lunedì 4 aprile 2022

Giornalisti e giornalai

Ogni volta in cui il Signor Nessuno, archetipo del cittadino medio che nell'era dell'internet facile crede di avere accesso allo scibile intero, mi attribuisce l'etichetta di "giornalaio", mi scappa un sorriso. Prima di tutto perché non ha evidentemente idea di cosa significhi vendere, men che meno nell'ambito dell'informazione. Poi perché se crede che la nomea di giornalaio possa ritenersi un insulto, dovrebbe prima di tutto rivedere la propria scala valori. Infine perché la categoria degli edicolanti, anch'essa preda della grave crisi dell'editoria, merita solamente rispetto per i gravi sacrifici sostenuti a favore di un popolo che legge sempre meno e che al contempo è sempre più saccente, supponente, ignorante rasentando in certi casi l'analfabetismo funzionale o quello vero e proprio.

Esaurita la doverosa premessa, passo al nocciolo della questione. In troppi, oggi, si improvvisano giornalisti. E sempre per la solita, assurda credenza della facilità di reperire informazioni e della semplicità di divulgazione. Peccato che la stragrande maggioranza dei critici - "è più semplice criticare che fare", ripete un vecchio proverbio - non abbia la minima idea di cosa sia un codice deontologico o una Carta dei Doveri o un Glossario. Ciò nonostante, chiunque si sente autorizzato a criticare abbandonando a volte i freni inibitori o pensando di poter insegnare ad altri a compiere un mestiere che prevede regole rigide ed una adeguata preparazione.

Da anni leggo questa invettiva ("giornalai") riferita tanto al sottoscritto quanto ai colleghi che, secondo il Signor Nessuno di turno, non farebbero adeguatamente il loro dovere. Che è informare e non alimentare i bassi appetiti del popolino quanto a curiosità o sete di sputtanamento pubblico. Da quando poi le conferenza stampa hanno smesso di essere tali perché coperte dai cosiddetti new media che ampliano la platea ben oltre gli addetti ai lavori, l'invettiva si ripete e si moltiplica. Al Signor Nessuno ed ai suoi tanti cloni dunque spiego qualcosa di basilare: la conferenza stampa smette di essere tale quando è aperta a chiunque, quando esiste un pubblico (anche virtuale) che pretende di partecipare con commenti, suggerimenti, critiche. A quel punto è uno show. Ed in uno show, prevale l'attore ovvero chi è capace di indossare i panni del protagonista di una commedia o di una tragedia, immedesimandosi alla perfezione e recitando un ruolo. Non è nulla di autentico, quindi è inutile fare domande incalzanti poiché una risposta mai ci sarà, perché chi è abituato a recitare su un palcoscenico o davanti ad una telecamera saprà come reagire per scansare il pericolo e mostrarsi sempre in pieno controllo della situazione. 

Chiudendo e rivolgendomi ai Signori Nessuno che abusano del termine "giornalai" pensando di arrecare un'offesa ad una categoria, mi concedo un'unica reazione. Una risata liberatoria. Perché se è vero che nulla è più potente ed incontrollabile dello sberleffo, è altrettanto vero che ridere è il miglior modo per reagire a delle critiche assurde provenienti da profani della materia. E se i Signori Nessuno vogliono davvero cimentarsi con la professione, possono accomodarsi seguendo le regole: gavetta, praticantato duro, Esame di Stato scritto ed orale. Solo allora potranno criticare con pieno senno e conoscenza della materia. E posso garantire loro che allora non solo io non riderò più, ma nemmeno loro proveranno ad avventurarsi in arditi parallelismi tra professionisti dell'informazione e commercianti.

domenica 3 aprile 2022

Si salvi chi può!

Manca poco. Pochissimo. Quasi nulla. A cosa? Ma al ritorno in A2 di Treviso Basket. E nemmeno a tre anni dalla notte di Capo d'Orlando che doveva costituire un nuovo punto di partenza e che invece, oggi, appare come l'inizio del periodo più contraddittorio della storia di un club che non ha ancora compiuto il proprio decimo anno di esistenza. Come si è giunti a ciò? Passare dall'esaltazione della piazza per la Serie A ritrovata e successivamente per il ritorno in Europa sino alla desolazione totale di risultati pessimi, di giocatori svogliati, di un allenatore che ha perso il contatto con lo spogliatoio, di una società che non riesce ad intervenire per correggere la rotta?

Ci sarà sicuramente tempo per i processi, tanto che accada l'imponderabile (leggi: salvezza contro ogni pronostico), quanto che la retrocessione oggi teorica diventi realtà assoluta ed assodata. Nel frattempo però sarebbe utile raccogliere i segnali inviati da questo 2022 finora così infausto per TvB. Le vittorie in campionato nell'anno solare sono solamente tre - a Pesaro al supplementare, in casa ed in maniera rocambolesca con Tortona e Trento - più i due referti rosa del play-in di BCL. Cinque successi a fronte di... quante sconfitte? Sette in LBA (e manca sempre il recupero con Milano...), sei su sei nel girone europeo. Bilancio finale, 5-13. Un ruolino da ultima della classe o quasi. 

Qualcuno potrebbe obiettare che, in tutto ciò, andrebbe conteggiata l'infezione da Covid-19 che ha decimato la squadra a gennaio condizionandone il rendimento successivo. Ma davvero si può attribuire al solo virus l'origine dei mali di questa squadra? Sarebbe miope farlo, per quanto una colpa la pandemia ce l'ha di sicuro: quella di aver ritardato delle valutazioni che altrimenti sarebbero state prese tempo prima. Ad esempio su Henry Sims: firmato con un contratto a ribasso in estate puntando sulla voglia (o presunta tale) di riscatto del giocatore dopo delle esperienze tutt'altro che positive, ci si è accorti in ritardo che in realtà il pivot questo è. Cioè un elemento condizionante in attacco, nullo in difesa, dalle buone statistiche personali ma troppo ondivago, troppo distratto, troppo incostante. Insomma, un ottimo centro per la A2 (che difatti giocò con Roma, con buoni risultati) ma un lusso difficilmente sostenibile in una Serie A con due retrocessione a stagione. Men che meno in una squadra da doppio impegno settimanale.

Il fatto che un lungo meno appariscente ma più concreto difensivamente di Sims fosse necessario, lo si è capito a fine febbraio, poco prima della gara casalinga malamente persa con la Fortitudo. Quella partita ha segnato il contrappasso per le due realtà: i bolognesi da allora hanno ricominciato a giocare ed a vincere, legittimando le possibilità di salvezza; al contrario Treviso è crollata non riuscendo nemmeno ad ottenere i pochi punti utili alla salvezza da raggranellare contro avversarie alla portata. Ma le colpe non sono solamente di Sims o del mancato arrivo di Derek Cooke o successivamente del paradosso Kuzminskas - giocatore convinto, contratto pronto, club russo che rifiuta di liberarlo gratis. I problemi sono nati la scorsa estate quando si sono compiute delle scelte troppo azzardate per non dire completamente errate.

Vogliamo fare un elenco? Partiamo dalla conferma di Russell. Play veloce, in crescita di rendimento (a fine stagione scorsa), con margini grazie alla conoscenza maturata nel nostro campionato. Ma condizionante perché fisicamente incapace di tenere la maggior parte dei pariruolo, figurarsi in situazioni di cambio sistematico dove spesso e volentieri finisce accoppiato ad un lungo spalle a canestro che se lo divora in un boccone. Poi, la scelta di Sokolowski come leader in tutto e per tutto: il polacco è intelligente, sa fare tante cose utili ma non è mai stato né sarà mai un protagonista assoluto, non gli si può chiedere di giocare più ruoli, aiutare a rimbalzo e nel playmaking, di difendere su piccoli e lunghi, di mantenersi lucido e di segnare caterve di punti tutto assieme. Passiamo poi a Dimsa, giocatore con stipendio quasi da Eurolega (prestito Zalgiris, d'altronde) che in confronto all'ancor più pagato Logan doveva offrire identica capacità offensiva, possibilità di inventare dal palleggio, maggiore freschezza atletica, possibilità di giocare due o tre ruoli, un minimo di difesa... invece si è assistito al trionfo dell'incostanza, della partita da cecchino seguita da due o tre prestazioni impalpabili, oltre alla conferma di come il lituano sia una guardia purissima che non sa appoggiare il play e che da 3 tattico è un buco nero.

Non basta? Ed allora ecco altri prestiti. Quello di Bortolani poteva avere un senso con una filosofia identica a quella adottata con Moretti nel 2016/17, ossia un giovane da valorizzare in una singola stagione: come il figlio di Paolo, anche il siciliano non sa cosa sia la difesa, quindi l'unico modo per sfruttarlo appieno sarebbe costruirgli un quintetto difensivo che ne mascheri le lacune. Il mai abbastanza rimpianto Pillastrini inventò un quintetto con due esterni fisicamente forti (Fantinelli ed il tandem DeCosey-Perl), più un 4 poco atletico ma di stazza importante ed un doppio pivot che combinasse centimetri e teorica intimidazione con l'esperienza ed i muscoli. La stessa cosa si doveva fare appunto con Bortolani ma è apparso chiaro sin da subito che non potesse giocare in una formazione il cui asse play-pivot era composto da una coppia da abbonamento al Telepass Family. C'era anche l'accordo (addirittura biennale, follia!) con Casarin jr., un casinista senza ruolo preciso, il predestinato al taglio invernale giunto come una benedizione invocata da tutti entro Capodanno. Peccato che il suo sostituto a basso budget, Jurkatamm, si sia fatto male dopo pochissimo, troppo in fretta per esprimere un giudizio completo. Senza dimenticare il fatto che giocare una Coppa con un 5+5 a rotazioni ridotte poi a 8 è da suicidio - evidentemente la strategia "botte piena+moglie ubriaca" non riesce ad oltrepassare i limiti autoimposti di inseguire un premio italiani che, ironia della sorte, verrebbe cancellato in caso di retrocessione.

In questo quadro inseriamo lo smarrimento di un tecnico che ha perso la bussola e che, tra febbraio e marzo, ha pure rimediato delle sonore scoppole nei punteggi. Ormai è chiaro che la squadra non segue Max Menetti il quale non riesce proprio ad invertire i trend negativi in corsa. Lo si è visto troppe volte nelle ultime settimane per pensare che sia un caso, così come è evidente che le vittorie episodiche con Derthona e Trento siano state frutto di autogestione di un gruppo che ha poche teste pensanti (Imbrò e Sokolowski) e qualche apprezzabile lottatore a basso costo (Chillo e Jones). Facendo una somma complessiva, ce n'è abbastanza per preoccuparsi. Ed il quadro peggiora alla luce di quel che si è visto contro Napoli: i 3 punti in un quarto - nemmeno in CSI! Detto da chi, in CSI, ha giocato sino a qualche anno fa - ma anche la prima, sonora contestazione del pubblico e persino i mal di pancia evidenti dei consorziati. Il rischio più grave è che una retrocessione in A2 possa bruciare tutto il lavoro svolto sinora, già comunque minato da qualche scelta discutibile come dimostrato dall'ultima campagna abbonamenti e dalla difficile transizione nell'epoca post pandemia. Scendere di categoria da un lato libererebbe il club dai pochi contratti per la prossima stagione (cioè Sokolowski e Menetti), ma dall'altro sarebbe uno shock profondo. Prima di tutto per il pubblico, ridottosi nei numeri e nella passione in questi ultimi due anni; poi nel Consorzio, dove il malumore serpeggia al punto da non escludere uscite di soci; infine tra i ranghi della società, in cui i risultati odierni comporteranno per forza di cose a rivedere più di un dettaglio.

Qualche giorno fa, chiacchierando con un collega di lungo corso quale Stefano Valenti, si valutavano le conseguenze di una eventuale retrocessione di Treviso Basket. Scherzando, si diceva che una delle poche note positive sarebbe stata la riproposizione nello streaming LNP di un paio di voci a commento delle partite scomparse dal radar con il passaggio al piano superiore ed al pacchetto obbligato Eurosport/Discovery+. Ho la vaga impressione che, con questo andazzo, tra qualche mese dovrò scaldare l'ugola oltre che sottoscrivere nuovamente il contratto con LNP Pass. E di certo non per diletto o per battuta.

domenica 27 marzo 2022

Questioni di (dado) STAR

Per chi non lo conoscesse, Don Zauker è l'esorcista molto particolare nato dalle menti e dalle matite del duo Pagani-Caluri (alias, I Paguri) per "Il Vernacoliere". Sboccato, misantropo, armato fino ai denti, tatuato, sessuomane e cleptomane, incarnazione dei peggiori vizi dell'umanità a dispetto della tonaca indossata, Don Zauker è divenuto celebre per i modi spicci, per le trovate geniali, per la sua dissacrante modalità di approccio tanto alla teologia quanto alle questioni quotidiane. E pure per aver dato ad un famoso ritrovato culinario italiano, il dado da brodo, una nuova funzione: quella di caramella. "Non provoca carie, dà energia e lascia in bocca un gradevole sapore di bollito", dice il nostro al malcapitato di turno che reagisce disgustato all'offerta. 

Per quanto Don Zauker preferisca la marca Knorr (già oggetto degli sberleffi di Nino Pellacani con la sua maglietta "Odio Il Brodo", adorata ed utilizzata anche dal compianto Freak Antoni), se si parla di dado alimentare non si può certo dimenticare l'altro grande brand del settore, la STAR. E qui termina il gustoso preambolo fumettistico per calarci nella triste realtà fattuale. Una realtà fatta di scelte tecniche e tattiche e di decisioni prese con un certo ritardo. Non è ancora possibile stabilire se saranno utili al caso ma un dato è certo: esse segnano la bocciatura definitiva di un progetto mal sviluppato ed in definitiva abortito.

Mi ha strappato un sorriso un pochino mefistofelico leggere i piagnistei di alcuni tifosi determinati dalla scelta, che reputo tardiva, dell'esclusione di Henry Sims jr. dal roster attivo di Treviso Basket. Una decisione arrivata nell'imminenza di una gara delicata di stagione regolare - persa non certo per l'assenza di Sims quanto per una serata di disgrazia di tre dei quattro stranieri superstiti che giocano in ben altri ruoli - ma che era auspicabile e preventivata da settimane. Diciamo pure che, senza l'imprevisto della permanenza in Israele di Derek Cooke, Sims si sarebbe accomodato in tribuna già da una decina di giorni non schiodandosi da lì sino al termine della stagione o, nel migliore dei casi, al raggiungimento di un accordo di risoluzione anticipata del contratto. Come evidente a chiunque, il giocatore da mesi ha imboccato l'ormai consueto percorso in discesa nel rendimento personale, trasformandosi da potenziale punto di riferimento in attacco a vuoto pneumatico sui due lati del campo. Più che inutile, dannoso dunque. E non è solamente colpa del Covid, che pure qualche strascico l'ha lasciato: Sims è da anni un giocatore in parabola discendente tanto da aver cambiato sempre più squadre e da non essere rimpianto da nessuna di queste. Casualità?

E dire che la scorsa estate, perso Mekowulu per una questione di soldi e di prospettive (Sassari gli garantiva la regular season di BCL e qualche migliaio di euro in più, argomenti su cui TvB poteva ribattere sino ad un certo punto), la strategia del club ex biancoceleste ed ora azzurro/arancio fu ambivalente: proposta a Sims, al ribasso rispetto alle recenti abitudini pungolandone l'orgoglio; contratto per Aaron Jones, non un mostro di soluzioni offensive ma opportunità difensiva a basso costo e potenziale ottima resa. I risultati? Il rapporto qualità/prezzo di Jones, tanto criticato da presunti esperti di pallacanestro, si è rivelato eccellente mentre Sims... beh, non occorre ribadire cosa è successo con lui. Ma se proprio ci tenete, ecco un ripasso veloce: partenza al fulmicotone tra settembre e ottobre, ultimi lampi a novembre, poi un calo costante, inesorabile. Sino all'infezione da coronavirus che lo tiene lontano dal campo un mesetto, complici le visite mediche che lo bocciano; a seguire, prestazioni sempre più deludenti, la perdita del quintetto a favore di Jones (che già lo aveva sostituito egregiamente durante la convalescenza), una sorta di depressione mista a deconcentrazione, sino alla decisione ultima ovvero l'esclusione dal roster. 

Mi fa sorridere in tutto questo che ci sia chi ritiene che Sims sia la stella di questa squadra. Anzi, la STAR, scritto proprio così, in maiuscolo. Buffo che chi scrive certe corbellerie non abbia ancora capito che il credo tattico di Menetti preveda che l'unico elemento che possa agire fuori dagli schemi sia un piccolo e non un lungo: a Reggio Emilia era Kaukenas, a Treviso è stato Logan. In questa Nutribullet lo sparatore folle doveva essere uno tra Sokolowski e Dimsa, ma il polacco è un ottimo secondo violino cui finora è stato richiesto troppo per poter risultare efficace, mentre il lituano è degno dell'enciclopedia illustrata alla voce "discontinuità di rendimento". Sims non doveva certo sostituire Logan ma Mekowulu, portando in dote una identica pericolosità offensiva corroborata da una superiore esperienza - per la questione difensiva, come detto era stato preso appositamente Jones. Ma Sims non era certo la star di questa formazione. Tutt'al più, col passare delle settimane e dei mesi si è capito perché due anni fa la Fortitudo lo liberò senza pensarci troppo e perché nella passata stagione Reggio Emilia, firmatolo come teorico sostituto di Frank Elegar, lo abbia relegato al ruolo di rincalzo per poi tagliarlo a poche giornate dalla fine. Sims non è una stella, né una star: al limite è un buon succedaneo del dado alimentare prodotto dalla famosa marca un tempo di proprietà dell'IRI. La STAR appunto. Cui Don Zauker preferisce la Knorr, ma è pur sempre questione di gusti ed io su questo non discuto.

Cosa accadrà ora? L'obiettivo di Treviso Basket è salvare il salvabile, cioè la categoria. Lo si ripete ormai da settimane e sarebbe sciocco pensare ad altro in questo momento. Non è dato sapere se l'ennesimo sforzo del Consorzio (che già ha dato e cui viene chiesto ancor di più) porterà come effetto tangibile l'arrivo di un'ala-pivot che sia al contempo un'alternativa complementare ed un puntello per un Jones ammirevole ma terribilmente solo là sotto e, dunque, destinato alla spremitura continua. Sarebbe auspicabile un intervento a strettissimo giro di posta, anche perché domenica al Palaverde potrebbe esserci addirittura Arturas Gudaitis come rinforzo di una Napoli che non ha problemi di budget e che non vuole assolutamente retrocedere dopo appena una stagione in Serie A. Treviso Basket invece deve decidere cosa fare: come detto, la mossa su Sims è stata tardiva e tanto vale completarla con un addio già scritto; l'importante è non compiere un passo deciso senza la necessaria copertura. Io intanto ripenso al buon bollito misto del ristorante di Egidio Fior a Castelfranco Veneto, sapori e profumi che nessun dado potrà mai imitare. Ed osservo anche che, con l'arrivo della primavera, la stagione del carrello dei bolliti si è esaurita: semmai è giunto il periodo delle grandi pulizie.

lunedì 21 febbraio 2022

Cameriere, il conto!

Non si è ancora placata l'abbuffata di Pesaro, dove la solita Milano ha momentaneamente soddisfatto la sua atavica fame di titoli e di trofei con la seconda Coppa Italia consecutiva e dove la Virtus è ripiombata nell'ormai abituale digiuno quaresimale (anticipato), che c'è chi ha già chiesto il conto senza aver bevuto nemmeno il caffè. No, non si tratta del meraviglioso Derthona di Ramondino, unico motivo vero per guardare delle Final Eight che scimmiottano lo sportismo americano o le inutili passerelle del calcio. Anzi, va detto che senza i bianconeri piemontesi ed i guizzi di Brescia più un pizzico di Trento, sarebbero state delle finali assai scialbe, povere di sale e di pepe, quasi insapori ma fin troppo rumorose ed autoreferenziali.

Il conto lo ha chiesto nei giorni pesaresi la ComTeC ad una società che alla Vitrifrigo Arena non aveva la propria prima squadra impegnata sul parquet. Si tratta di quella Fortitudo su cui da ormai due anni si annidano nubi nere gonfie di problemi e che finora ha scansato i guai a volte per un soffio, a volte per miracolo. Cos'è successo, la scorsa settimana? Mentre a Pesaro si giocava, i signori dei controlli dei conti hanno fatto il solito giro dei club per verificare che i rapporti ricavi-patrimoni-indebitamenti siano in equilibrio e che non sussistano pendenze pericolose con soggetti terzi. Insomma, una routine che serve a non arrivare impreparati a giugno, quando si devono presentare le pratiche di iscrizione alla stagione successiva e quando è il momento di accertare se i contratti stipulati in precedenza siano stati o meno rispettati.

La visita ComTeC dunque era annunciata anche in Fortitudo, reduce dal marasma delle scorse settimane tra giocatori in uscita, giocatori rilasciati anzi tenuti controvoglia (qualcuno ha detto Groselle?), giocatori fermi da nove mesi e nei cui confronti a breve potrebbe scattare il taglio per ragioni mediche, proprietà al solito silenziosa e presidente dimissionario. Un quadro complicato, sì, ma in fondo recuperabile sul piano sportivo. Meno invece sul piano finanziario, visto che dalla visita in via Giacosa gli esperti contabili della Lega sono usciti senza grossi sorrisi ma con una reale preoccupazione. Già perché le voci allarmanti che circolano da un paio d'anni hanno trovato fondamento: la Fortitudo è indebitata, e pure parecchio. La scorsa estate la società felsinea aveva ottenuto l'iscrizione al campionato per il rotto della cuffia, dopo che l'Agenzia delle Entrate aveva accordato un piano di rientro graduale del debito accumulato; ora però i passivi interni al club non risultano affatto ridotti, tanto che la ComTeC ha dato i canonici cinque giorni di tempo alla Fortitudo per rimediare prima che arrivi la sanzione. Cioè un -2 in classifica immediato che porterebbe la Effe sempre più sul baratro della retrocessione.

Non è finita qui, ovviamente, giacché non c'è solo la spada di Damocle della penalizzazione in graduatoria. La Gazzetta dello Sport in edicola oggi parla chiaramente di ipotesi di blocco al mercato in entrata, quindi nessuna operazione di correzione del roster mentre si susseguono voci di uscita: dopo Totè e in attesa di capire che ne sarà dell'indesiderato Groselle, si parla ancora di Benzing che sarebbe stato invitato a confrontarsi col proprio agente per trovare un'altra sistemazione. In questo clima surreale risulta paradossale la calma che filtra dagli ambienti bolognesi, dove si continua a parlare di nuovi ingressi in società che teoricamente dovrebbero portare denari sonanti. Ma saranno abbastanza per tappare almeno in parte le tante, troppe falle di un club che dallo scoppio della pandemia in avanti ha denunciato una difficoltà dopo l'altra? Certo che alla luce di quanto avvenuto negli ultimi cinque mesi sono perfettamente comprensibili le parole con cui Jasmin Repesa annunciò le proprie dimissioni: il croato disse senza mezzi termini che sin dal primo giorno del suo ritorno a Bologna aveva lavorato per rimettere in sesto la società - compito che non dovrebbe spettare ad un allenatore, va ribadito - e che la situazione era diventata ormai insostenibile. Additato poi come primo responsabile dei problemi della squadra, Repesa aveva lasciato denunciando problemi di salute ma le sue parole non erano mai state smentite. Ora, alla luce degli ultimi sviluppi, trovano nuovi fondamenti mentre la Fortitudo si prepara a vivere le prossime 48 ore col fiato sospeso e col rischio concreto di nuove polemiche.

lunedì 31 gennaio 2022

La FIP ci deve delle spiegazioni

Prendo a prestito il titolo dell'ultimo album di studio degli Skiantos, quel "Dio ci deve delle spiegazioni" che vedeva ancora il compianto Freak Antoni al microfono, per aprire questo mio intervento. Che sì, è di natura fortemente polemica verso vari soggetti. E no, non intendo essere diplomatico stavolta. Nemmeno un pochino. Neanche per accalappiare qualche fugace simpatia. Voglio essere sincero, anche brutale, scorretto se serve, pur di affermare ciò che è palese ma che pochi hanno il coraggio di affermare.

Punto primo, questo campionato è tutto fuorché regolare. Paradossalmente aveva una maggiore pretesa di regolarità la scorsa stagione, cominciata con l'incertezza, proseguita con le soste improvvise, i rinvii, le calendarizzazioni riviste, i recuperi, il calendario dei playoff pasticciato all'ultimo. Almeno un anno fa si avevano le scusanti dei vaccini inizialmente non disponibili e poi in lenta somministrazione, dei palasport chiusi al pubblico, dei protocolli stabiliti solo dalle autorità sanitarie. Ora invece siamo allo sbando totale, tanto che gli organi di governo sportivo sono dovuti intervenire dopo che la squadra X e il club Y avevano sventolato un divieto della ASL che bloccava la trasferta, anche se i positivi erano pochi, anche se le normali rotazioni non avrebbero risentito granché, anche se in fondo non esisteva rischio concretamente riscontrabile di diffusione del virus e peggio ancora di ospedalizzazione.

Ma cosa ha prodotto, questo intervento? Il solito topolino all'italiana, una normativa cervellotica che si contraddice da sola. Il famigerato documento dice che si può giocare se il parco giocatori professionisti presenta meno del 35% di positivi, vale a dire, 7 sani su un roster a 10 o 8 su una rosa di 12. Però un conto è autorizzare una partita, ben altra questione è il return to play, cioè quegli accorgimenti varati dal CONI per restituire la certificazione medico-sportiva agonistica agli atleti risultati positivi al tampone. Già perché se la FIP stabilisce che si possa giocare se la percentuale di negativi è pari o superiore al 65% tra gli atleti professionisti (esclusi dunque i giovani di formazione), il CONI prevede che senza superamento dei controlli ECG, Doppler a contrasto ed ergometria con elettrocardiogramma non si possa riottenere l'abilitazione. Quindi in linea teorica un club può anche riscontrare la negativizzazione di tutto il gruppo squadra ma rischia di essere obbligato a giocare con una Under18 più pochi senior se i referti dei tamponi arrivano troppo tardi per prenotare le visite specialistiche richieste. E se il problema è stato evidente per Treviso in una regular season che continua a procedere zoppa a causa dei recuperi e con lo spettro di ulteriori rinvii, cosa potrebbe accadere nei playoff in cui di norma si gioca ogni 48 ore (o ogni 24, come accaduto lo scorso anno)? Vedremo forse una Milano o una Virtus costrette a inserire in fretta e furia i ragazzini in rosa perché i senior sono sì negativi ma privi delle visite mediche necessarie? Follia.

Se la Federazione deve dunque delle corpose spiegazioni a tutti i club e magari pure un riassetto delle norme per la disputa delle partite in epoca Covid, c'è chi deve delle belle scuse ad Aaron Jones. Che una volta di più ha dimostrato di essere forse lo straniero col miglior rapporto qualità-prezzo del triennio di Treviso in Serie A. Non sarà appariscente, non avrà statistiche da top scorer o da re delle stoppate, ma a differenza del collega di reparto e connazionale Henry Sims l'ex Merlins (il cui contratto è davvero un affare quanto ad economicità) ha un pregio innegabile: la costanza. Difficilmente Jones stecca più partite in fila, assai di rado si concede pause di concentrazione, mai rifiuta di difendere anche sui cambi più insidiosi. Nel basket la difesa è tutto, almeno se si vuole vincere qualche partita - sì, la dimensione offensiva è accattivante a livello estetico, ma se il proprio avversario segna di più si è spacciati: lo aveva capito persino un offensivista convinto come Mike D'Antoni che vent'anni fa prese Charlie Bell per coprire le amnesie di Chikalkin e Stojic. Nelle due partite consecutive giocate senza Sims in post basso, al Pireo contro il Lavrio e a Pesaro, l'area della Nutribullet è stata difesa con maggiore efficacia anche senza movimenti atletici eclatanti: merito di un giocatore che ha un senso della posizione molto buono e che non ha paura di piegare le gambe e di usare le maniere forti. Un lottatore.

I critici hanno imputato per settimane e mesi ad Aaron Jones una abulia offensiva prolungata, come se un americano in un roster 5+5 debba solamente produrre punti (o rimbalzi, dipende da ruolo). Forse sono gli stessi presunti esperti che non hanno mai capito come potesse la terza TvB di Pillastrini permettersi un telepass difensivo come Davide Moretti in quintetto - a proposito: Imbrò ancora ringrazia per ieri. O forse sono quelli che piangevano per Antonutti quando coach Menetti volle dare un giro di vite, proteggendo Tessitori con l'atletismo di Lombardi e la silenziosa concretezza di Severini. Chi lo sa. Io intanto mi godo un Aaron Jones che difende l'area, che accetta i cambi, abbassa il sedere, fa a sportellate e, se richiesto, sa anche colpire frontalmente o con l'amato alley oop. Ai critici professionisti lascio volentieri il piacere relativo di chiedere invano la testa di ora questo, ora quel giocatore. Per fortuna non siedono in panchina ma su una seggiola del Palaverde o sul divano di casa, pontificando a casaccio con lo smartphone in mano. Buon per loro ma soprattutto per Treviso Basket.

martedì 25 gennaio 2022

Caro basket, quanto mi costi! (E con la pandemia, poi...)

Beato sia chi ancora oggi, nel 2022, può contare sul mecenate col portafogli a fisarmonica! Da mezza Italia cestistica si levano ormai grida di dolore o di aiuto o anche semplici lamentele da non sottovalutare legate a questioni di mera pecunia. Il basket è sempre costato caro, anche quando l'economia correva e i vari presidenti, sponsor e proprietari sfoggiavano sorrisi a 32 denti e fatturazioni a pioggia. Oggi, con 12 club su 16 che devono barcamenarsi con equilibri costanti di budget ed una pandemia che dimezza o azzera la voce di incassi al botteghino che vale una percentuale oscillante tra il 30 ed il 45% di entrate per ciascuna realtà, chi non ha le spalle coperte da un Armani o da un Zanetti o da un Brugnaro o da un Gavio, trema. Ed a ragione.

Prendete la solita, schizofrenica Fortitudo. I colleghi del "Carlino" riportano oggi di un tentativo in extremis di salvare la baracca con un'operazione spalma-debito. Già perché, fatti due conti, la Effe è sotto. Ma non solo in classifica, dove è penultima: all'appello mancano tre milioni di euro più interessi ed oneri accessori (quindi facciamo anche tre milioni e mezzo) di mancati versamenti all'Agenzia delle Entrate. In pratica, una cifra pari al contratto di Belinelli con la Virtus, con la differenza sostanziale dell'assenza in casa biancoblu di un mecenate quale il re trevigiano del caffè che possa risolvere tutto in pochi minuti semplicemente staccando un assegno. Quindi, come si risolve la questione? Spalmando il debito. O almeno, preparando tutte le carte necessarie per la domanda di ridefinizione dell'esposizione debitoria, sperando poi che l'Erario accetti e conceda i famosi dieci anni di tempo per rientrare. Sempre che nel frattempo non accada qualcosa di traumatico, come ben sanno dalle parti di Bologna dove ancora oggi si ricorda il buco milionario del mutuo del PalaDozza.

Ma sono parecchie le realtà che non se la passano bene. Pensate a Treviso, che ha proposto ai soci del Consorzio un aumento della quota annua per coprire il passivo lasciato da un anno di Palaverde chiuso al pubblico. Già l'impianto di Villorba è uno dei palasport più cari d'Italia come costo da sostenere a singola partita; se a questo affatto trascurabile dettaglio si somma un prolungato periodo di azzeramento del botteghino, è chiaro che il gioco si faccia sin troppo oneroso. E così si spiegano (soprattutto per chi ancora oggi si lamenta di ingaggi di medio profilo) la formula 5+5, la sostituzione dell'immaturo Casarin con l'invisibile Jurkatamm, la scelta di non inseguire le rivali che spendono senza ritegno preoccupandosi di pagare forse domani, forse dopodomani, forse chissà quando. E dire che la somma da coprire in casa TvB è di un decimo rispetto al debito della Fortitudo: bazzecole, in proporzione. Ma si sa, in Veneto si bada alla sostanza prima di inseguire qualunque chimera.

Chissà quando si tornerà ad una normalità. Intanto però mi domando cosa stia succedendo in certe piazze e dentro certi club. Perché se Treviso non spende, se Trento che pure ha l'appoggio tangibile di una ricca Provincia Autonoma ha tirato la cinghia già a luglio (difatti oggi dà spazio a quegli italiani che prima facevano numero a referto), se Trieste si guarda attorno per capire come tamponare il prossimo addio di Allianz, se Pesaro ha smesso di cercare un 4 per sostituire l'impresentabile Demetrio, se la pur ricca Brescia non sostituisce il pessimo Lee Moore perché deve ancora pagare il residuo di Luca Vitali e di Esposito, mi domando dove trovino i soldi altre realtà che pure non contano su bacini enormi o su industriali disposti ad aprire la borsa in continuazione. Mi chiedo come faccia Brindisi, che ha sì fatto qualche scommessa (sbagliata) al ribasso tipo Myles Carter ma che ora si è iscritta alla corsa per Alessandro Gentile, un giocatore difficile da imbrigliare e soprattutto con un costo notevole per chi, come la NBB, abitualmente denuncia un monte-stipendi modesto. Mi domando cosa stia avvenendo a Sassari, che sinora ha cambiato tecnico, manico in regia e un esterno, nell'anno dell'annunciato disimpegno del Cardinal Sardara e senza garanzie assolute di prosecuzione dell'attività. Vorrei sapere cosa sia successo a Reggio Emilia, che un mese e mezzo fa scontentava Artiglio Caja che chiedeva a gran voce la sostituzione di Johnson con Vene (che costa assai di più) e che oggi torna sul mercato per trovare un'alternativa al suo numero 4 titolare. E chissà quanti nuovi sponsor deve aver trovato patron Aldo Vanoli per aver regalato non uno ma due nuovi giocatori a Paolino Galbiati per provare la seconda missione impossibile di una salvezza da ultimi in graduatoria - giova ricordare che la stessa Cremona dovrebbe essere viva per miracolo, dopo il "liberi tutti" del giugno 2020 e l'iscrizione al successivo campionato formalizzata appena dodici ore prima della deadline grazie all'ingresso in società di forze fresche ma non preponderanti.

Poi magari qualcuno mi spiegherà pure le mosse di Varese che sinora ha attentato seriamente al primato della schizofrenia fortitudina facendo e disfacendo in spogliatoio, sulla panchina e dietro le scrivanie. L'apertura della compagine societaria a favore del General Scola e dello sponsor non sono bei segnali, almeno per un club che aveva puntato tutto una dozzina d'anni fa sul Consorzio e che ora vede lo stesso Consorzio ridurre la propria presenza in nome di altre questioni. Peggio ancora è il quasi totale rinnegamento del progetto tecnico estivo, col solo Beane reduce dello starting five: Egbunu e prossimamente Gentile salutati dopo delle liti, Jones che alla prima occasione se ne è andato in una squadra di Eurocup, Kell ceduto in tutta fretta a Milano contornano il licenziamento di Adriano Vertemati che aveva chiesto solo tempo e pazienza. Merce rara, troppo preziosa o forse, al contrario, valutata non sufficiente per giustificare una ricostruzione faticosa.

Faticosa come un altro rifacimento quasi totale. Quello della Fortitudo, con cui ho aperto questo post e con cui chiudo. Le dimissioni di Pavani non sono ancora rientrate ma alla luce dell'operazione con l'Agenzia delle Entrate diventano una questione cruciale: è chiaro che in un frangente così delicato la proprietà, per quanto frammentata e fumosa, non abbia voglia di cercare un altro soggetto che si faccia carico della trattativa più difficile. Già dentro la pancia della balena biancoblu ci sono sin troppe problematiche (contratto residuo di Sacchetti, Fantinelli mai disponibile, botteghino di nuovo ridotto, tifoseria in subbuglio); se a ciò si aggiunge la definizione tutta da raggiungere di un complesso accordo di rateizzazione fiscale, allora sarà bene armarsi di pazienza e di parecchie pastiglie di antiacido per digerire bocconi amari. Sperando che tutto ciò serva e che a giugno non si debba piangere l'ennesima scomparsa.

domenica 23 gennaio 2022

Un addio annunciato, forse tardivo

Non sapete come contrastare quella terribile noia (non ho detto gioia, per citare il Califfo) che vi pervade tra una serata con sole repliche in televisione, il ritrovamento da parte di vostra moglie della collezione intera di Rakam che speravate avesse perso nell'ultimo trasloco e il vicino appassionato di Tenco che rispolvera tutta la discografia del suo idolo? Provate con la Fortitudo, difficilmente resterete delusi. Già perché dopo l'allenatore ed i giocatori, se n'è andato anche il presidente con l'ennesimo colpo di teatro dell'assurdo della società forse più schizofrenica della palla a spicchi nostrana.

Diceva di avvertire un buon odore, Christian Pavani, nei giorni del ritiro estivo a Lizzano in Belvedere. Chissà, forse si riferiva alle colazioni di Aradori che sono divenute un vero tormentone sui social. Oppure aveva annusato l'ultimo deodorante alla moda utilizzato da uno dei giocatori spediti a svolgere una presunta preparazione atletica sull'Appennino - dico presunta perché in quei giorni il bollettino dell'infermeria biancoblu pareva un resoconto di guerra. O ancora aveva forse avvertito un pungente sentore rispolverando dall'armadio dei ricordi e delle memorabilia il vecchissimo stemma societario da appiccicare sulle divise da prestagione, un'operazione che ancora oggi viene gabellata come nostalgica e non come un tentativo di bypassare la questione commerciale di un logo a pagamento. Curiosità a parte, chissà qual era veramente il messaggio che Pavani voleva trasmettere all'ambiente. Quel che è certo è che, dopo quella tragicomica dichiarazione olfattiva, non ne è andata una per il verso giusto alla Fortitudo.

La Supercoppa delle continue sconfitte, la trattativa grottesca con Kigili, il mistero Fantinelli, coach Repesa che alla prima occasione sbotta e se ne va sbattendo la porta, il richiamo in corsa di Martino, la telenovela Langford, il taglio di giocatori prima imprescindibili e poi zavorre, la fuga di Ashley, la ricostruzione che inizia con un greco di assai dubbio talento appena silurato da Venezia dove aveva giocato poco e male. Questa è stata la Fortitudo da settembre a dicembre, con qualche vittoria occasionale a punteggiare un'annata balbettante e con mille interrogativi. A cominciare dalla solidità della società: dopo l'iscrizione al campionato per il rotto della cuffia e gli enormi debiti ereditati dalle ultime due stagioni, gli ultimi (ovviamente costosi) stravolgimenti non hanno lasciato indifferente nessuno, anzi qualcuno inizia a porsi delle giustificate domande sullo stato di salute del club.

Pavani lascia con la squadra penultima in compagnia di Cremona, alle spalle c'è la sola Varese (altra realtà in chiara difficoltà anche gestionale) che comunque ha qualche partita da recuperare e dunque potrebbe anche rimontare. Ma lascia dopo anni di questioni aperte, di dubbi, di problemi, di situazioni al limite. Tutti paiono ricordare la manfrina di Metano Nord, la sponsorizzazione annunciata con tanto di nuove maglie griffate e poi sparita in seguito alle proteste dell'azienda che nulla sapeva del presunto contratto con la Fortitudo. Anche all'epoca Pavani si prese la piena responsabilità della vicenda dichiarandosi disponibile a farsi da parte: la proprietà (ma quale? Anche qui bisognerebbe dire qualcosa, prima o poi) respinse al mittente confermando la fiducia.

Ma Pavani era stato anche altro. Non solo l'uomo di fiducia di Gianluca Muratori, ex presidente del club e direttore di quel Consorzio Innova il cui marchio campeggia ancora oggi sulle maglie da gara. Era stato il soggetto individuato per avviare il progetto immobiliare che doveva fornire respiro ad una Fortitudo rinata nel 2013 ma presto afflitta dai vecchi mali: l'idea del nuovo palasport per sostituire il fascinoso ma limitato PalaDozza è finita in un cassetto, ben prima della pandemia, una volta analizzati costi e tempistiche; non è andata meglio al centro multifunzione a Borgo Panigale, campi da basket e da paddle da realizzare in un vecchio capannone industriale: la sede oggi c'è, del relativo business però non vi è traccia. Mistero.

Pavani era stato anche tra i protagonisti di quella serata di follia al Palaverde, fine maggio 2016. Sì, la sera del controsoffitto, dei seggiolini divelti, della gazzarra, dello schiaffo al questore. C'era anche Pavani là in mezzo, almeno finché un dirigente della Questura non gli disse senza mezzi termini di non intromettersi e di sgombrare. Anche di quella storia non si è più saputo nulla, se non per un Daspo poi rientrato. Eppure tutto fa parte del ritratto di un personaggio che verrà ricordato per aver riportato la Fortitudo in A dopo dieci anni dal pomeriggio orribile di Teramo ma anche per aver condotto campagne acquisti da album delle figurine, per ingaggi ed esoneri di allenatori come se si fosse dentro ad un frullatore, per aver avuto idee un po' bizzarre quanto al marketing scatenando l'ilarità del tifo avverso, quello virtussino, che si è visto servire su un piatto d'argento talmente tante occasioni di sfottò da non dover far altro che ringraziare e passare all'incasso.

La domanda che ora in molti si pongono è "E adesso?". Già. Adesso che succede? Prima di tutto bisognerà capire se la proprietà (ridajela...) accoglierà o respingerà nuovamente le dimissioni. E se vi sarà conferma, chi prenderà il posto di Pavani, con che mansioni, con quali incarichi, con che tipo di limiti e di obiettivi. Giova ricordare che nemmeno un anno fa la Fortitudo ha salutato Valentino Renzi che della società doveva essere una sorta di nume tutelare a livello amministrativo: nemmeno in quel caso si sono chiarite le condizioni dell'addio, che ai più è parso legato non tanto all'annata sportiva da incubo, con la salvezza maturata nello scontro decisivo con Cantù, quanto alla situazione economica interna. Da allora la Effe ha lasciato scoperto il ruolo, incamerando piuttosto un direttore commerciale che però pare sia stato scavalcato da Pavani nella trattativa più importante, quella per il main sponsor stagionale garantito proprio da un viaggio settembrino dell'oramai ex presidente in Turchia. Il tifoso medio sogna un ritorno dei Seragnoli, magari identificati nella moglie di Stefano Mancinelli - d'altronde il connubio già garantisce un supporto a livello di sponsorizzazione. Oppure un cambio di ruolo in corsa proprio di Mancinelli, che come giocatore ha abbondantemente dato ed al quale i numerosi acciacchi consigliano oramai un addio alla dimensione agonistica. Ma così fosse, potrebbe un ex giocatore fungere da paracadute e parafulmine per un club finora preda della schizofrenia e vittima spesso di scelte incomprensibili per non dire assurde? Aspettiamo e vediamo.