mercoledì 24 ottobre 2018

Dalla Sardegna con pressione

CAPITOLO 2: UN LENTO PROGREDIRE

Torna alla vittoria, la De' Longhi. La trasferta infrasettimanale di Cagliari restituisce il sorriso ai biancocelesti che possono rientrare dalla Sardegna con due punti in più in classifica e qualche patema in meno. Non illudiamoci, la partita del PalaRockfeller non ha risolto i difetti di una TVB ancora cantiere aperto, ma ha offerto almeno un positivo segnale di riscatto da parte di qualche giocatore. Ci vorrà del tempo per godere dei reali benefici del lavoro di coach Max Menetti ma qualcosina già è possibile intravedere.

Contro una Hertz volenterosa, irrobustita dall'aggiunta Diop ma orfana per quasi metà partita di Johnson che si infortuna alla caviglia destra tentando di recuperare un pallone, Treviso applica la tecnica della pentola a pressione. Una cottura lenta ed inesorabile, minuto dopo minuto, toccando le temperature più alte nell'ultimo quarto quando la circolazione di palla, facilitata dalla stanchezza sarda, trova le mani di Imbrò, Wayns ed Alviti, ovviamente caldissime. Curiosamente la De' Longhi pare gradire i parziali pari, il secondo ed il quarto, ovvero quelli in cui in vari modi riesce ad accumulare i vantaggi più consistenti nei confronti dei modesti avversari.

Si diceva di Maalik Wayns. Desideroso di cancellare il ricordo della pessima prestazione domenicale contro la Fortitudo, lo statunitense carbura con il passare dei minuti. Ed a poco a poco emerge un suo lato caratteristico: più guardia che play, almeno in questa configurazione, l'ex Joventud acquisisce confidenza con campo e gioco soltanto trovando la via verso il canestro. Percentuali da raddrizzare (29% da 2, 37,5% da 3) ma tanto movimento. Il tallone d'Achille di Wayns resta il nervosismo, col secondo fallo tecnico consecutivo dopo quello rimediato con Bologna. Ed anche Alviti non scherza, visti i battibecchi con Menetti al rientro in panchina - altra preoccupante costante.

Sul fronte lunghi, deciso passo in avanti di Lombardi, schierato spesso e volentieri da centro tattico. Sarà l'inconsistenza del pacchetto avversario - modesto Diop, volenteroso Johnson, acerbo Ebeling, pessimo Matrone, indisponibile Allegretti - ma il piemontese è un altro dei protagonisti a sorpresa della partita, completando il riscatto rispetto alle sciagure domenicali. Sul perimetro si capisce finalmente l'importanza di Uglietti: non solo metronomo difensivo e collante tra i reparti ma vero play aggiunto per sgravare dal compito gli americani e renderli liberi di realizzare. Un giocatore così, atipico ed umile, non può che rivelarsi utilissimo.

Superato l'esame sardo, si torna subito in Continente. Domenica altra trasferta piuttosto insidiosa: Cento è neopromossa e davanti al proprio pubblico sarà galvanizzata dalla sfida ad una corazzata. La coppia di americani della Benedetto XIV è di assoluto spessore, James White ha costruito una carriera tra campionati di alto livello, Eurolega e NBA, accettando a 35 anni di ripartire dall'A2 giocando fuori ruolo (è un 3 naturale, a Cento viene impiegato da 4). In un campionato che si conferma equilibratissimo - Fortitudo a parte: Bologna vince in casa anche con Udine, panchina di Cavina in bilico? - ogni vittoria acquisisce un peso specifico altissimo. Specie se accompagnata da confortanti segnali di progresso.

PAGELLE CA-TV

MILES 7: il contraltare di Wayns. Piccolo, veloce, ama avere la palla in mano ma finalizza più che creare, anche se le statistiche gli attribuiscono 5 assist. Ha carattere, questo è sicuro.
FLORIDIA ng: due minuti e spiccioli nel finale.
GALLIZZI ng: vedi Floridia, giocando anche meno e sempre a partita finita.
RULLO 6,5: fargli fare il play non è la migliore delle idee. Quando è impiegato nel naturale ruolo di guardia riesce ad esprimersi. Trasmette sempre la sensazione di magnifico, eterno incompiuto.
EBELING 4,5: a livello giovanile era una delle più belle promesse. Dopo poco più di un anno di cura Dinamo appare involuto. 12 minuti, 4 falli, tanta confusione.
ROVATTI 6,5: tiratore professionista, tanta personalità, qualche sbavatura in difesa.
MATRONE 4: ok le sportellate in difesa ma è un buco nero in attacco e si fa scavalcare addirittura dai ragazzini in rotazione.
BUCARELLI 5: altra grande promessa non mantenuta. Pariclasse di Davide Moretti, tre anni fa si contendeva proprio col figlio d'arte il titolo platonico di miglior '98 d'Italia. Ora è un onesto numero 3 che usa il fisico come può.
JOHNSON 6,5: finché non si gira la caviglia in un impeto di generosità risulta uno dei migliori dei suoi. Con la sua uscita per infortunio la partita della Hertz scivola lentamente verso la sconfitta.
DIOP 6,5: in estate ha lasciato Udine per Sassari ma in Serie A non ha trovato spazio. Si augura di averne a Cagliari, ancora in A2. Dovrà però dimostrare passi in avanti decisi, specie dal punto di vista mentale: a partita ancora teoricamente aperta i suoi falli risultano una mazzata.
PAOLINI 6: sfrutta i passaggi a zona della De' Longhi per suggerire ai suoi tiratori di osare. L'infortunio di Johnson non lo aiuta. L'impressione è che debba gestire una squadra un po' sopravvalutata e con qualche giovane da recuperare assolutamente.

TESSITORI 6,5: stavolta nessun effetto speciale, a parte un altro canestro di tabella. Non tutelato dagli arbitri che gli fischiano contro dopo un evidente sfondamento subito.
BURNETT 7: poco appariscente ma concreto al punto giusto. Anche lui approfitta dell'amico tabellone per colpire (da 3). Ma non si limita alle percentuali, comunque molto alte: bella presenza totale, con la chicca di una stoppata.
ALVITI 7: con fiducia recupera la mira e martella il canestro avversario. Benino anche in difesa.
WAYNS 6,5: si prende tanti tiri, ne sbaglia parecchia, ne azzecca alcuni di importanti. In difesa non sempre tiene Miles però compensa con assist (7) che ribadiscono la sua capacità di leggere le situazioni a patto di sentirsi coinvolto. Deve levarsi il vizio del fallo tecnico.
ANTONUTTI 6,5: Johnson lo fa soffrire, la maschera inizialmente non gli dona la necessaria mira al tiro. Nel finale cresce assieme al resto della squadra.
IMBRO' 7: non è un caso che il plus/minus più alto di tutti sia il suo (+19). L'empedoclino appare trasformato dalla cura-Menetti: concreto, concentrato, preciso, al servizio della squadra. Un altro giocatore rispetto ad un anno fa.
UGLIETTI 7,5: non solo difesa. Rimbalzi, stoppate, playmaking aggiunto, iniziative offensive. Si capisce sempre più perché Menetti ne abbia sentito la mancanza in prestagione, complice l'infortunio alla spalla.
LOMBARDI 7: da finto centro può sfruttare rapidità ed elevazione. Cagliari non ha contromisure adatte, visto che Diop è più pesante. Da rivalutare ancora in questa posizione tattica.
MENETTI 7: forse un po' sorpreso dai giochi iniziali di Miles e Johnson, chiede ai suoi maggiore circolazione e chiusura dell'area. Sull'arco paga dazio alle triple di Rovatti ma alla lunga la scelta paga ottimi dividendi. Vittoria che restituisce fiducia al gruppo ed è la notizia più importante.

QUINTETTO IDEALE: Miles, Imbrò, Burnett, Uglietti, Lombardi.

lunedì 22 ottobre 2018

Requiem per un gigante

Treviso. La città medievale sconvolta dalla Pasqua di Sangue del '44. Il luogo natio di pontefici, artisti, politici. La location di una nota e pungente commedia all'italiana. L'origine di attentati terroristici e di scandali finanziari nazionali. Per tanto tempo questa è stata Treviso nell'immaginario collettivo dell'italiano medio che ripensava al capoluogo della Marca solo se si nominavano Bepi Maffioli (il suo colonnello Barbacane ne "Vogliamo i colonnelli" di Monicelli è appunto trevigiano) e Gustavo Selva, se si parlava delle prime indagini su Piazza Fontana o del contrabbando di petrolio. Poi sono arrivati i Benetton, quattro fratelli. Maglioni colorati, moda facile da comprare, una piccola rivoluzione nella comunicazione. Della tetrarchia, uno solo ebbe l'intuizione di utilizzare lo sport come possibilità di riscatto del territorio, come volano morale per i terzisti che costituivano la spina dorsale nel nascente impero economico e come veicolo pubblicitario dalla forza dirompente.

Gilberto Benetton ha attraversato le epoche. Da ragazzo, nel dopoguerra della faticosa rinascita, giocava a pallacanestro sotto lo sguardo di Ciano Bortoletto e quella passione non l'ha mai abbandonata. Ha tentato di dimenticarsene quando dovette compiere il passo decisivo verso il disimpegno del gruppo nei confronti dello sport ma in cuor suo la passione bruciava ancora. Nel 1981 decise di affiancare Aldo Bordignon colorando di bianco e verde le divise fino ad allora biancocelesti della A.P. Treviso, poi Pallacanestro Treviso Spa. Tempo tre anni si giunse al passaggio di consegne, lo sponsor diventò proprietario. Era il periodo di Scavolini, capostipite del ristretto club dei miliardari del canestro che davano il proprio nome e marchio alla squadra. E Benetton è stato questo, per Treviso: un nome, un marchio, una garanzia economica e di successo. In definitiva, l'applicazione in ambito sportivo del modello manageriale d'impresa.

Il Benetton Sportsystem per un periodo è parso un colosso inarrestabile. Tre sport di squadra nella Treviso da bere degli anni '80 e '90, quella del boom economico-bis. Più la sponsorizzazione estemporanea della pallanuoto a Pescara. Più la scuderia di Formula Uno, nata sulle ceneri della Toleman e capace di lanciare campioni e vincere tre titoli. Più l'esperienza nel Motomondiale, con una squadra impegnata direttamente nelle cilindrate inferiori ed il marchio ben visibile su tuta e carena del cannibale australiano Mick Doohan. Non basta: il Benetton Sportsystem di paròn Gilberto è stato anche fucina di talenti dietro le scrivanie, poiché la crescita esponenziale ed il successo non possono prescindere da competenza, capacità ed applicazione. Gherardini, Da Re, Munari, Lefebre, De Conti, Coldebella, Briatore si sono affermati anche grazie a Gilberto Benetton che riconobbe in loro le doti per rivoluzionare la sonnacchiosa dirigenza sportiva italica, ancorata a modelli superati - uniche eccezioni nel periodo, l'eclettico Montezemolo ed il vituperato Giraudo.

La lungimiranza di un uomo straordinario si è vista in ambito finanziario. L'annunciata morte del tessile italiano di bassa qualità fu intuita a tempo di record, aggredendo il mercato delle privatizzazioni e delle partecipazioni. Tra avventure sfortunate (chi ricorda la compagnia telefonica Blu?) e grandiosi investimenti (Autogrill), l'impero si è espanso. Oltre lo scetticismo o lo scherno di qualche vecchio marpione della finanza nazionale. Al culmine del successo però sono arrivati alcuni dolori. Lo scandalo Lorbek, una svista regolamentare sfruttata ad arte da nemici privi di scrupoli, lasciò amaramente il segno in un Gilberto Benetton già deluso dalla piega che 12 anni fa aveva preso l'Eurolega che proprio i suoi uomini avevano contribuito a lanciare. Pochi anni dopo, il disimpegno su quasi tutti i fronti, mantenendo il rugby per passione del fratello Luciano e per contratti già firmati di collaborazione con la FIR, più che per irremovibile convinzione. Sul piano finanziario, i tormenti di un gruppo affidato alla seconda generazione che ha deciso il delisting da Piazza Affari, ha perseguito strategie non sempre efficaci per tornare alla fine al tessile. E le difficoltà di condurre in porto quello che sarebbe stato il capolavoro assoluto, la fusione tra Autostrade ed Abertis con la nascita di un colosso europeo della viabilità.

Il 2018 è un anno tragico per la famiglia Benetton. In pochi mesi i lutti si sono succeduti: il marito di Giuliana, poi Carlo che era il più giovane e forse anche il più riservato di tutta la vecchia generazione. Ad agosto, la tragedia di Genova e la bieca, sordida, disgustosa opera di sciacallaggio politico nell'italianissimo campionato dello scaricabarile che ha convocato ai piedi del viadotto crollato in Valpolcevera un torneo straordinario, tra macerie e 43 vite spezzate. Gilberto Benetton ha visto impotente il nome della famiglia insozzato in ogni modo ed è difficile oggi pensare che quelle cattiverie gratuite, comprese le speculazioni sul Ferragosto in famiglia a Cortina, non abbiano aggravato una situazione di salute già preoccupante.

La scomparsa di Gilberto Benetton lascia Treviso senza una delle sue anime. Chissà se da domani i trevigiani si accorgeranno di quanto il vituperato re dei maglioni ha lasciato in eredità, dai restauri alla Fondazione degli Studi, dalla Ghirada al Palaverde, dalle biblioteche al Master SBS. Chissà.
Sarebbe sicuramente buona cosa almeno offrire un tangibile segno di ringraziamento. Il Palaverde, gioiello ancora oggi dopo 35 anni, meriterebbe di cambiare nome e trovare una degna titolazione. E sarebbe ancora poco per onorare la memoria di un uomo che in silenzio, con garbo e col sorriso, ha dimostrato con i fatti di amare tanto la sua terra.

domenica 21 ottobre 2018

Si sta come d'autunno...

...sugli alberi le foglie. 
Cito Ungaretti nella riapertura di questo blog dopo un lungo oblio, riaffermando la caducità della nostra esistenza. Non solo per una questione stagionale: fino a novità che spero prossime, utilizzerò questo spazio, che inaugurai circa 6 anni fa, per riversare impressioni e considerazioni in merito al gioco che ho sempre amato. Lo farò con cadenza differente, a seconda delle notizie, per capitoli. L'interazione dei lettori è ben accetta, come sempre, con suggerimenti o critiche.

CAPITOLO 1. DEGLI ERRORI E DELLE CORREZIONI

Domenica 21 ottobre 2018, la Fortitudo sbanca il Palaverde affermandosi giustamente come prima candidata alla vittoria della regular season e confermando la validità dei pronostici estivi. Nulla da eccepire: coach Antimo Martino sa il fatto suo. Lo ha dimostrato in estate costruendo una squadra fortissima - unici punti interrogativi, il post basso accentratore di Mancinelli (che però attualmente è infortunato) e l'età media piuttosto elevata del gruppo - e l'ha ribadito conducendo un gruppo profondamente rinnovato ad esprimere un gioco convincente ad ogni velocità. L'esatto contrario della De' Longhi di coach Menetti, irresistibile in transizione ma disastrosa a metà campo.

Non è soltanto una questione di playmaker. Oppure è anche una questione di playmaker. Indubbiamente Bologna può avvalersi di una regia diffusa, con Rosselli e Leunen a coadiuvare i Fantinelli e Venuto della situazione. Però se a fronte della perdita del regista titolare - il faentino, vittima di un riacutizzarsi della vecchia fascite plantare (fastidiosissima, posso confermarlo: quindi auguri!) - la compagine reagisce serrando le fila, guadagnando fiducia col passare dei minuti e trovando spesso la soluzione vincente, non si può certo parlare di difetti caratteriali.

Semmai è TVB a doversi interrogare sulla scelta di Maalik Wayns. L'ex Sixers potenzialmente è un fenomeno ma finora sta faticando ed in alcuni casi si è tramutato in zavorra. Esemplare proprio la prestazione nell'anticipo televisivo: tripla inaugurale, 5 assist nel mezzo... ma 4 perse, 4 falli (due in attacco più un tecnico per proteste) e testa da un'altra parte. Il ritardo di condizione dovuto al leggero sovrappeso ed all'estate trascorsa recuperando dal guaio al ginocchio è evidente. Peggio ancora però pare la situazione mentale, con un playmaker che fa girare pochino la squadra e che alla fine risulta il peggiore dei suoi. In queste condizioni non si può recriminare sullo scarso apporto di Antonutti dovuto alla maschera protettiva o sul rendimento un po' ondivago di Alviti o sulla partita in ombra di Chillo. Il guaio è lì, in cabina di regia, ruolo delicatissimo in cui teoricamente si potrebbero alternare anche Burnett (bravo, ma più efficace da guardia), Imbrò (idem) e Uglietti (equilibratore tattico e specialista difensivo). Il rientro di Giovanni Tomassini è ancora piuttosto lontano e nel frattempo la squadra dovrà affrontare tante insidie: lo stesso Menetti ha ribadito nel commento finale che il passo indietro registrato con la Fortitudo è anche di natura mentale. Per far strada occorre rettificare il proprio percorso, a costo di qualche scelta temporaneamente dolorosa. La stagione dell'ultima TVB di Pillastrini svoltò non solo grazie a Swann ma soprattutto con la serietà di Bruttini e con una piccola rivoluzione nelle gerarchie interne. Menetti ha ribadito più volte che non intende garantire il posto a nessuno: impegno e dedizione. Oggi Treviso Basket è Tessitori e Burnett, più qualche sprazzo qua e là. Per diventare squadra occorre passare attraverso un'acquisizione completa di responsabilità. La De' Longhi può farlo. Ma deve iniziare a dare risposte già mercoledì a Cagliari.

PAGELLE TV-BO

TESSITORI 8: punti, rimbalzi, stoppate, recuperi, assist. Atteggiamento battagliero dall'inizio alla fine, incita il pubblico, sprona i compagni. Davvero, il meno colpevole di tutti.
BURNETT 7: un altro elemento che fa di tutto per dare una sterzata. A costo di inventarsi anche regista e realizzatore al tempo stesso. Purtroppo boia ed impiccato non possono coesistere, salvo suicidio.
ALVITI 5: in difficoltà palese su Rosselli, due lampi di personalità nell'ultimo quarto con le due triple che potrebbero valere la riscossa. Il terzo tentativo, dall'angolo, glielo sputa il ferro e la partita sua e della De' Longhi finisce lì.
WAYNS 4: disastroso e non solo per il rendimento. In evidente confusione, commette due falli in attacco praticamente identici ed al secondo si fa pure sanzionare con un tecnico aggiuntivo. L'ira di Menetti è pienamente giustificata.
ANTONUTTI 5,5: dieci minuti invisibili.
IMBRO' 6: da guardia è una pregevole riscoperta, emergendo dalla panchina. Come play incappa nei soliti vizi: possessi buttati e scelte non sempre azzeccate.
EPIFANI ng: 16 secondi in campo, il tempo di spendere due falli.
CHILLO 5: dovrebbe esaltarsi nella lotta in area con l'ex compagno Pini, invece non trova spunti.
LOMBARDI 5: si è perso il conto degli appoggi a canestro così semplici eppure sbagliati dal piemontese.
MENETTI 6: con una squadra priva di un faro in regia si ritrova a dover grattare il fondo del barile delle risorse mentali e tecniche, ricorrendo persino al doppio pivot. Non può essere contento di quanto sta vedendo, probabile si faccia sentire a breve.

SGORBATI 5,5: sgraziato ma fisico, funziona in difesa come guardia d'emergenza al terzo fallo di Hasbrouck. In attacco però è un buco nero, rimediando stoppate a ripetizione.
CINCIARINI 6,5: impiegato anche fuori ruolo, da play d'emergenza, se la cava. Ma la chicca sono le 2 bombe della provvisoria fuga. Poi, ordinaria amministrazione.
BENEVELLI 6: ottima bomba frontale su scarico. Nulla più.
LEUNEN 7,5: in coppia con Pini può sciorinare tutto il suo repertorio. Mano dolcissima, presenza a rimbalzo, leader silenzioso. Un califfo per questa A2.
VENUTO 6,5: regia ordinata, difesa attenta, zero sbavature. Comprensibile che Menetti lo apprezzi.
ROSSELLI 7,5: Praticamente inarrestabile, sia da 3 che da 4 tattico. La chicca: i 5 assist.
FANTINELLI 7: parte di gran carriera per farsi rimpiangere dal suo ex pubblico, diviso tra chi lo applaude e chi lo becca. Praticamente perfetto al tiro, si blocca per un riacutizzarsi di un vecchio malanno.
PINI 5,5: ruvido, legnoso, duro. Manca la sufficienza per la stoppata subita da Imbrò(!) in una situazione di assoluto dominio della propria squadra.
HASBROUCK 8: la vince lui, alla fine. A suon di bombe che scavano il solco nel terzo quarto e che mortificano l'ultimo tentativo di TVB di tornare in partita nel finale.
MARTINO 8: ormai bestia nera della De' Longhi, cui ha regalato infiniti dolori nelle scorse stagioni con Ravenna. Tattica impeccabile, scelte corrette (fallo tecnico compreso) ed ottima capacità di adattare la sua squadra alle rare difficoltà. Ecco perché era uno dei candidati al dopo-Pillastrini...

QUINTETTO IDEALE: Burnett, Hasbrouck, Rosselli, Leunen, Tessitori.

mercoledì 5 ottobre 2016

La storiaccia infinita

Come una maledizione. Treviso-Fortitudo pare non debba conoscere mai una fine. Che si tratti di partita secca, di serie playoff, di campionato. O di questioni borderline, che riguardano sì il basket ma solo come contorno di qualcosa di assai meno piacevole.

La penultima (in ordine di tempo) Treviso-Fortitudo si era conclusa a maggio scorso con un corollario di schifezze. Violenze, urla, schiaffi, devastazioni. Non un bello spettacolo, peraltro a due passi dalle telecamere di Sky Sport. Si pensava fosse tutto concluso o dimenticato... invece pochi giorni fa, ecco i Daspo. 22 divieti di durata biennale di assistere a manifestazioni sportive di qualunque genere a carico di altrettanti soggetti. Tutti bolognesi. Un paio - ed è clamoroso - sono dirigenti della Fortitudo.

Le motivazioni del provvedimento adottato dalla Questura riguardano gli incidenti del 29 maggio al Palaverde. Sorprende un po' l'accusa a carico dei dirigenti ma è pur vero che qualcosa è successo. Forse si sarebbe potuto agire diversamente, con più scaltrezza e senza prestare il fianco ad ulteriori polemiche. Con i se e con i ma non si va da nessuna parte.

Uno spunto di riflessione però lo offre uno dei soggetti coinvolti nei disordini. Un dirigente. Che non va oltre una comoda versione di parte. Il testo è stato raccolto da un noto sito sportivo:

"Diffide dei fatti di Treviso? Ci siamo trovato spiazzati ed è stata una situazione spiacevole. Un peccato, perché il clima era tranquillo e sereno. Poi ci hanno accusato di aver rotto il soffitto, ma dei ragazzi picchiati fuori dal palazzetto nessuno ha detto nulla. In più sono arrivate diffide a tre ragazzi che fumavano, veramente grottesco. Con questo non dico che siamo dei santi e non voglio difendere i delinquenti. La situazione che mi riguarda? C'era un bambino di mezzo; un minore non è stato fatto passare ed è stato diviso dal padre. Un gesto che non doveva accadere. Mi son trovato lì ed ho chiesto il perché non l'avessero fatto passare, quando poi hanno rimesso un bambino di 6 anni nella zona dove ci doveva essere la rissa. Insomma, una situazione sfuggita di mano di fronte alla quale erano impreparati. Impugnerò comunque il provvedimento"

Crederci? Dubitare? Ai testimoni oculari spetta l'ultima parola. Intanto guardo il calendario: il 23 ottobre p.v., quarto turno di stagione regolare girone Est dell'A2, è prevista l'ennesima Treviso-Fortitudo. I tifosi ospiti ci saranno? E quel dirigente sarà riuscito ad ottenere la sospensiva della diffida?

domenica 19 giugno 2016

Io ne ho viste cose...

...che voi umani non potreste immaginarvi [...]

E rieccoci nel blog, questo blog, in cui lo ammetto colpevolmente dirado presenza e scritti. Voglio fare professione di snobismo per una volta quindi rettifico quanto poc'anzi tracciato e correggo con un verbo più fine e ricercato: centellinare. Come un buon vino da meditazione. Anche se qui forse è il caso di parlare di digestivi.

Già. Perché serve un po' di amaro, di ammazzacaffè come si diceva un tempo, per digerire certe porcherie. Che non sono i panini del fast-food o i fritti cinesi (mi scuso con chi predilige tale alimentazione ma la trovo orripilante). Mi riferisco invece al contorno avariato di quei playoff di A2 che volgono verso termine. Entro venerdì sera conosceremo l'identità dell'unica squadra promossa al piano di sopra ma... ecco, ma. C'è un ma ed è pure bello grosso.

Davvero è impossibile far finta di non vedere quel che sta succedendo non tanto in campo, dove le partite sono di rara intensità, ma intorno al parquet. Violenze verbali, qualche volta fisiche, volgarità, stupidità, incompetenza. Chiariamoci subito, lo sfottò è il sale della rivalità tra tifoserie e finché si resta in quell'ambito non c'è di che lamentarsi. Il problema si evidenzia quando si travalicano certi limiti. O certe transenne.

Torno al titolo ed all'incipit che si rifanno al celebre monologo del Roy Batty di Rutger Hauer in "Blade Runner".
Io ne ho viste cose... eccetera.
Ebbene, cosa ho visto?
Ho visto "tifosi"(?) sporgersi oltre una transenna per strattonare un giocatore della squadra avversaria.
Ho visto altri "tifosi"(?) vandalizzare uno spazio privato.
Ho visto persone dotate di accredito permettersi qualche licenza di troppo in spregio alle norme di buon comportamento prima ancora che di quelle imposte dai regolamenti di Lega.
Ho visto scuse accampate, tentativi di mistificazione, lamentele più o meno gratuite.
Ho visto disorganizzazione da parte di quei soggetti che dovrebbero sovrintendere alla sicurezza degli eventi pubblici.
Ho visto troppe situazioni che non andrebbero mai viste.
E tutti quei momenti purtroppo non andranno persi nel tempo come lacrime nella pioggia. No. Resteranno vivi nella memoria. Purtroppo. Sporcando l'immagine di un movimento che faticosamente sta cercando di risalire la china. 

martedì 20 maggio 2014

Amarezza

E così è terminata la stagione 2013/'14 per TVB. Non un bell'epilogo, diciamolo. L'ultima partita dell'annata ha sciorinato e sintetizzato tutti i mali della squadra che la stessa si è trascinata per nove mesi, senza una reale cura, senza un vero cambio di rotta. Non si poteva salire, inutile ambire ad una promozione che si contenderanno - giustamente - quelle formazioni che hanno dimostrato di essere realmente squadra. Nella chimica prima ancora che nei nomi.

La De' Longhi 2013/'14 va in archivio come un meraviglioso album di figurine in cui però mancava sempre non tanto il campionissimo ma l'elemento raro, l'introvabile della situazione. Non si trattava di un giocatore. Bensì della logica. Squadra bella, quella trevigiana, scorrendo i nomi. Quasi tutti del territorio, molti con un passato importante anche in Serie A. Presi singolarmente, il meglio del mercato. Guardie veloci e con punti nelle mani o dalla spiccata fisicità. Ali dotate di tiro piazzato dall'arco. Lunghi dinamici. Addirittura un play purissimo, materiale insolito in B2 - scusate, non ce la faccio a chiamarla DNB. 
Tutto inutile. Non per sfortuna, anche se gli infortuni hanno colpito duro. Semplicemente si sono commessi errori marchiani a livello di progettazione e di costruzione.

Di chi la colpa? Di tanti. Sicuramente di chi ha scelto di mixare vecchi marpioni completamente digiuni della categoria con giovani di belle prospettive altrettanto inesperti. Il risultato è stata una formazione completamente illogica. In un campionato in cui tutti utilizzano tre guardie, Treviso è stata l'unica a proporre un'ala piccola di ruolo - anzi, anche Udine era caduta in errore, rimediando dopo qualche settimana inserendo Gueye, tagliando Miniussi e spostando Munini in 4 tattico. 
Poi, la decisione di partire con un'ala-centro, un centro adattabile a 4 ed un pivot imberbe da sgrezzare. Con il breve innesto in corsa di un altro 5, durato tre partite prima di salutare tutti e tornare più in alto. Alla fine, il migliore del lotto è stato il teorico cambio del 3, che invece si è rivelato più adatto a giocare nel pitturato. Forse perché era uno dei due soli biancocelesti ad aver già affrontato la B2. Vincendola, tra l'altro.

Quando si è deciso di intervenire sul mercato, lo si è fatto forse più in preda alla frenesia del momento, all'emozione, alla sensazione di dover fare qualcosa per cambiare verso alla stagione. Da qui, l'innesto di Svoboda: positivo ma tardivo. Ed inutile, alla fine, ma solo perché l'argentino ha un credito aperto con la forma fisica ideale (prima il ginocchio, ora la schiena). Ed a seguire il cambio tecnico: fuori uno degli architetti estivi, peraltro costretto spesso e volentieri a mediare tra le ambizioni societarie e la necessità di far crescere sia il gruppo che i giovani; dentro un allenatore più energico. In ambo i casi, risultati pratici raccolti assai effimeri. A dimostrazione che l'errore era nelle fondamenta della casa, non nella scelta delle tegole o delle piastrelle. 

Stagione strana. Da possibile ammazza-campionato a prima vittima dei playoff. Speculare alla solita rivale, la Fortitudo, anche lei decisa a cambiare in corsa (almeno, il coach) ed uscita subito dalla contesa per mano di Cento. Suona quasi buffo, ora, che la Federazione abbia stravolto i gironi in estate per tener separate due realtà che, fossero state messe in un unico gruppo, avrebbero potuto calamitare l'intera attenzione della B2 lasciando le briciole agli altri. I felsinei hanno già fatto capire che ripartiranno da dove sono per tentare la scalata l'anno prossimo. E Treviso, cosa farà? Andrà a caccia di un titolo come la scorsa estate, quando dopo tre assalti andati a vuoto si preferì attendere la decisione della FIP? Si spererà in un ripescaggio (prospettiva azzardata)? Ci si rimboccherà le maniche per costruire una squadra meno trevigiana ma più adatta al contesto di fondo? Bisogna solo attendere.

Nel frattempo ci si può consolare con l'ottimo lavoro svolto a livello societario, il Consorzio che cresce, gli sponsor che aumentano, il settore giovanile che finalmente diventa tale grazie al sacrificio della Trevigiana. Note liete che mitigano l'amarezza per aver visto lo scempio di gara3. Sperando che sia servita di lezione.  

giovedì 8 maggio 2014

Tra polizia e pulizia

Verrebbe voglia, ad essere al contempo religiosi e sarcastici, di intitolare d'ora in avanti la giornata dell'8 maggio a Santa Manetta. Non sfogliate gli almanacchi cattolici: non c'è. Si tratta solo della concomitanza, nel giro di poche ore, di arresti più o meno "eccellenti", come si suol dire. L'ex ministro Scajola, il gruppo dell'Expo (tra volti più o meno noti). E Ferdinando Minucci, divinità decaduta della pallalcesto nostrana. 

Non essendo questo un blog politico, sorvolo sui primi due fatti di cronaca giudiziaria e mi focalizzo sul terzo. Accuse ed ipotesi d'indagine sono pesanti. Si parla apertamente di associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale. Si mormora di ipotesi di bancarotta fraudolenta. Questioni serie, non bagatelle. In mezzo, lui. C'è chi lo ha chiamato genio, chi Nosferatu il Vampiro - forse per una vaga somiglianza con Bela Lugosi (che però fu Dracula) o forse per l'abitudine di azzannare avversari alla giugulare lasciandoli esanimi sul parquet. Poco importa.

Di Minucci ricordo alcuni episodi non esattamente edificanti o piacevoli. Quando diede in escandescenze in una partita di Eurolega contro un arbitro. Quando apostrofò in maniera volgare rimanendo composto il pubblico avversario che lo contestava - mai un Gherardini, un Crovetti, un Lefebre, un Arrigoni o un Sarti si sarebbe permesso tanto, e questo forse dice molto della differenza di spessore. Quando, vietatogli dai fischietti l'abituale seggiolino a fondo panchina, si accomodò con moglie e scorta al seguito prima nel tunnel degli spogliatoi (e Facchini a fare "no no" con il ditino), poi in tribuna stampa (e lì, contestazione sonora a pioggia dai tifosi soprastanti), infine in un salottino - episodio che fu rimarcato in maniera esagerata e vittimistica da una parte della stampa senese.

Di Minucci ricordo anche altro. Ricordo che la figlia aveva avviato, parecchi anni fa, una agenzia di marketing in società con la rampolla dell'allora presidente virtussino Madrigali (brutta storia anche quella). Ricordo che in alcuni annuari della Legabasket la consorte figurava come "responsabile del sito ufficiale e della rilevazione statistica"(!). Ricordo che a febbraio 2007, dopo una incredibile beffa ai danni della sua lanciatissima squadra nelle F8 di Coppa Italia che si fece rimontare sedici punti di vantaggio e superare sulla sirena da una tripla di Teo Soragna, si presentò a sporgere denuncia per il reato di frode sportiva presso la stazione dei Carabinieri di Casalecchio di Reno. Un atto, quest'ultimo, che avrebbe avviato la stagione dei grandi scandali nel basket: firme false, bilanci rimaneggiati, fidejussioni non valide, clamorosi crack societari.

Personaggio curioso, Ferdinando Minucci. Osannato da alcuni, detestato da altri. Sicuramente influente, per almeno una quindicina d'anni, da quando ristrutturò una Mens Sana sino ad allora abituata a sopravvivere con le briciole e le croste di pane che cadevano dalla tovaglia del tessuto economico italiano, portandola ad essere bandiera della terza banca nazionale. Anche nella sua Siena c'era e c'è qualcuno che non ha mai lesinato feroci critiche, sempre nel merito, e sollevato qualche dubbio. Quando la Mens Sana era una potenza inattaccabile, queste poche  voci fuori dal coro erano bollate come pessimistiche, disinformatrici, diffamatorie, invidiose. Oggi vengono riscoperte.

Bisogna dirlo: vedere l'ex uomo più potente del basket italiano dell'ultimo decennio (con buona pace dei vari Petrucci, Meneghin, Maifredi, Renzi) entrare ed uscire in manette dal Comando della Guardia di Finanza fa un certo effetto. Al di là della giacca gettata sui polsi a coprire le manette, dello sguardo fisso ma non triste, del sorriso abbozzato di fronte alle poche domande della stampa prima di entrare nella vettura di servizio. Soprattutto, quel che stupisce è che appena due mesi fa quattordici delle sedici società di Serie A avessero scelto questa persona come futuro presidente del collettivo, carica che ora diventa vacante e per la quale si fanno nomi di ogni tipo, da Stefano Domenicali a Claudio Coldebella passando per Maurizio Gherardini. E qui meritano un giusto applauso gli unici due presidenti che si opposero, Villalta e Toti: forse per antipatia personale, forse per lungimiranza. In ogni caso, fuori dal coro. E bisogna riconoscerglielo.

L'arresto di Minucci chiude un'epoca. Si spera, almeno. E l'altro augurio è che sia l'evento non conclusivo ma iniziale per un sano repulisti all'interno del basket italiano, in coma farmacologico da un bel po' di tempo. Viceversa, potrebbe essere solo l'ennesima occasione sprecata, con un singolo a pagare un po' per tutti. Chi sicuramente resta scottato è il tifoso. Anzi, distinguiamo. I sostenitori delle squadre bastonate sul campo da Siena dal 2006 ad oggi già sono in tumulto, e si capisce perché. Quelli della Mens Sana sono uniti nell'incazzatura ma divisi tra chi sospettava da tempo, chi incensava ed ora cade dal pero e chi propende alla via di mezzo. Si parla di revoca di titoli vinti, di cancellazione del club, di ripartenza dal basso. Brutto per chi si vede scippare una passione di alto livello, ma ci sono passati in tanti negli ultimi anni. Giusto, almeno per quanto riguarda la necessità di resettare e rifare tutto, valutando che in situazioni simili o differenti non si è avuto pietà né eccessivo occhio di riguardo. In ogni caso, serve pulizia e non solo polizia. Altrimenti, come spesso accade, dell'iceberg si guarderà solo la punta senza accorgersi della massa sommersa.