mercoledì 5 maggio 2021

Aridatece Germano Mosconi!

Titolo provocatorio per questo post che vuol essere una riflessione non tanto sul malcostume della blasfemia ma sulle motivazioni assurde adottate da certi dirigenti per accompagnare decisioni discutibili, nella tempistica così come nella sostanza. Che il compianto Germano Mosconi bestemmiasse a più riprese lo sanno tutti, persino i bambini, ma questo coloritissimo particolare non inficiava affatto l'ottima qualità del suo lavoro giornalistico - chiedete pure ai suoi ex colleghi per referenze. Sarebbe stato quantomeno pittoresco che l'editore della televisione per cui lavorava gli avesse sospeso incarico e stipendio a causa dell'abitudine del nostro durante le registrazioni di abbandonarsi ad imprecazioni blasfeme ogni volta che incappasse in un lapsus linguae oppure di fronte a scherzi un po' pesanti organizzati da qualche collega burlone. Occorre sempre distinguere la forma dalla sostanza.

La sospensione sancita da Stefano Sardara (da me ribattezzato in tempi non sospetti "il cardinale" per l'abilità politica, nickname che oggi torna attuale seppur con altre funzioni) ai danni di Gianmarco Pozzecco è la summa del ridicolo. Chiariamoci: qualunque proprietario di un club è libero di istituire un codice etico interno che stabilisca dei limiti comportamentali, ma neutralizzare per dieci giorni il proprio capo-allenatore guarda caso ad un mese dalla fine della stagione, dopo che giusto un anno fa si era consumato uno strappo ricucito a fatica e dopo continue incomprensioni (eufemismo) è un atteggiamento sospetto. Specialmente se la motivazione a monte è quella di imprecazioni e bestemmie profferite tra dicembre ed aprile, vale a dire ad un mese di distanza dall'ultima occasione. Qualcuno ha già descritto Sardara come il classico sepolcro imbiancato, un appellativo utilizzato in passato per definire l'ipocrisia di chi si nasconde dietro facciate di perbenismo per giustificare condotte sospette: non credo che si sia molto lontani dalla verità.

Quel che mi fa sorridere è che Sardara in un'intervista pubblicata oggi abbia affermato che lo stop sia giunto dopo un consulto con gli avvocati del suo club. Nessuno di questi ha ricordato al presidente-padrone il caso di Fabrizio Frates? Per chi se lo fosse dimenticato, quattordici anni fa la derelitta Fortitudo in cura-Martinelli utilizzò la stessa scusante, quella delle bestemmie (in allenamento però, non in partita, dunque in un ambito addirittura più intimo e meno strombazzato) per sollevare dall'incarico l'architetto milanese. Fu una scusante puerile, una foglia di fico per coprire la decisione di esonerare un allenatore che non aveva garantito i risultati sperati - la Effe passò in pochi mesi dalle finali scudetto a lottare in retrovia - mentre il disboscatore arrivato da Roseto continuava a tagliare rami secchi. Come andò a finire? Frates non si arrese, fece ricorso ed ebbe ragione in tutti i gradi di giudizio. Non certo perché i magistrati fossero tutti dei bestemmiatori indefessi o perché simpatizzassero per la causa Mosconiana: semplicemente non esiste un licenziamento per giusta causa solo perché al dipendente scappano un paio di parole incongrue dovute alla rabbia.

Chissà se in queste ore Frates farà una telefonata di solidarietà a Pozzecco. O se lo stesso Pozz, personaggio unico nel suo genere e per questo tollerato anche nelle note esagerazioni, approfitterà dell'occasione per riflettere sull'accaduto. A lui darei volentieri un consiglio spassionato: fregarsene, andare ugualmente in palestra sfidando l'editto cardinalizio e capire fino a che punto Sardara voglia spingere la questione in chiave ridicola pur di non ammettere che l'idillio sia tramontato del tutto e che la ricerca di un nuovo coach per la prossima stagione sia partita. Lo stesso Sardara tra l'altro dovrebbe forse iniziare a fare un po' di autocritica, giacché l'aver finora promosso la separazione con sin troppi allenatori anche di successo (dice niente il caso Meo Sacchetti?) è sintomo di un problema profondo chiamato managerialità. Se finora il presidente della Dinamo si è confermato ottimo politicante nonché perfetto organizzatore societario, la gestione sportiva è bene che venga lasciata ad un direttore sportivo pienamente indipendente. Altrimenti dopo i mal di pancia con Esposito, le liti con Sacchetti ed ora le bestemmie con Pozzecco, ci si potrà attendere di tutto. E chiudendo con una battuta relativa ai soci turchi in quel di Torino, siamo sicuri che Sardara non abbia inserito una clausola vincolante anti-bestemmia ed anti-fumo con gli anatolici, i cui peccatucci sono entrati nella vulgata popolare da secoli?

martedì 20 aprile 2021

Novità? No, idee vecchie e confuse

Sta destando scalpore, a mio avviso ingiustificato, la vicenda che ruota attorno al progetto di una Superlega europea di calcio che, stando alle dichiarazioni dei diretti interessati, provocherebbe una decisa svolta in senso affaristico del mondo del pallone. Stracciamento di vesti tra gli esclusi, presunto sentimento di scandalo tra i politici di professione che intervengono solo quando ravvisano un possibile bacino elettorale da intercettare, esternazioni lapidarie ed ovviamente deluse nonché foriere di propositi di vendetta da chi vede fuggire dal pollaio qualche gallina dalle uova (placcate) d'oro. Perché in fondo, diciamocelo, è solo una questione di business, di soldi, di interessi privati, di sponsor che sposano un progetto alternativo, di suddivisione dei profitti, di bilanci da rivedere. Non è tutto oro quel che luccica e lo si vedrà a breve, ma per il momento lo spettacolo di cabaret mediatico è tale da indurre fior di colleghi giornalisti ad aprire giornali e telegiornali con quella che credono sia la grande novità, la notizia del momento.

Fosse ancora vivo, Enzo Lefebre si farebbe una gran risata e poi probabilmente chiamerebbe un avvocato per farsi riconoscere parte del merito dell'idea. Perché cari signori del pallone, spiacente ma siete arrivati in ritardo dove la pallacanestro aveva già tentato oltre vent'anni fa. Tentato sì, non fallito (per fortuna) ma nemmeno ottenuto il successo immaginato. Ma procediamo per gradi. Quello che oggi la pedata europea vuol imbastire è nient'altro che una riproposizione, a distanza di oltre quattro lustri (mica bagigi!), della guerra FIBA-ULEB.

Riassunto delle puntate precedenti, a beneficio di lettori disattenti, smemorati, disinformati o eccessivamente calciocentrici. Nel 1991 a Roma le maggiori leghe cestistiche d'Europa fondano ULEB, un organismo privato di rappresentanza inizialmente senza poteri ma che, seguendo le idee dell'avvocato Porelli e di chi lo ha seguito nell'avventura, dovrebbe fungere da strumento di pressione nei confronti di FIBA Europe perché i club chiamati a disputare le competizioni continentali possano finalmente beneficiare di un riconoscimento politico, organizzativo ed economico. Tempo sette anni e ULEB inizia a stilare un progetto reale, quello di una competizione organizzata direttamente: Eurolega, l'erede della vecchia Coppa Campioni, il cui marchio mai è stato depositato dalla FIBA - e bravi miopi! Nel 2000, stufi di una situazione cristallizzata, i club di ULEB annunciano la nascita della loro Eurolega (depositando il brand, tiè!), basata su presupposti di business e di stabilità delle presenze a scapito del merito sportivo semplice. I padri della rivoluzione sono due italiani, Gherardini e Lefebre, ed i catalani Portela e Bertomeu, questi ultimi una coppia di avvocati che negli anni '80 avevano fatto un bel viaggio a Bologna per studiare i meccanismi di quella Legabasket che all'epoca pareva il miglior modello organizzativo di sport in Europa. Sembra passato un secolo, vero?

Di fronte allo scossone, FIBA reagì come logica suggerisce, cioè con minacce, blandizie, trattative sottotraccia ed il varo di una competizione alternativa. In soldoni la Federazione si ritrovò privata in un colpo solo delle spagnole, delle italiane di punta, delle ex jugoslave, vale a dire il top level: per mantenere una parvenza di serietà FIBA contattò subito le big turche, Maccabi Tel Aviv (favorevole) e Panathinaikos (incerto) promettendo una valanga di soldi perché tutte restassero sotto l'ombrello protettivo di Ginevra rinunciando ad emigrare verso ULEB. Poi si passò alle squalifiche: improponibile quelle degli atleti che avrebbero minato la credibilità internazionale del movimento, si passò a quella degli arbitri cui fu ordinato di scegliere, o con FIBA mantenendo o guadagnando la qualifica, oppure banditi a vita. Infine, i soldi, vero motore di tutto: un accordo con un'agenzia svizzera fece balenare per la prima volta la possibilità di ricevere soldi veri, e pure tanti, in uno sport spesso bistrattato al di fuori delle proprie oasi dorate. Per una stagione, la 2000/'01, Eurolega e Suproleague si fecero la guerra a distanza, con due campioni d'Europa diversi e nessun accordo in vista.

Tutto cambiò nella tarda primavera del 2001 col fallimento della summenzionata agenzia elvetica. Senza soldi non si dice messa (cit.), quindi di fronte ad una fuga di massa con relativo sputtanamento globale FIBA fu costretta a miti consigli, a trattative ed a sottoscrivere un accordo di tregua. Il torneo di riconciliazione di Lubiana dell'autunno successivo - invitate le quattro finaliste (due per competizione) più i padroni di casa ed il Cibona, con quest'ultimo vincitore grazie ad un giovanissimo Zoran Planinic in veste di MVP - sancì la ritrovata pace. Ma con una scadenza, ovvero a 15 anni da allora. Difatti nel 2015 gli attriti sono riemersi anche perché nel frattempo FIBA si era riorganizzata, aveva trovato nuove formule e soprattutto grazie alla questione olimpica era riuscita per la prima volta a trovare uno strumento di pressione vagamente efficace. Da allora abbiamo quattro competizioni continentali: 

  1. Eurolega: club ristrettissimo ad inviti, organizzato da ECA (Euroleague Commercial Assets) che dal 2009 ha rilevato la titolarità da ULEB promuovendo un approccio ancor più business oriented e di proprietà delle grandi società. In pratica un circolo per pochi in cui l'obiettivo è massimizzare la possibilità di profitto, pur mantenendo aperta una finestra verso ingressi occasionali dai campionati di riferimento, ed in cui il primo interesse è rivolto a creare un prodotto spendibile in termini di marketing mediatico, televisivo e prettamente commerciale.
  2. EuroCup: già ULEB Cup, altra competizione sotto egida ECA, un filino meno rigida rispetto alla sorella maggiore - le licenze qui sono massimo triennali e non decennali - che però offre la possibilità di interscambio col piano di sopra. Possibilità di business ovviamente inferiori ma pur sempre presenti.
  3. FIBA Basketball Champions League: a dispetto del nome mutuato dal calcio, terza Coppa per livello tecnico ed anche per risorse in campo. Accesso principalmente tramite merito sportivo, con notevoli eccezioni tramite contratti di convenzione tra organizzatori e singole realtà. Nata con la prospettiva di strappare club di riferimento a Eurolega, ha riposto i sogni nel cassetto e si accontenta di guerreggiare un po' con EuroCup.
  4. FIBA Europe Cup: il peggio, il Terzo Mondo delle competizioni continentali. Se per alcuni campionati nazionali rappresenta una notevole opportunità, per quelli più strutturati o ambiziosi è il contentino da dare a chi vorrebbe ma non può. 
Il risultato di questa frammentazione è una sperequazione evidente di risorse e possibilità che porta i club più giovani o meno strutturati a domandarsi se sia davvero conveniente da un punto di viste economico dover aumentare il budget stagionale dal 20 al 35% in funzione europea o se non sia preferibile rintanarsi nell'orticello di casa (leggi, campionato nazionale). 

Nessuno dei sistemi prima esposti è perfetto, anzi. Per dirne una, la recente riunione carbonara di sette club di Eurolega pronti a sfiduciare il presidentissimo Bertomeu è la dimostrazione che tutto è migliorabile ed anche i sistemi apparentemente più solidi hanno delle falle. Tornando al pallone, ho udito colleghi affatto preparati parlare di "sistema NBA" senza evidentemente sapere cosa significhi: perché la NBA non è solo un torneo chiuso in cui non esistono promozioni, retrocessioni, coppe nazionali, vivai. Il mondo con l'effige di Jerry West è prima di tutto una macchina da denaro gestita col pugno di ferro e regole standard, lontane dal desiderio europeo di piccola indipendenza che poi si traduce nel classico "faccio quel che mi pare". NBA organizza tutto, dalla A alla Z, prendendosi oneri oltre che onori ed obbligando tutti a seguire lo stesso regolamento: immaginate un'Europa in cui viene detto al top club di turno che non può ingaggiare altri giocatori gonfiando il monte salari se non paga una salata penale da redistribuire ai suoi diretti concorrenti. Oppure veterani che devono scegliere tra occasioni da titolo al minimo sindacale o un ultimo scampolo di carriera con la solita maglia, ricoperti di soldi ma destinati a restare a margine del successo. Oppure il merchandising amministrato da un solo, unico ente che tratta con i fornitori a nome di tutti e vigila sul relativo mercato garantendo introiti ma anche bacchettando chi bara sulle regole. Difficile, vero?

Tanti anni fa la rivista "Superbasket" criticò aspramente lo sportismo, il fenomeno dello sport in funzione del modello spettacolo-affari che va in voga negli States. Ma in fondo si tratta di scegliere le proprie priorità, tra la difesa dei valori decoubertiniani (che col varo del professionismo dovrebbero già essere stati seppelliti, ma tant'è) e la necessità di chi investe decine di milioni di euro a botta di trovare un tornaconto che non sia di carattere politico, fiscale o, nei casi più antipatici, di ripulitura del denaro. Scegliete, Gesù o Barabba? Il merito sportivo senza troppe lamentele sullo scarso guadagno o il business fino a sé stesso, anche a costo di mandare a donnine di facili costumi i presupposti dello sport europeo? E non chiedete una terza busta o una via di mezzo perché non può esistere.

mercoledì 17 marzo 2021

F... come Follia

Prendo a prestito il titolo di un pezzo del vecchio Superbasket di quasi 20 anni fa (giugno 2002 per l'esattezza) per riassumere le ultime, vorticose, assurde, insensate, pazze 72 ore della Fortitudo Bologna, la società più imprevedibile che ci sia. Sfido chiunque ad annoiarsi di fronte ad un frullatore di emozioni del genere, anche se ultimamente è capace soltanto di riservare uno stupore negativo o palesi arrabbiature ai propri tifosi. Come dicevo, "F... come Follia": all'epoca il settimanale diretto dal collega Franco Montorro utilizzò questo titolo per analizzare l'assurdità tanto di caricare con significati eccessivi i playoff di una Effe affatto irresistibile e reduce da varie bastonate quanto di effettuare da parte della sua tifoseria una invasione di campo davanti alle telecamere Rai per impedire che una delle tante rivali potesse festeggiare meritatamente, sul parquet, la vittoria di uno scudetto. 

Stavolta la follia è qualcosa di composito ed apparentemente irrazionale ma che pare stretto parente di quanto avvenne - tanto per restare nel medesimo arco temporale, vale a dire i primi mesi del 2002 - sull'opposta sponda del Reno, quando in 24 ore la Virtus esonerò e richiamò Ettore Messina in quella che sarebbe stata l'avvisaglia della tempesta prossima ad abbattersi sull'Arcoveggio. Come all'epoca il casus belli riguardava una partita malamente persa in trasferta, anche per la Fortitudo il motivo scatenante (almeno stando alle dichiarazioni pubbliche) sarebbe quello del ko di domenica sera nel posticipo al Palaverde che è costato alla Lavoropiù il ritorno nella zona infernale della classifica, quella del gruppone a cinque per evitare la retrocessione.

Alzi la mano chi pensava che la De' Longhi, priva di Logan, potesse spuntarla contro la Fortitudo, specie dopo aver incassato un break tra secondo e terzo quarto per il +10 ospite al 27°. Sembrava tutto pronto per una trionfale cavalcata felsinea verso una vittoria risolutiva, forse addirittura una rivincita nei confronti della sconfitta dell'andata. Invece tra l'antisportivo di Aradori, Menetti che passa a zona, Dalmonte che si intestardisce con Baldasso in regia, il dottor Vildera che maramaldeggia a centro area, ecco servito il terzo referto giallo consecutivo. Ma tutto sommato perdere fa parte del gioco, sarebbe sciocco e puerile pensare di poter vincere sempre o quando si vorrebbe, no? E fin qui, nulla di eccezionalmente notabile, a parte le polemicucce da asilo su cori, sciarpe e sponsor che fanno il tifo.

Passato il weekend e con una partita delicatissima da preparare in appena cinque giorni, lo scontro-salvezza con Reggio Emilia da giocare nel medesimo impianto utilizzato in stagione dalle due squadre, chiunque si aspetterebbe un minimo di tranquillità per consentire allo staff tecnico di lavorare nelle migliori condizioni. L'unica giornata relativamente pacifica è lunedì, in cui comunque ronzano voci di insoddisfazione, di tirate d'orecchi mirate. Martedì, forse pensando di stemperare l'atmosfera con qualcosa di positivo o addirittura allegro, la Fortitudo presenta una iniziativa benefica con le maglie realizzate per conto del main sponsor in prospettiva del derby di fine mese. Bisogna dire che forse qualcuno ha equivocato il significato del famoso motto "Che se ne parli male purché se ne parli": dopo i pois del 2016/17, l'amaranto della Coppa Italia 2018, lo sponsor fantasma Metano Nord, le simil-double da allenamento della scorsa stagione, le righine di quest'anno, ecco la sfumatura rosa-fucsia su un melange azzurro-blu che fa sorridere (eufemismo) mezza Italia cestistica e scatena nuovi comprensibili sfottò. 

Tutto sommato, se ci si fermasse alle maglie da stracittadina non ci sarebbe nemmeno granché da lamentarsi. Il problema è che nella stessa occasione Christian Pavani, presidente del club, dice qualcosa che travalica la semplice presentazione della tenuta da gioco. Nello specifico Pavani ammette le difficoltà finanziarie, dice che dopo un anno solare di palasport chiusi al pubblico la società Fortitudo inizia a faticare, che i soci dovranno fare delle valutazioni, che a giugno si potrebbe anche pensare di passare la mano in assenza di novità importanti (leggi riaperture degli impianti o interventi strutturali), invoca addirittura lo stop al campionato. Parole che non sono nuove, d'altronde più di una realtà all'interno di LBA nei mesi scorsi ha denunciato la difficoltà a far quadrare i conti senza l'apporto del botteghino e con riduzioni degli importi da sponsorizzazione. Ma quando Pesaro o Varese lamentavano gli ammanchi o quando la Virtus Roma spariva seppellita da promesse non mantenute o quando prima ancora, in estate, Pistoia si autoretrocedeva perché impossibilitata a sopportare il peso economico di una annata professionistica con troppe incertezze, la Fortitudo non apriva bocca. Anzi, ingaggiava a suon di assegni pesanti fiori di giocatori e ne confermava altri dall'ingaggio affatto leggero. E pure ad annata in corso, quando si è trattato di intervenire per cambiare l'allenatore e rivoluzionare mezza squadra, la Fortitudo ha chiamato i procuratori senza lamentare apparentemente problemi di liquidità, né immediata né in prospettiva. Fu tattica o follia?

Torniamo al presente. Dopo la sconfitta a Villorba, le maglie multicolor e il grido d'allarme, oggi giunge l'ennesima novità. Circola infatti la voce di una lettera di Pavani ai giocatori in cui il massimo dirigente biancoblu si dichiarerebbe arrabbiato, deluso e tradito al punto da aver deciso il blocco temporaneo degli stipendi. Una misura cui non ricorre nessuno perché, con le norme in vigore, è palesemente draconiana al punto che un qualsiasi giocatore potrebbe rivolgersi agli organi competenti per avere giustizia ottenendola in tempi ragionevoli. Per questo motivo di solito i dirigenti preferiscono piuttosto sfruttare lo strumento delle multe cui l'atleta non si oppone perché presente nel contratto firmato e dunque già avvisato. Il blocco degli stipendi invece è un altro discorso e non lascia presagire nulla di buono, tant'è vero che appena la notizia si sparge partono le congetture. E se fosse una mossa non per spronare la squadra ma per risparmiare una mensilità? E se fosse un modo per celare l'effettivo stato di salute del club, fino a pochi giorni fa mai messo in dubbio grazie ai continui ingaggi in corso d'opera? E se la Fortitudo avesse davvero problemi a breve-medio termine, per quale motivo appena la scorsa settimana si sarebbe parlato del nuovo centro sportivo a Borgo Panigale come progetto per garantire un futuro alla società stessa?

Troppi dubbi, troppe domande. Troppe situazioni che lasciano disorientati al punto da domandarsi se quella Fortitudo pazza ed incosciente di cui "Superbasket" chiedeva l'archiviazione quasi vent'anni fa, suscitando lo sdegno di buona parte dei tifosi, non sia mai morta col fallimento ma sia sopravvissuta cambiando pelle esterna, mutando codice FIP ed assetto societario ma mantenendo al proprio interno il difetto di non riuscire a gestire una vera pianificazione preferendole la follia, euforica o distruttiva. Magari domani Pavani smentirà tutto, affermerà che non è accaduto nulla, che la società è solidissima e che i soci continueranno anche l'anno prossimo tornando al PalaDozza, anche a porte chiuse nella peggiore delle ipotesi. Forse non ci sarà nessun ritardo negli stipendi, neanche una multa, appena giusto un paio di urlacci a fine allenamento. Chissà. Certo però che il giochino inaugurato su Twitter qualche sera fa da Adrian Banks, guardia americana che la scorsa estate lasciò Brindisi attratta dall'ingaggio principesco in Effe, ora suona assai beffardo: alla sua sfida "Dimmi che giochi a basket in Europa senza dirmi che giochi a basket in Europa", i primi follower che hanno interagito hanno risposto citando il noto malcostume dei ritardi nella corresponsione degli emolumenti. Casualità, preveggenza o semplice boutade?

martedì 2 marzo 2021

Dal Titano alla gloria

Vulcanico. Era questo l'aggettivo più usato per definire carattere e persona di Luciano Capicchioni, colui che per anni fu dominus incontrastato della pallacanestro vissuta lontano dalla panchina o dal parquet, quella costruita dietro le scrivanie, ai tavoli delle trattative, sorseggiando una limonata fresca nelle calde giornate estive delle Summer League o intavolando lunghe discussioni per giungere ad accordi a volte impensabili. Luciano si è spento nella notte a 75 anni dopo una vita da vero combattente.

Non era una persona semplice con cui intavolare una trattiva. Cittadino di San Marino con un piede ben piantato nella capitale indiscussa della Riviera, Capicchioni era diventato un personaggio dominante negli anni '80 iniziando a rappresentare diversi campioni provenienti dall'Est. Merito anche di una partnership poi bruscamente interrotta, quella con Mira Poljo, la donna d'acciaio che gli aveva portato in dote tra gli altri Toni Kukoc. In una pallacanestro italiana che muoveva decine di miliardi alla volta, pompati dai Ferruzzi, dai Benetton, da Scavolini, poi dalle guerre stellari bolognesi tra Cazzola e Seragnoli, Capicchioni era lo squalo abituato a nuotare in un mare che conosceva meglio di molti altri. Chi più e chi meno, tutti coloro i quali si sono dedicati alla procura di cestisti hanno dovuto prima o poi confrontarsi con la sua storia imprenditoriale, con i suoi metodi, con i suoi successi e con le sue politiche.

Anche se col tempo la sua agenzia Interperformances aveva subito la sempre più dura concorrenza prima dell'ex socia Poljo e poi di tanti altri professionisti, Capicchioni aveva sempre voce in capitolo. Quando nel 2000 l'ULEB dichiarò guerra a FIBA Europe, per completare il quadro delle partecipanti alla nuova Eurolega arrivò proprio Capicchioni con un'invenzione machiavellica, i S. Petersburg Lions: una franchigia fantasma, composta da giocatori Interperformances senza contratto che si allenavano a Varese per giocare una volta a settimana in Russia - il miglior prodotto era Derek Hamilton che difatti poi trovò posto proprio a Varese ed a fine carriera a Rimini, ma c'erano anche Verginella, Bazarevich e l'ex Benetton Stazic. Si mormorava di una presenza-ombra di Capicchioni anche negli allora Lugano Snakes, altra cenerentola continentale inserita a forza per colmare le defezioni verso la Suproleague. Insomma, il manager sanmarinese era una vera potenza.

L'apice della sua carriera arrivò nei primi anni 2000 quando con Interperformances era talmente potente da poter costruire quasi da solo intere squadre di Serie A. L'esperimento dei Lions lo replicò poi in casa, rilevando i Crabs da Sberlati in Legadue e inserendo di volta in volta giocatori da lui seguiti, in parcheggio temporaneo per prestito (Giovannoni, Barycz) oppure come vetrina in attesa di una chiamata. La Federazione dovette addirittura intervenire per inserire una norma che vietava esplicitamente ai procuratori di possedere quote di maggioranza di club professionistici: il timore era rappresentato dalla possibilità che si potesse alterare l'equità competitiva favorendo la carriera di un giocatore a suon di statistiche gonfiate.

Rimini però divenne anche lo specchio della sempre maggiore debolezza di Capicchioni. Tra farseschi tentativi di sponsorizzazioni o fantasiosi ingressi di soci fantasma, i Crabs affondarono nei debiti tanto da indurre il loro proprietario ad una operazione mai tentata prima, quella dello scioglimento con immediata ricostituzione per consentire un doppio salto all'indietro, dalla non più sostenibile Legadue professionistica alla B2 dilettantistica. La triste parabola di Rimini fu specularmente quella di Capicchioni, sempre più identificato come responsabile dei guai del club - in realtà provò in ogni modo ad evitarne il fallimento - e sempre meno potente sul fronte del mercato. Si arrivò addirittura alla contestazione da cui nacque una bella realtà che oggi si chiama Rinascita Basket Rimini e che dopo un periodo di ostilità ha riunificato le tante anime della pallacanestro locale. Capicchioni, dimenticati i vecchi rancori, aveva lasciato la presa consentendo il matrimonio tra tradizione ed innovazione con una lunga lettera di commiato.

Una lettera che oggi suona quasi come un testamento ed un epitaffio. Per lui, per il basket ricco che fu e che oggi a parte poche eccezioni mendica, per i campioni che non torneranno, per la piccola Repubblica di San Marino che perde un personaggio magari chiacchierato, antipatico, duro, ma di sicuro impatto e che finché ha potuto ha sempre combattuto. Ciao Luciano.

domenica 14 febbraio 2021

Pagellone a coccarda

-VOTO 10 a Jasmin Repesa. Era sparito dai radar dopo essere finito nel tritacarne milanese in cui comunque qualche risultato positivo l'aveva raggiunto. Pareva destinato all'oblio, schiacciato da un passato diviso tra successi e delusioni ed un presente composto da una generazione di allenatori arrembanti. Invece Jasmin ha compiuto un miracolo: vincere la Coppa era impossibile, eliminare Sassari e Brindisi invece era teoricamente possibile ma alla vigilia pareva ugualmente fuori portata. Anche perché Pesaro è la stessa società che un anno fa a quest'ora ospitava la Final Eight da retrocessa virtuale e che in estate ha investito più sul nuovo tecnico che sulla squadra. A dimostrazione che una guida tattica è fondamentale per costruire un progetto sportivo, Repesa ha colto due bei successi e la sua Vuelle pur senza centro di scorta, pur con un reparto ali tra asilo e geriatria, pur con un play con le valigie in mano direzione Francia, pur con mille difetti è lì a giocarsi un posto nei playoff. Giù il cappello.

-VOTO 9 a Ettore Messina ed alla sua Milano. Il pronostico stavolta era chiuso sin dall'inizio e non ci sono stati rischi di sorta: se il banco di prova reale era il quarto di finale contro Reggio Emilia, si è capito subito come sarebbe finita. Prima partita con difesa efficace e buona circolazione di palla, poi un crescendo a triturare i malcapitati avversari. Quest'anno all'ombra della Madunina possono fare tutti gli scongiuri che vogliono ma lo Slam italiano è bersaglio facile. E pure in Europa questa Olimpia può dire la sua tranquillamente. Il segreto? La progettualità, un elemento che nei diciassette anni di era Armani quasi mai si è visto e che ora fa la differenza.

-VOTO 8 a Frank Vitucci ed alla sua Brindisi che è arrivata a giocarsi le Final Eight senza il miglior realizzatore e con il più forte tra i lunghi con la schiena ancora bloccata. Non bastasse, in semifinale si è fatto male pure Bell che non sarà un fenomeno ma in situazioni di emergenza come quella attuale fa comodo. Con gli uomini contati il tecnico veneziano ha rimescolato le carte valorizzando ancora Udom e Gaspardo, si è fidato del talento del neo-papà Thompson (a proposito, auguri!) e ha ottenuto risposte di carattere da Visconti. Che in semifinale ha sbagliato la lettura dell'assalto decisivo ma che sta dimostrando di poter valere questo livello.

-VOTO 7 a Venezia cui stavolta non sono bastati i lampi di Tonut per tornare a giocarsi un trofeo. La vittoria iniziale sulla Virtus fa morale tuttavia senza due lunghi e con un Daye tornato ad essere il solito elemento ondivago (eufemismo) era impensabile fare di più. I limiti della squadra di De Raffaele ormai sono noti: il gruppo è solido sì ma il peso degli anni si avverte e la prevedibilità di un gioco sin troppo perimetrale e condizionato dalle lune di Stone e del già citato Daye diventa stucchevole alla lunga. La stagione dell'Umana rischia di risultare deludente, con l'uscita prematura dall'Eurocup e le avventure in Supercoppa e Coppa Italia concluse prima della finale. Resta sempre lo scudetto ma contro questa Milano...

-VOTO 6 a Trieste che ha pagato non solo la disabitudine a giocare questo tipo di partite ma soprattutto l'assenza di quell'equilibratore che è Grazulis. Peric, il suo sostituto, è in netta fase calante e si è visto che senza un 4 capace di aprire l'area e ribaltare il gioco in maniera efficace l'Allianz deve affidarsi agli acuti di Fernandez o Doyle. Nota positiva sicuramente la crescita di Upson cui l'avvicendamento tra Udanoh e Delia ha fatto sicuramente bene.

-VOTO 5 a Sasha Djordjevic che ha gestito malino (altro eufemismo) la partita contro Venezia. Inutile nascondersi dietro le assenze, per quanto quella di Pajola sia indubbiamente una mazzata per un sistema come quello virtussino che prevede sempre almeno due portatori di palla in campo. L'Umana era teoricamente debole sotto canestro, con il solo Watt superstite alla sfortuna, mentre il punto di forza dei lagunari era lo stato di forma di Tonut. La scelta di accoppiare quest'ultimo a Teodosic e la gestione sbagliata dei lunghi ha portato ad una cocente sconfitta. Se è vero che l'obiettivo stagionale della Vu Nera è vincere l'Eurocup per approdare in Eurolega c'è da chiedersi che senso abbia spremere energie in competizioni in cui non si dovrebbe nemmeno credere. Ma se hai quel simbolo sul petto, se alle tue spalle c'è un patron che spende bei soldi e se le ambizioni sono tutto fuorché segrete, dovresti sempre lottare per vincere.

-VOTO 4 a una Reggio Emilia in profonda crisi di nervi, più che tecnica. Sutton è arrivato da appena un mese e ha già litigato con mezza squadra e società, Elegar si è stufato e ha deciso di fare i bagagli, Bostic è pure lui con il biglietto di sola andata in mano. I segnali visti al Forum sono stati pessimi soprattutto per quel che riguarda la serenità di un gruppo che avrebbe due obiettivi da qui in avanti, cioè la competizione FIBA (brutta e scarsa, ma è pur sempre Europa) e un posto nei playoff. Il bel lavoro svolto da Martino sino a poche settimane fa invece potrebbe finire in fumo per le bizze di due-tre giocatori e per dei clamorosi errori di valutazione. Intanto con Sims si è bruciato l'ultimo visto extra a disposizione, senza contare che il taglio di Sutton non lo renderà appetibile sul mercato interno. Sempre che qualcuno sia disposto a prenderselo.

-VOTO 3 a Gianmarco Pozzecco. La clamorosa sconfitta della Dinamo nei quarti di finale, per quanto giunta al termine della partita più bella dei quattro giorni di competizione, è in buona parte di sua pertinenza. Vero è che il clima era pessimo, che gli arbitri avevano il fischietto allegro e la Grande T fin troppo facile. Però un allenatore deve capire che le partite si vincono anche se non soprattutto con la gestione dei nervi oltre che delle risorse. Stefano Gentile è stato eroico ma non va dimenticato che Sassari si è fatta risucchiare il vantaggio precedentemente accumulato in seguito alla cacciata dal campo del suo allenatore e non sapendo attaccare una zona sì mobile ma tutto sommato prevedibile. 

-VOTO 2 alla classe arbitrale nei quarti di finale. La situazione è migliorata cammin facendo ma nelle prime quattro partite si è visto di tutto. A che servono l'instant replay, il precision time, i microfoni con auricolare ed ogni possibile strumento elettronico se poi non si è capaci di gestire in maniera elementare un match tutto sommato semplice? Di certo l'abuso del fallo tecnico e per certi versi anche dell'antisportivo sta rendendo i direttori di gara sempre meno calati nel contesto e sempre più protagonisti. L'esatto contrario di quel che dovrebbe essere.

-VOTO 1 ad Umberto Gandini che nel pomeriggio della finale risponde con supercazzole diplomatiche a domande imbarazzanti sul futuro di LBA. Della questione franchigie si discute dai tempi della defunta Superlega a 11 (era il 2000, pare un secolo), ma ci si dimentica sempre che senza l'assenso della Federazione non si potrà mai fare nulla. Ed è inutile ancora oggi pensare ad un sistema chiuso che premi le eccellenze assolute e sostenibili se tesseramenti, arbitri, antidoping sono ancora gestioni di competenza FIP. Paradossale poi la questione dell'emersione dei giovani talenti: se davvero si intende creare una Lega dei migliori è pacifico che le società premeranno sempre più per abolire le quote protezionistiche e per poter ingaggiare i migliori giocatori per rapporto qualità/prezzo. Che non sono certo gli italiani visto che i pochissimi fenomeni costano cifre spropositate, che gli elementi da rotazione nostrani non sono comunque a buon mercato e che pochissimi credono ancora nella potenzialità dei vivai. Al solito, a volte è meglio tacere o glissare.

-VOTO 0 a Mamma RAI che crede così poco in un prodotto comunque acquistato da non proporre nemmeno un passaggio in prime time in una delle reti ammiraglie. Non nel weekend in cui magari c'è fin troppa concorrenza ma neanche al giovedì, serata in cui il massimo della concorrenza è rappresentato da qualche talk e da Masterchef. Per carità, apprezzabile lo sforzo di produzione per rendere meno desolante il vuoto del Forum a porte chiuse, però resta sempre quel retrogusto amaro in bocca di un "potrei ma non voglio" esatto contrario del famoso adagio. E la promozione del basket in televisione? Un'altra volta, più avanti, forse, chissà.

venerdì 5 febbraio 2021

Quando il Destino gioca a dadi

In un gruppo social ho visto oggi una foto che mi riporta indietro di oltre vent'anni e che somma due talenti purissimi della pallacanestro anni '90 (ed anche oltre) che divisero a metà una città appassionata. D'altronde la storia sportiva è stata scritta anche dalle spaccature del tifo: chi preferivate, Coppi o Bartali, Rivera o Mazzola, Biaggi o Rossi, Lauda o Hunt? Non si può negare che Bologna, la Basket City italiana che per alcuni anni visse quelle che furono chiamate "Guerre Stellari" a suon di ingaggi miliardari, si è retta sulla dicotomia non solo tra Virtus e Fortitudo quanto su Sasha Danilovic contro Carlton Myers.

La foto cui accennavo riporta appunto i due ex rivali in posa per un brindisi, oggi, a oltre vent'anni dal ritiro del serbo che smise a causa di un fisico segnato dai troppi infortuni e ad un decennio circa dalle ultime apparizioni sul parquet dell'ex portabandiera olimpico. Un sorriso, una bottiglia di birra in mano, anni luce distanti dalle tensioni dell'Euroderby di fine millennio e dalle polemiche dell'epoca. Oggi Sasha è un dirigente, presidente della Federbasket serba, Carlton ha una sua agenzia di atleti: diversi sempre, nell'interpretazione del ruolo così come nelle scelte, mentre De Pol e Andrea Meneghin tanto per citare altri protagonisti sul parquet del medesimo periodo sono diventati commentatori televisivi.

Danilovic, Myers, Andrea Meneghin vent'anni fa, dov'erano? Il primo era in disparte, gli altri due in campo a raddrizzare quella che doveva essere una corazzata inaffondabile ma che si sarebbe rivelata la declinazione cestistica dello "Hood": nave possente alla vista, fragile e scarsamente solida alla prova dei fatti. Torniamo indietro all'estate 2000, quella che ridisegna tanti destini, quella delle Sliding Doors rese in precedenza famose da un film con Gwyneth Paltrow. Cosa accade, in quella benedetta estate olimpica sul fronte del basket nostrano? Abbastanza da poter scrivere un libro di ipotesi o congetture, le famose ucronie storiche che in Dick e Harris hanno trovato grandi autori e fragorosi successi di pubblico.

Facciamo una bella panoramica del momento, partendo dalla Virtus Bologna. Che nel 2000 ha cambiato padrone, passando dal self-made-man Cazzola al (presunto) magnate dei videogiochi Madrigali. E proprio il nuovo padrone decide non solo di confermare la linea politica degli anni precedenti ma di scommettere in materia pesante per riportare la Vu Nera, reduce da due anni affatto brillanti, sul tetto sia nazionale che continentale. Il passaggio di consegne d'altronde comprende uno zoccolo duro su cui costruire o ricostruire - sono i contratti di Rigaudeau, Sconochini, Bonora, Abbio, David Andersen e dello stesso Danilovic, oltre allo staff tecnico capitanato da Ettore Messina - e tanti contatti avviati in sede di mercato per riempire le caselle mancanti. Sul fronte opposto del Reno la gioia dello scudetto a lungo inseguito e finalmente centrato non si è ancora spenta tanto che in via San Felice si pensa alla cosiddetta FortItalia, una Fortitudo a trazione quasi completamente azzurra: via quasi tutti gli stranieri, qualche ritocco qua e là (ad esempio cambio della guardia tra i perticoni, con il lituano E. Zukauskas a sostituire il sempre più logoro Vrankovic) e fiducia ampia a coach Recalcati. Per entrambe le bolognesi però si apre il dilemma dell'ala piccola, un ruolo e forse pure un nervo scoperto. La Virtus ha fatto un mezzo disastro affidandosi al pessimo Darnell Mee, la Fortitudo non ha più voglia di tenere Karnisovas e pur avendo già preso Sandro De Pol (che si rivelerà un 4) preferisce esplorare le alternative.

Entrambe le contendenti si fissano su un nome e cognome, quello di Andrea Meneghin. Che è in uscita da Varese, che è un punto fermo in Nazionale, che ha talento e può garantire quel mix di imprevedibilità e di capacità di attaccare il ferro che tutte e due le squadre cercano. Nella miglior tradizione di Basket City per settimane l'asta a distanza è serrata a suon di rilanci: quello decisivo è della Fortitudo che convince il figlio d'arte con un pluriennale principesco. La Virtus quindi vira sul Piano B, prendendo un argentino cercato in precedenza anche dalla Benetton che però anch'essa ha cambiato idee e piani tattici. Il nome diverso è quello di Emanuel Ginobili, un ragazzo che ha prima riportato Reggio Calabria in Serie A1 e poi l'ha condotta ai playoff con sufficiente autorità. Ginobili è pure seconda scelta del Draft, quindi malaccio non dev'essere, anche se la prima scelta era Meneghin ritenuto a lui superiore.

A proposito di Draft, pure oltre Atlantico il Destino si diverte a giocare a dadi. Nella Lotteria c'è un altro ragazzo che arriva da Bologna, è serbo anche se viaggia volentieri con un passaporto greco che è utilissimo in regime di Bosman. Si chiama Marko Jaric, ha passato due anni a studiare da playmaker dopo un passato non brillantissimo da guardia e si ritiene pronto per il grande salto. La Fortitudo da cui proviene lo ha già salutato pensando che sarà materiale da primo giro, quindi inutile investire soldi per un rinnovo impossibile. Invece nella notte di Minneapolis succede l'imprevisto, accade che i 76ers chiamino Speedy Claxton alla 20 e che l'altra point guard in lizza assieme a Jaric ovvero Erick Barkley finisca a Portland con la 29. Il serbo è il primo selezionato del secondo giro, vale a dire contratto biennale non garantito e nulla più, non abbastanza (almeno all'epoca, oggi le regole sono diverse) da indurre un 22enne a fare la traversata e a tentare il salto. Difatti Jaric in America ci andrà più avanti e su di lui, lesta, si muove la Virtus che lo inchiostra con un bel biennale mentre i fortitudini sorridono pensando di aver rifilato un mezzo bidone ai cugini.

Non paga di aver scompaginato parecchio le carte, la Sorte continua a divertirsi in quell'estate pazzerella e nei mesi a seguire. E cosa fa? Prima di tutto, fulmine a ciel sereno: Danilovic si ritira. Davvero un qualcosa di inaspettato per la stessa dirigenza bianconera che aveva inseguito Meneghin e poi firmato Ginobili per consentire a Sasha di tornare a giocare in pianta stabile da guardia tiratrice. Invece no, il Ragno non ce la fa più, è tormentato dagli infortuni e decide di smette. A trent'anni. E il virtussino medio si dispera domandandosi se non sia una disgrazia all'inizio della stagione del rilancio. Sempre a proposito di virtussini, un altro che però siede in panchina e fa l'allenatore opta per una scelta che farà discutere: è Piero Bucchi, al secondo anno a Treviso dove ha vinto la Coppa Italia e ha portato una Benetton tradita da uno dei suoi americani in finale scudetto. Bucchi prima era a Rimini dove aveva costruito buona parte delle sue fortune su un centro irlandese letteralmente "di peso". E per portare nella Marca tutta quella massa corporea che risponde all'identità di Alan Tomidy, Bucchi è disposto a tutto, anche a dare a Rimini un italo-americano fresco di passaporto nostrano ed ancora misconosciuto ai più a dispetto di un buon background in Germania.

Non è finita qui, ovviamente. Abbiamo parlato di Virtus, di Fortitudo, di Benetton. C'è pure una seconda Virtus, quella romana, che sta vivendo una transizione dal ticket Corbelli-D'Antoni (Sergio) al futuro proprietario unico Toti via Malagò. La Virtus giallorossa si è presentata al gran ballo con meno lustrini del passato ma con un bel biglietto da visita che è la Supercoppa vinta dopo la pessima formula allargata, in finale a Siena contro la Kinder di Messina mentre le finaliste scudetto si sono fermate poco prima. A metà dicembre arriva un altro regalino della Sorte beffarda che lancia nuovamente i dadi ed elimina un elemento tra le fila della Vu Nera: Hugo Sconochini è risultato positivo all'antidoping, la notizia si conosce dieci giorni prima di Natale ma riguarda un match giocato due mesi prima. L'argentino è sospeso, poi squalificato e licenziato, coach Messina si ritrova privo di una pedina utile sul perimetro ed al suo posto arriva Fabrizio Ambrassa, non esattamente un nome di peso ma un onesto giocatore di sistema.

Il risultato di tutte queste marachelle del Destino infido le conosciamo. Senza gli ingombranti (caratterialmente ed anche tecnicamente parlando) Danilovic e Sconochini la Virtus vincerà tutto, dal derby di Natale al triplete coccarda-scudetto-Eurolega. Con la formula italiana, con lo strapagato Meneghin che però non è determinante, richiamando anche Vrankovic la Fortitudo farà cilecca e Myers la lascerà tra mille lacrime aprendo una nuova fase, sua e per il club. La Virtus romana, illusa dalla Supercoppa in bacheca, si lancerà negli anni successivi in una frenetica corsa al vertice senza raccogliere gioie ma solo tante amarezze. La Benetton, regalato Joey Beard a Rimini dove avrebbe fatto tre triple-doppie di cui una in faccia a Fucka, sarebbe stata appesantita dall'impresentabile controfigura sovrappeso di Tomidy e si sarebbe pure azzoppata da sola rinunciando a Isma Santos prima dei playoff, lasciando ad ammuffire in panchina i talenti in rampa di lancio ma ancora incompresi Boki Nachbar e Massimo Bulleri.

Volete sbizzarrirvi con le ipotesi? Ed allora provate ad immaginare una Virtus che non rinuncia a Meneghin ma rilancia e che lascia andare Ginobili a Treviso o all'estero, convincendo Danilovic a non ritirarsi e salvando Sconochini dal collirio allo steroide. Oppure pensate ad una Fortitudo che prova ugualmente a tenere Jaric, che non lascia libero Karnisovas e che evita le suggestioni azzurre investendo su un centro utile e non sulla macchinosità di Zukauskas o sulla ciccia di Damiao. O ancora idealizzate un passato alternativo in cui Treviso si tiene stretta Beard, valorizza i suoi giovani e non si ostina a riprendere un Naumoski reduce da un anno di vacanza pagata dall'Efes. Cosa sarebbe accaduto? Non lo sapremo mai, però a volte è bello domandarselo.

domenica 24 gennaio 2021

Non è un campionato per stranieri scarsi

Mi perdonerà, spero, Sergio Tavčar se apro questo mio intervento ricordando le sue bellissime telecronache di TeleCapodistria/Koper TV in cui ha sempre raccontato il basket lontano dal sensazionalismo e badando esclusivamente alla sostanza. L'ottimo Tavčar non ha mai lesinato giudizi anche duri su giocatori reputati "scarsi", termine che non riguarda l'inadeguatezza del tasso di talento o delle caratteristiche fisiche ma l'inconsistenza e l'insofferenza a due principi cardine di ogni sport: abnegazione e concentrazione. Insomma, a prescindere dall'altezza, dalla prestanza muscolare o dalla capacità di far danzare la palla tra le proprie dita, per essere un buon giocatore di pallacanestro occorrono mentalità e spirito di sacrificio. Il resto è mancia.

Pare che anche Max Menetti concordi con il grande giornalista triestino. Almeno a giudicare dalle parole con cui ha descritto l'impiego del diciottenne Lorenzo Piccin nel match tra la sua De' Longhi e Milano, gara conclusa con una vittoria meneghina maturata solo negli ultimi secondi. "Non è un premio o un regalo ma la conseguenza del lavoro svolto in settimana. E mi dispiace non aver dato spazio anche a Vittorio Bartoli, lo meritava anche lui e avevamo studiato delle soluzioni apposta". Non semplici elogi ma una netta distinzione che annesso sfogo palese all'indirizzo di un altro giocatore. Chi? Veste sempre biancoceleste, ha il numero 30 sulle spalle e da due partite non schioda il suo posteriore dalla panchina se non in occasione dei timeout in cui, invece di ascoltare le parole dello staff tecnico, ciondola la testa al ritmo della musica diffusa dagli altoparlanti.

In una domenica in cui Piccin (ripeto, 18 anni compiuti lo scorso novembre, teorico undicesimo uomo, giovane di serie e quindi ancora lontano dal primo contratto pro) gioca tredici solidissimi minuti contro gente del calibro di Delaney, Punter e Moraschini ed in cui il suo coetaneo Gabriele Procida ne mette 24 con un'ottima prova balistica e segnali di sorprendente maturità, mi domando che senso abbia continuare ad insistere con le cervellotiche formule di eleggibilità degli stranieri. Se la scusante è una presunta necessità di competitività nelle Coppe europee è bene ricordare che l'Italia non vince qualcosa a livello ULEB dallo Slam della Virtus nel 2001 e che le competizioni FIBA in cui ultimamente si è portato a casa qualcosa vantano un livello tecnico ben inferiore alle ultime edizioni della Korac e  della Saporta. Ed è pure il caso di ricordare che, sulle attuali 15 partecipanti al torneo LBA, solo otto hanno iniziato l'annata con un calendario composto da impegni anche al di fuori dei confini nazionali a fronte però di parecchie squadre che ricorrono alla formula 6+6 (con relativa penale economica) semplicemente perché ritenuta più performante e conveniente rispetto alla ricerca, crescita e valorizzazione dei nostri giovani.

Persino Roma, la Virtus scomparsa a dicembre, aveva scelto il 6+6, spinta dalla necessità di introitare anche gli spiccioli portati dal carneade Liam Farley e dal genitore, disposto a pagare purché il figlio potesse non dico giocare ma almeno sedersi sulla panchina di una squadra di Serie A. Ma vogliamo parlare di altri impresentabili come quel Tyler Cheese firmato da Treviso in virtù di un costo d'ingaggio irrisorio? Oppure dello svedese Andersson, giubilato con sommo sollievo da Varese dopo dieci dimenticabilissime apparizioni? O dei bresciani Ristic e Kalinoski, dei fortitudini Withers e Fletcher (quest'ultimo poi sceso in A2 a Pistoia), del virtussino Adams, dell'ex canturino Woodard, del sassarese Katic? Tutti giocatori magari con una minima utilità in allenamento ma che alla prova dei fatti non strappano certo applausi in partita e che fanno domandare sempre più quale significato abbia l'apertura indiscriminata al tesseramento degli stranieri.

Teoricamente il fondo della situazione lo si era toccato nel campionato 2001/02, quello del "liberi tutti" in cui senza limiti di tesseramento si era vista qualunque nefandezza, da playmaker americani inadatti ad una B nostrana e schierati da club fin troppo creativi a società in ricostruzione cammin facendo che si adattavano a ricostruire daccapo l'intero roster giornata dopo giornata. Se la deregulation dell'epoca non era certo utile, non si può dire che la situazione attuale sia migliore. Lo specchio è Milano che è sì ad oggi l'unica italiana in Eurolega oltre che una delle due sole realtà che possono contare su un vero mecenate, ma è anche quel club diviso tra la necessità di vincere subito e la prospettiva di costruire un domani. L'Olimpia ha un bel settore giovanile da cui sono usciti alcuni prospetti interessanti e negli anni ha provato a far incetta anche di altri italiani giovani da sviluppare. I risultati? Il miglior prodotto del vivaio, Giordano Bortolani, sta combattendo per emergere a Brescia dove invece di costruirgli la squadra attorno hanno preferito farlo partire dalla panchina - spiegatemi voi il senso di questa scelta. Dal 2015 ad oggi sempre Milano ha inchiostrato con le migliori intenzioni e poi scartato La Torre, Fontecchio, Abass, Pascolo, Della Valle. L'ultimo della lista è Davide Moretti, anni 22 anni il prossimo 25 marzo, che la scorsa estate ha preferito rinunciare all'ultima annata al college per tornare in Europa e firmare un pluriennale con i meneghini. I suoi numeri? 2.6 punti in 8.9 minuti di media, col 39% da 2 ed il 26% da 3. Mi rifiuto di chiamarla gavetta, perché ad un quasi 22enne non si dovrebbero certo richiedere ventelli a pioggia ma almeno un impegno costante per minutaggio e rendimento. Così si butta via un anno, forse due, in una carriera che, se tutto va bene, si chiuderà tra tre lustri. All'estero un ragazzo del genere, anche se controllato da un top team, viene spedito in prestito all'interno di progetti tecnici che ne prevedano la valorizzazione assoluta; da noi si spendono cifre importanti per non far giocare un ventunenne che di talento ne ha parecchio e si ingaggiano a stipendi talvolta immeritati degli onesti mestieranti, degli individualisti o dei giocatori che in altri tempi sarebbero stati tagliati dopo due allenamenti di prestagione. Questo è il basket in Italia oggi. E non lamentiamoci, in un simile quadro, del relativo degrado.

(photo credit: Michele Gregolin per Uff. Stampa Treviso Basket)