadra stia ben al di sotto del 30% dai 6,75m, altrimenti sono dolori.

La tragedia vera è in spot 2. Non ho capito se Logan stia digerendo male il ruolo di sesto uomo o se ormai con l'età ed un fisico non più adatto ai contatti evidenzi maggiormente le sue lacune tattiche. Fatto sta che dopo l'ovetto del Taliercio l'ex Avellino si è esibito in un primo quarto arrembante - a proposito, per chi era lo sguardo di sfida verso la tribuna dopo la bomba a filo della prima sirena? - ed un prosieguo da tragedia. Prendere o lasciare, David è questo. Sarebbe tollerabile se come titolare ci fosse un esempio di solidità ma il malcapitato Tyler Cheese, per gli amici sempre di più Salsa Alfredo, non ce la fa proprio. Il rookie ha la stessa voglia di fare di Chillo ma è ugualmente inutile: ieri 4 punti (1/4 al tiro, percorso netto in lunetta), un rimbalzo, 3 falli fatti, uno subito, -2 di valutazione in 15 minuti. Da guardia non offre pericolosità offensiva costante costringendo i compagni agli straordinari, da ala piccola fatica troppo in difesa e non trova quasi mai il primo passo per attaccare il ferro: a voler rivangare il recente passato, Lollo Uglietti faceva assai di meglio e non costava un visto extra. Il countdown verso un possibile taglio invernale è già partito e si raccolgono scommesse sulla data in cui la pazienza di coach e società si esaurirà.

Ma a voler essere pignoli c'è qualcosa di strano anche nelle scelte tattiche. Lasciando perdere l'idea deleteria di quintetti minuscoli con Russell-Imbrò-Logan sul perimetro che ricalca un canovaccio in cui al posto del minuscolo americano si prevedeva il ben più fisico Alj Nikolic sino a qualche mese fa, ha fatto inarcare più di un sopracciglio il fatto che il primo taglio backdoor sia arrivato ad inizio ultimo quarto con Carroll che ha evidenziato il punto debole della retroguardia alabardata. Possibile che nessuno si sia accorto prima che Mike Henry scivolava in ritardo in angolo e che l'adeguamento dei lunghi biancorossi giungeva per forza di cose in ritardo? Ancor più grave, l'unico capace di accorgersene è stato un esterno che è uno specialista del tiro pesante più che un penetratore... e questo fa capire come ci sia moltissimo da lavorare in casa trevigiana. Per fortuna al debutto in campionato mancano 24 giorni, per fortuna la maxi Supercoppa non vale nulla in termini salvezza, per fortuna c'è ancora tempo per capire cosa correggere e dove intervenire. A meno che non si voglia davvero dar fiducia a Cheese come cambio di guardie ed ali piccole e non si pensi di affrontare un campionato speculando sull'ottima forma fisica di tutti i nove elementi senior a roster. In tal caso sarà opportuno sperare nelle disgrazie altrui per non condannarsi ad un campionato di grandi sofferenze.

domenica 30 agosto 2020

Dica "Trentatré!"


Sarebbe bello se le partite di pallacanestro durassero meno di 40 minuti. Non voglio essere tacciato d'eresia ma sto soltanto esibendo in maniera grottesca il Menetti-Pensiero dopo il debutto della sua Treviso Basket in Supercoppa 2020. Posto che non capivo vent'anni fa l'esigenza ed il valore tecnico di una Supercoppa con tutte le squadre di A partecipanti e non la capisco nemmeno oggi che viene riproposta da LBA, in questa sorta di enorme torneo di preseason con latta in palio il massimo che si possa ricavare sono indicazioni sullo stato di forma dei singoli e sull'amalgama (parola-kryptonite per il tecnico reggiano) dei gruppi.


Ebbene, questa De' Longhi ad oggi ha circa 33 minuti di autonomia psicofisica. Meno dunque dei 40 canonici richiesti dal regolamento di gioco, non abbastanza per controbattere ad una Reyer che poggia sulla invidiabile continuità di un gruppo rodato e ben poco modificato  - leggi ingaggio di Isaac Fotu; D'Ercole serve giusto per la quota italiani. Certo, trentatré minuti di solidità nel pitturato, di rimbalzi, di circolazione di palla abbastanza costante non sono da disprezzare, specie se ci si ricorda che la TVB attuale è figlia di un mercato che doveva essere parzialmente conservativo ed invece ha visto restare solo tre elementi su dieci di cui soprattutto uno in forza dell'oneroso contratto in essere. La pesca in A2 almeno a giudicare da questa prima partita è stata non miracolosa ma proficua. Mekowulu avrà sì il problema dei falli (correggibile) ma anche a questi livelli può dire la sua; Vildera non farà sempre doppie-doppie ma se saprà fornire dieci minuti di qualità dietro al nigeriano potrà risultare utilissimo; Carroll si è presentato con un 3/3 dall'arco e con un animus pugnandi che fanno ben sperare.

"Fin qui, tutto bene" diceva il protagonista della greve barzelletta del film "L'Odio". Passiamo a quello che non va. Ovvero il reparto guardie in cui Imbrò sembra finalmente capace di spingere la transizione ma non può né deve essere il primo punto di riferimento. In cui un Russell molto volitivo nella costruzione del gioco ed a suo agio a spingere ad ogni ritmo deve assolutamente raddrizzare la mira per non essere battezzato dalle difese. In cui la coppia Logan-Cheese oggi come oggi rappresenta l'anello debole della catena biancoceleste. Magari a David i ferri del cupolone mestrino non piacciono, però lo 0/8 in cui si è esibito in questa prima gara di Supercoppa forzando addirittura soluzioni fuori da qualsiasi idea di schema fanno rabbrividire persino le guardie più spudoratamente egoiste dei campetti di periferia dove vale la legge "baea mia, baea finìa".

Quanto al Quattro Formaggi piovuto da Akron, Ohio, si può apprezzare la buona propensione ad appoggiare il playmaking di Russell ed a dare un po' di difesa sul perimetro. Ma nulla più, sperando che l'appena menzionata difesa non si trasformi in sciocchi falli sul tiro da 3 o in evitabili antisportivi. Il gioco si chiama pallacanestro, dunque si presume che si debba infilare quel pallone in un ferro appeso ad un tabellone a 305 centimetri d'altezza da terra. A Treviso si è già vista proprio vent'anni fa un'altra guardia col vizio di non guardare quasi mai il canestro: si chiamava Ismael Santos, specialista difensivo con facoltà di agire da regista aggiunto. Ma Santos non spendeva falli stupidi ed attorno aveva fior di bocche da fuoco da rifornire, da Marcus Brown a Naumoski (e prima ancora Edney e Brad Traina), quindi poteva davvero esimersi dal prendersi più di un paio di tiri a partita. Se però il quintetto di partenza prevede un play non esattamente tiratore, un'ala che gioca meglio in avvicinamento e che tira da 3 solo sugli scarichi e due centri atipici, o la guardia si costruisce gli spazi sul perimetro oppure rende sempre più prevedibile il rendimento offensivo della sua squadra.

Se la scelta tecnica dello starting five attuale è dettata dall'oggettivo ritardo di Carroll ad inserirsi - comprensibile visto l'arrivo ferragostano e la successiva quarantena - oltre che dalla volontà di spendere le energie residue di Logan nel suo ultimo anno da giocatore come sesto uomo, non ho invece ancora capito se il fatto che le guardie passino dietro il blocco del pick'n'roll sia figlio di una precisa politica difensiva o solo un reiterato errore. Se Venezia si è presa la bellezza di 28 tiri da 3 a fronte di 37 tentativi da 2, un motivo va ricercato anche in questo dettaglio che ha consentito nel momento decisivo a De Nicolao e Chappell di segnare i canestri che hanno avviato e chiuso il break di 15-2 nell'ultimo quarto, condito per il resto dall'espulsione di Cheese per somma di antisportivi. Qualora fosse una scelta precisa da parte dello staff, credo vada rivista almeno in presenza di avversarie così portate al tiro perimetrale; nel caso in cui invece sia stata una sfortunata negligenza, ci sarà tempo per correggere.

PAGELLE:

00# Russell - Veloce, razzente, ottima visione del gioco e padronanza dei ritmi. Insomma, un buon biglietto da visita da autentico playmaker confermato dai 5 assist smazzati. Lo 0/7 al tiro grida però vendetta ed urge porvi rimedio quanto prima. Voto 5,5

1# Logan - Evidentemente ha qualche problema con il Taliercio dove, dopo le prime due triple del derby dello scorso febbraio, non ha più azzeccato un tiro. Se il suo ruolo sarà quello di sesto uomo d'esperienza in uscita dalla panchina dovrà cambiare registro in fretta. Resta insoluto il dilemma: davvero dopo la sua fuga di marzo il contrattone non poteva essere stracciato? Voto 4

4# Cheese - Si impegna, è indubbio, ed è anche piuttosto disponibile. Ma quando abbocca alle finte di Tonut o spende malamente due antisportivi fa venire il sospetto che non sia una saporita Quattro Formaggi ma una orripilante Alfredo Sauce. Già candidato da alcuni al ruolo di "nuovo DeCosey" o di taglio sacrificale in casi estremi. Voto 4

8# Vildera - Ok, alcuni dei 5 rimbalzi offensivi catturati sono in realtà frutto di errori suoi o di alcuni compagni in situazioni di beata solitudine nel pitturato. Ma presentarsi con una doppia-doppia contro Watt e Fotu non è malaccio, specie se finora la Serie A la si è vista solo in televisione. Prestazione incoraggiante. Voto 6,5

12# Imbrò - Mano quasi sempre dolce, determinazione apprezzabile, resta il dubbio se non sia maggiormente efficace da guardia invece che da supporto alla regia. Comunque utile. Voto 6

15# Chillo - Ala forte titolare del maxiquintetto da precampionato, ruolo in cui patisce il dinamismo di Daye e Mazzola. Non ne azzecca una in attacco, in retroguardia fa poco. Invisibile. Voto 5

21# Mekowulu - Non spendesse due falli in pochi minuti ed il terzo appena rientrato in campo, forse meriterebbe di più. Intanto mostra un'apprezzabile intesa con Russell ed un bel gioco di gambe in post, abbastanza per procurare l'emicrania a Watt. Se questo è il biglietto da visita... Voto 7

30# Carroll - Parte dalla panchina e nei primi minuti sul parquet spara un 3/3 dall'arco. Fantascienza? All'intervallo è il miglior marcatore, poi cala causa caldo, stanchezza e conoscenza ancora perfettibile degli schemi. Poteva andar peggio. Voto 6,5

45# Akele - Da ala piccola non trova gli adeguati spazi e non possiede la sicurezza di Carroll per prendersi il tiro da lontano. Quando comincia a giocare in movimento, avvicinandosi al ferro, la musica cambia. Ha ancora parecchio lavoro da svolgere ma le premesse sono ottime. Voto 6,5

sabato 15 agosto 2020

FERRAGOSTO... BASKET MIO NON TI (RI)CONOSCO

Potete scommettere ad occhi chiusi. L'estate 2020 non passerà inosservata nei libri di Storia, né negli annali della pallacanestro italiana. Club, dirigenti, allenatori, giocatori, arbitri si stanno confrontando in vista di una ripresa di quello che è e resta lo sport più bello del mondo - scusate, per me la NBA resta un gradevolissimo circo atletico ma non uno sport - in un clima di continue incertezze. In effetti, chi sa davvero cosa accadrà? Nemmeno il Divino Otelma si azzarda a profetizzare qualcosa e possiamo ben capire il perché.

Pubblico sì, pubblico no, pubblico forse, pubblico domani, pubblico mai più. La prima incognita per tutti è proprio la presenza o meno degli spettatori alle partite. Fatico a comprendere ancor oggi il significato della riproposizione, a vent'anni esatti di distanza dall'ultimo tentativo, di una maxi-Supercoppa. La formula non piacque nel 2000, quando non c'erano pandemie in mezzo e le società erano quasi tutte in salute, probabilmente non piacerà oggi. Ancor di più perché l'avvio sarà certamente a porte chiuse - per il Girone D si sono inventati un'apposita "bolla" ad Olbia (potenza del solito cardinal Sardara) - e forse solo per le Final Four bolognesi nel baraccone della Fiera si potrà vedere qualcuno sugli spalti. Sperando ovviamente che non si replichi il deserto di Siena 2000, quando in un PalaSclavo ancor più brutto perché vuoto la Virtus Roma alzò quello che finora resta l'unico trofeo del ventennio a marchio Toti.

La crisi economica che ha accompagnato e contraddistinto la pandemia sta mietendo vittime in silenzio anche nel mondo della pallacanestro. Cremona e la solita Roma si sono salvate per il rotto della cuffia, quando tutto faceva presagire una fine ingloriosa; Treviso ha fatto mercato al ribasso preferendo mettere in sicurezza la società (scelta saggia) ma forse sbagliando qualche calcolo sulla reale forza del prossimo campionato LBA; Pistoia dopo due anni spesi ad arrancare sul fondo ha capito di non poter insistere e ha chiesto con coraggio ed onestà di tornare indietro; le offerte di ripescaggio sono state quasi tutte respinte, ché se già in tempi di normalità ordinaria è difficile raddoppiare il budget con appena una settimana di preavviso, figuriamoci in un periodo difficilissimo in cui prima di tutto vengono salute e difesa del posto di lavoro e poi, forse, lo sport. C'è stato anche il caso-Torino, che non mi è piaciuto nella gestione, nei modi ed anche nei personaggi, ma ne parlerò più avanti.

Notizia fresca degli ultimi giorni è l'arrivo del tanto auspicato credito d'imposta sulle sponsorizzazioni. Un palliativo in realtà, perché se sarà utile per alcune società di medio-grande levatura, non inciderà granché su tutto quello sport di base che costituisce le radici che ancorano al terreno della società e del quotidiano le eccellenze superiori. Chiariamoci: il Comitato 4.0 ha svolto il lavoro di moral suasion cui era deputato e va bene così, ma non si può far finta di non vedere che scendendo di categoria e spostandoci nei meandri più oscuri ma non per questo inesistenti la pallacanestro italica soffre una cronica mancanza di risorse acuita dalla mancanza del substrato economico dei furbetti. Perché parliamoci francamente, se non vi fossero stati dei vantaggi fiscali e la possibilità di riciclare o di produrre voci di bilancio farlocche, non ci sarebbero state grosse convenienze da quarant'anni in qua a sponsorizzare il club minore, la scuola basket di quartiere, una Serie D o C ed a volte persino B.

Il denaro da sempre muove il mondo, ahinoi. A volte è vero, a volte è falso, a volte è virtuale. Talvolta è italianissimo, talvolta arriva da lontano. "Senza soldi non si cantano messe", ripeteva un conosciutissimo prelato lituan-americano di Cicero, Illinois. Come dargli torto? Però è anche vero che in nome del vil denaro se ne sono viste di tutti i colori, anche nel nostro piccolo infelice mondo a spicchi. Prendiamo Torino: società nuova di zecca con colori gialloblu a recuperare la tradizione, ma nulla a che vedere con l'Auxilium, già Auxilium CUS, già PMS. Ed ovviamente nulla da spartire con l'unica vera Auxilium, quella archiviata con qualche comprensibile lacrima una dozzina d'anni fa quando fu lanciato il progetto Moncalieri-SanMauro. Il deus ex machina dell'attuale soggetto è il noto Stefano Sardara, abilissimo manager che ha portato una Dinamo inizialmente senza sponsor in A a raggranellare fior di risorse, a vincere trofei e ad affermarsi come modello di business regionale correlato allo sport. Ma quando si sono spalancate le porte del ripescaggio sono emerse le magagne. Perché anche chiudendo gli occhi sul fatto che questo Basket Torino ha avuto una deroga per spostare sotto la Mole dopo meno di tre anni il diritto sportivo già di Cagliari e prima ancora acquistato dalla scomparsa Ferentino, resta pur sempre la creatura di un proprietario che è già titolare di altro club in Serie A. Mi ha un po' disgustato il teatrino di luglio sui soci-ombra che avrebbero dovuto rilevare parte del pacchetto azionario, forse tutto, magari dopo, chi lo sa. Quando è emerso il nome di Ergin Ataman ho avuto un sussulto, pensando ad una possibile proprietà turca: il marchio Beko non ha lasciato buoni ricordi, ECA inizia a soffrire la predominanza di sponsor turchi che chissà se pagano, il Fener ha appena ridimensionato dopo due anni di continui sussurri relativi a stipendi puntualmente in ritardo e la stessa economia anatolica è in crisi profonda da tre anni. Insomma, le premesse non mi suonano rassicuranti. Per il momento l'operazione ottomana è congelata, Torino resta in A2 in attesa di capire se potrà salire con le proprie forze e passare il tutto alle manone di Ataman. Un dato di fatto storico è sicuramente scoraggiante: dalla strana coppia Caputo-Bryant a Gerasimenko passando per gli improbabili Mr. Williams e Fortune di Caserta, le proprietà straniere non hanno mai portato liete novelle alla nostra pallacanestro.

Ho appena nominato Caserta e mi dispiace dover chiudere questo intervento parlando di nuovo dello SC JuveCaserta. Che non è lo storico Sporting Club Juventus, morto nel 1998, ma che stando alla FIBA ha una continuità evidente con la JuveCaserta Basket esclusa dalla Serie A tre anni fa. Un pasticcio davvero brutto quello inscenato all'ombra della Reggia. Ho ancora negli occhi e nelle orecchie la patetica conferenza stampa di fine luglio 2017 quando la proprietà bianconera cercò di addossare le proprie colpe a Federazione, Lega, ComTeC, Cremona, Bergamo, giornalisti, tifosi, Club Bilderberg, Trilateral, SPECTRE, Quantum e forse pure alla Banda Bassotti. L'acquisizione di Venafro, il coinvolgimento anche se marginale di un Maggiò ed una nuova ripartenza potevano costituire una pietra d'appoggio per una piazza troppo bistrattata ed abituata alle amarezze per poter mantenere sempre accesa la fiammella della passione. Invece è vero che il lupo perde il pelo ma non il vizio: basti pensare al caso di Isaiah Swann, funambolico americano ingaggiato dodici mesi fa ed infortunatosi gravemente in uno dei primi allenamenti, che non ha ricevuto un centesimo di quanto pattuito, nemmeno le cure mediche. Quando la moglie, esasperata, si sfogò nei social, si alzarono i peana dei talebani che pensavano di dover difendere a spada tratta una società davvero differente (soprattutto nei modi) dal passato. Invece non è cambiato nulla e Fedro ha avuto nuovamente ragione: "In principatu commutando saepius...". Ora Caserta è di nuovo al tappeto, con illusioni ed illusionisti pronti a vendere un qualcosa di irreale. La soluzione è una sola: capire che il sogno Juve è finito nel 1998 dopo l'apice dello scudetto e qualche difficile stagione in A2, che rimestare un fantasma non è salutare né consigliabile, che per fare sport occorrono solidità e trasparenza. Anche a costo di ripartire dalla Promozione, dalle palestre delle scuole, dalle partite tra amatori. Ma con un progetto chiaro e con grande senso di responsabilità.

giovedì 7 maggio 2020

Parola di Zmago

In un periodo di grandi ovvietà, di poche idee, di sommi autoincensamenti (non uso un altro termine più comune ma volgare per puro rispetto) e di bugie a iosa a beneficio del popolino, una voce si leva. Anzi, si eleva. Quella di un allenatore sloveno conosciuto per i suoi metodi di lavoro estremamente duri e per la capacità di scoprire e lanciare grandi talenti. Parlo di Zmago Sagadin, santone della panchina, autore dei successi dell'Olimpija Ljubljana, uomo per le cui mani sono passati parecchi campioni che abbiamo ammirato anche dalle nostre parti oltre che in Eurolega.



Cosa dice Sagadin? Lo potete leggere qui. Ma voglio sviscerare alcuni dei concetti espressi dal coach per riflettere sulla situazione di casa nostra.


  •  Il rapporto FIBA-EL-NBA. Pacifico che la situazione non sia utile a nessuno, che le tre realtà ormai viaggino su binari paralleli ignorandosi se non guardandosi con aperta ostilità. Commercialmente parlando, la guerra europea non ha portato grandi benefici né internamente né nei rapporti con gli USA. Sul fronte delle Nazionali, è un disastro. Sagadin si spinge anche un po' più in là, afferma che le qualificazioni a Mondiali ed Europei con la nuova formula delle finestre di novembre e febbraio è irregolare: parole forti che però confermano un principio di base fallato. Non poter competere al meglio delle proprie forze viola il principio di equità che dovrebbe essere alla base dello sport. E poi: davvero l'allargamento dei Mondiali, gli slittamenti degli Europei e le qualificazioni hanno portato beneficio? Sono parecchio scettico su tutto ciò, specie dopo aver visto il basso livello di basket espresso in campo nella strada verso i Mondiali.

  • I buyout. Mentre in Italia ancora ci si dibatte sul tema dei dannosissimi parametri NAS che finora non hanno apportato nulla se non soldi in cassa a matrigna FIP, chi si è visto depredare di campioni in rampa di lancio in direzione dorato-mondo-con-l'effige-di-Jerry-West mastica amaro. Non si tratta più di liberismo economico ma di posizioni di forza e di debolezza: i giocatori vogliono la NBA, le franchigie sfruttano le regole a proprio favore e i club europei se non si premuniscono perdono un giovane di talento in cambio di 500mila dollari. Che non sono da buttare ma che non consentono certo di generare un sistema virtuoso. La formazione di un giovane richiede tempo, fatica ed investimenti: se non si rende premiante il lavoro di un allenatore spingendolo a dare il massimo tra reclutamento, insegnamento ed aggiornamento, cosa si pensa di fare? E qui torno entro le mura di casa nostra: della cifra di un parametro incassato per un tesseramento, quanto va in tasca all'allenatore che ha formato il giocatore? Nulla. Ed allora non è meglio abolirli, questi NAS, ed introdurre la possibilità di premi di produzione per gli allenatori e di buyout con minimali e massimali per i club, categoria per categoria, al fine di consentire una vera filiera sostenibile?

  • Lo sviluppo dei giocatori. Dice Sagadin che prendere giocatori da fuori, già pronti, è più conveniente che investire nei giovani. Sacrosanta verità, Monsieur de la Palice! E se lo dice uno sloveno, esponente di una Nazione ancora giovane e che con un serbatoio ridottissimo (2 milioni appena di abitanti) eppur capace di far emergere fior di campioni, cosa dovremmo dire noi, che non riusciamo a cavare il sangue da una rapa neanche pregando e che siamo erroneamente convinti che l'allineamento planetario delle annate 1985 (Bargnani), 1986 (Belinelli), 1987 (Datome) e 1988 (Gallinari) sia stata la regola e non una magnifica eccezione? Leggo del progetto "Club Italia" mutuato dalla pallavolo e da realizzarsi a Cremona mentre al contempo la FIP insiste sui campionati giovanili per le società di Serie A. Evidentemente a lorsignori non è bastato aver fatto una stupidaggine immane quando si è portato in pari le annate giovanili creando prolungamenti inutili delle juniores. Un ragazzo se è capace e se ha voglia può andare in campo con i senior già a 18 anni: magari prenderà qualche sana badilata sui denti ma crescerà e maturerà molto di più in tal modo piuttosto che facendo il campioncino nella riserva indiana del campionato giovanile. Evidentemente anche in questo caso gli esempi del recente passato (qualcuno ha pronunciato il nome di Andrea La Torre?) non hanno insegnato nulla. Con il passaggio della pandemia siamo stati tutti costretti a rivedere parte della nostra quotidianità ed anche lo sport dovrà ripensare a come gestirsi. Quindi mi e vi chiedo: invece di un Club Italia e di tanti campionati giovanili, perché non riportare le società a costruirsi in casa i giocatori limitando gli stranieri e scommettendo sulla crescita dei nostri ragazzi? Se la vostra risposta riguarda una presunta perdita di competitività delle nostre squadre in Europa, potete sempre citofonare a Sagadin: magari vi ricorderà che la sua Olimpija nel 1994 vinse la Coppa Europa con in campo dieci sloveni, un serbo ed un russo... come dire, dieci italiani, uno spagnolo ed un americano.

  • Per oggi è tutto. Riflettete, se volete. Altrimenti aspettate la prossima intemerata di Giannino er laziale o il prossimo annuncio di un club che dichiara bancarotta. Di questi tempi, non ci sono altre notizie d'altronde.

    venerdì 10 aprile 2020

    Promossi, bocciati, rimandati

    Proseguiamo con i bilanci stagionali. Stavolta parliamo di personaggi tra campo, panchina e scrivania in questa singolare stagione monca nei campionati nazionali.

    PROMOSSI


    Sasha Djordjevic
    Qualcuno non aveva gradito la modalità del suo ritorno su una panchina italiana un anno fa, scalzando l'incolpevole Sacripanti. Ma il buon Aleksandar ha dimostrato con i fatti di non essere un raccomandato, né un semplice motivatore disegnando una squadra quadrata e divertente al tempo stesso. Certo, aver sbagliato la partita dei quarti di Coppa Italia è un bel difetto ma la perfezione non è di questo mondo

    Stefano Sardara
    Il suo sorriso sornione spesso nasconde trame mefistofeliche. In dodici mesi ha rispolverato un matto da panchina come Pozzecco, ha incamerato due trofei, si è preso il merito di non aver fatto morire la piazza di Torino con il trasloco della sua Dinamo Lab e ha completato il golpe interno alla LBA estromettendo Bianchi che non gli piaceva insediando un nuovo presidente operativo. Vittoria su tutta la linea. Ed in campionato la sua Sassari pareva la contendente numero uno della Virtus. Scusate se è poco.

    Massimo Cancellieri-Massimo Bulleri
    Trasformare Ravenna da modesta piazza di media A2 in capolista del girone Est in cui storicamente si annidano le pretendenti più pericolose alla promozione (tre anche questa volta con Udine, Verona e Forlì) non era cosa semplice. Il duo in panchina ci è riuscito e dispiace davvero non averne avuto riprova nei playoff. Da segnalare che Ravenna aveva pure ottenuto le Finali di Coppa LNP prima della chiusura anticipata: chissà se ci sarà un seguito...

    RBR
    Per chi non lo sapesse, è l'acronimo di Rinascita Basket Rimini. Che in origine, appena un paio d'anni fa, era "Rivogliamo il Basket a Rimini", un'iniziativa di tifosi stufi della gestione fin troppo minimal marchiata Big Luciano e desiderosi di dare una scossa ad una piazza storica. Con una poderosa unione d'intenti quello che era stata bollato come una specie di mal di pancia collettivo è diventato un club che prima ha conquistato sul campo la Serie B e che stava giocando in maniera gagliarda con chances di concorrere per un altro salto di categoria. Tra l'altro, cosa di non poco conto, riportando la gente al "Flaminio". A dimostrazione che il basket è passione viscerale senza conoscere categoria. 

    Rucker SanVe
    Altra realtà di B che si è ritagliata uno spazio importante, issandosi al secondo posto del Girone B e dimostrando una discreta solidità. Merito della mano di Marco Mian e della dirigenza che con le giuste risorse e senza fare proclami ha mosso i giusti passi. Guardando il roster si ritrovano poi tre pedine chiave della TVB delle origini: come ai bei tempi del Natatorio in campo ci sono Edo Rossetto, il guerriero Dorde Malbasa e Jack Vedovato, ragazzi che hanno trovato una dimensione precisa divertendosi e facendo divertire.


    RIMANDATI


    Umberto Gandini
    Appena insediato, il neo presidente di LBA si è ritrovato a dover gestire il più bollente dei tuberi, mediando tante posizioni diverse per alla fine giungere alla conclusione nota a tutti ed immaginabile già un mese fa. A lui ora spetta un lavoro ingrato, cioè cercare di tenere in piedi la baracca finché non si saprà come e quando ripartire. Nell'attesa occorrerà mediare con la GIBA per un taglio degli stipendi che non piace ai giocatori ma è condizione necessaria per la sopravvivenza dei club. E magari capire se ci sarà spazio di manovra a livello legislativo per una revisione della Legge 91 che soffoca il basket da 25 anni senza portare benefici. E se si tornasse al dilettantismo?

    Federico Perego
    Non è tutta colpa sua. Il materiale messogli a disposizione da Pesaro era di un livello non eccelso, anche se ci fosse stato lo squalificato DeJuan Blair. A finire nel tritacarne alla fine è stato questo tecnico ancora giovane e che era tornato in Italia per provare a dare una svolta alla carriera dimostrando di poter fare qualcosa di buono anche da capoallenatore in condizioni di estrema difficoltà. Non ci è riuscito ma credo che meriti una seconda possibilità. Magari ancora lontano dall'Italia dove, si sa, la pazienza media dei club è davvero poca.

    Pietro Basciano
    Nel 2014 fece il golpe contro la Bragaglio con la scusa di una gestione deficitaria della nuova LNP allargata (all'epoca c'era pure la C) e raccolse consensi. Dopo poco più di cinque anni la crisi ha spaccato i club di A2 e ha provocato fessure anche in B. Qualcuno contesta il presidente e la sua gestione dell'emergenza e non è escluso che alla ripartenza, quando avverrà, qualcosa possa cambiare. Anche perché perse nel giro di un paio di anni le grandi piazze propulsive, il rischio per LNP è quello di un interesse scemante.


    BOCCIATI


    Gianni Petrucci
    Il Moloch stavolta potrebbe essere davvero ad un punto di svolta. Perché dopo anni ed anni di mugugni, stavolta le società sono davanti ad un bivio deciso: cambiare o sparire. E il presidentissimo, finora immune a scandali e proteste, sa che il tempo delle dichiarazioni di facciata è finito. Se non ci si muove per tempo si rischia di distruggere tutto in breve tempo. Come uscirne? Prestando ascolto in maniera convinta alle istanze che arrivano in via Vitorchiano. O così, o non ci sarà futuro per nessuno.

    Ettore Messina
    Milano l'ha voluto, inseguito, firmato, assecondato. Ma dopo anni di assistentato in NBA ed investito di un doppio ruolo tra campo e scrivania, il fiero Ettore ha toppato. Perché in Italia visti e tesseramenti sono contati, le partite sono tutte importanti (in America delle 82 di regular season contano davvero 8-9 confronti, il resto è spettacolo) e non si possono commettere errori nelle scelte e nelle strategie. Gli infortuni non l'hanno aiutato - un suo collega come Menetti cosa dovrebbe dire? - però quando si dispone di un budget di 30 milioni di euro con piena carta bianca sul fronte operativo non ci si può nascondere dietro un dito.

    Julyan Stone
    Quando il giocatore fondamentale della tua squadra fa una fesseria fuori dal campo e mette nei guai tutto il tuo sistema, hai due possibilità. La prima è metterlo fuori rosa, cercare un'alternativa (non c'è, almeno non è disponibile) e dargli il benservito. La seconda è aspettare che si calmi e che torni un po' in sé. Venezia ha optato per la seconda strada e finora, Coppa Italia a parte, non ha avuto granché ragione. Una cosa è certa: erano anni che non si vedeva un tale insieme di talento, fisico ed assoluta sregolatezza. Da un professionista ci si aspetterebbe ben altro, specie tenendo conto che senza di lui in difesa la sua squadra è scoperta al massimo.

    Juve Caserta
    Ci risiamo. Il club bianconero è rinato dalle ceneri e tornato da poco più di un anno sui campi e si ripresentano i vecchi problemi. La vicenda Swann evidenzia un malcostume mai messo da parte. E non si capisce dove si voglia andare di questo passo. Anche perché il padrone del vapore è sempre lo stesso di tre anni fa, quando scavò la fossa alla sua società con le proprie mani cercando le furbate e facendosi pizzicare in un modo così plateale da farsi cacciare a pedate dalla Serie A difesa sul campo con grinta e merito dai giocatori. A quando un netto cambio di registro?