martedì 28 dicembre 2021

Frutta secca

Alzi la mano chi non li ha mai mangiati. Parlo dei fichi secchi: al naturale o con la mandorla o intinti nel cioccolato fondente, sono un classico dolce del periodo natalizio. Li trovi nelle ceste, nelle calze della Befana, nelle gastronomie, nei negozi di dolciumi o nei piccoli alimentari di quartiere. Oppure, in senso figurato e sportivo, in quelle squadre che cercano di raggiungere il massimo risultato stringendo i denti, chiedendo il massimo (o l'eccesso) a forze non sufficienti sul piano numerico.

Le famigerate nozze con i fichi secchi sono divenute nel corso della storia una costante immancabile, neanche fosse una tradizione da rispettare. E non fa eccezione l'attuale TvB che nella prevedibile, forse prevista, sicuramente immancabile crisi invernale (una costante dal primo anno di A2) sta faticando e perdendo terreno in classifica. Nulla di cui stupirsi, se si guarda la situazione con occhio clinico: reparto ali ridotto da inizio stagione a due giocatori, entrambi vittime di recenti infortuni (ed uno lo rivedremo non prima di fine gennaio); oggettivo calo fisico dopo la partenza di gran carriera di settembre-ottobre; malanni di stagione che abbassano le difese immunitarie ed incidono anche sulle capacità difensive in campo dei singoli. Il conto è presto fatto.

Quel che ai più forse non torna è il conto economico. Perché magari si pensava (a torto) che la partecipazione ad una Coppa europea comportasse un aumento deciso del budget. Senza dimenticare che giusto un anno fa la società Treviso Basket doveva far fronte all'ammanco delle previsioni (comunque al ribasso) di incasso da botteghino e che in funzione della precedente sospensione per pandemia aveva dovuto tagliare le spese di un 30%, sarebbe opportuno ricordare che TvB non ha un budget di prima fascia dai tempi dell'A2. Questo perché tolti i multimilionari di Milano e Bologna-Virtus e tolta (finché dura) Venezia che comunque di soldi continua a spenderne, è difficile per non dire quasi impossibile ambire alle migliori posizioni senza qualche colpo di fortuna in un campionato in cui oltre metà dei club partecipanti hanno un budget annuale compreso tra 3 e 4,5 milioni. Il mecenate è una razza in via d'estinzione e che anche in proporzioni inferiori rispetto ai signori Armani e Zanetti tende a non firmare assegni in bianco - per referenze, chiedere a quel Mauro Ferrari di Brescia che nella sua rivoluzione interna deve fare i conti con i tanti euro da dare a Luca Vitali e Vincenzo Esposito per tenerli in vacanza forzata. Ecco spiegato il ricorso ai fichi secchi, buoni e gustosi ma terribilmente poverelli di alternative, come protagonista del pranzo domenicale e, quando c'è la Coppa, infrasettimanale.

Vogliamo scendere nello specifico? Treviso Basket parte già annualmente con una zavorra chiamata Palaverde: impianto ancora bello nonostante sia prossimo ai 40 anni di onorato servizio, però privato e con un costo d'utilizzo affatto basso. Molte altre realtà possono contare su convenzioni con gli enti comunali o ex provinciali per ottenere l'utilizzo in esclusiva ed a prezzi stracciati dell'arena in cui ci si allena e si gioca. TvB no. Anzi: deve pure convivere con Imoco Volley, che ha la precedenza in diverse situazioni visto e considerato che utilizza di più lo stesso palasport, in cui ha trasferito anche la propria sede operativa. Se altrove si trovano soluzioni che permettono di non incidere sul bilancio, magari con il naming sponsor dell'arena, a Treviso tocca fare buon viso a pessimo gioco da tempo immemore. D'altronde, o così o nulla. E che dire del preliminare di BCL? Anche quello è un costo, sostenuto volentieri per agevolare il compito del team di lavoro, ma pur sempre un costo.

Veniamo alla squadra. Alcuni rinnovi al rialzo, altre conferme ai vecchi prezzi. Qualche occasione, anche: Henry Sims ad esempio ha accettato un ingaggio al ribasso rispetto alle sue abitudini, visto che proveniva da un paio di esperienze affatto esaltanti - ed a giudicare dal suo linguaggio del corpo difensivo, è comprensibile il motivo del taglio a Reggio Emilia la scorsa primavera. Il tanto criticato (a torto) Aaron Jones è il lungo più utile in fase difensiva, ma pochi sanno che costa meno di un Echodas (che Venezia taglierà a breve dopo tre mesi esasperanti) o di un John Egbunu, fresco di fuga dal manicomio varesino per migrare in Israele. E Chillo? Il vituperato Chillo? Il bolognese avrà tanti difetti, a cominciare da quello di non essersi vaccinato preventivamente per il Covid-19, ma è difficile trovare un 4-5 italiano da rotazione col suo costo in Serie A.

Fichi secchi, dunque. Come quando anni fa si tagliò Burnett per far spazio salariale per inchiostrare Alj Nikolic, prendendo poi come ala piccola l'impresentabile Turner ed il tristissimo Cooke III - per gli amanti delle curiosità, Biscotto3 dopo un'inattività di un anno è ora nel roster degli affatto irresistibili Hamilton Honey Badgers, formazione di una misconosciuta lega minore canadese. La coperta è corta, da qualunque parte la si tiri. Ma se c'è qualcosa che va imputato alla società ed allo staff tecnico per la situazione attuale, questo può essere piuttosto l'aver compiuto alcune scelte estive non del tutto assennate. La prima è l'aver composto una squadra di dieci elementi con due sole ali, Sokolowski e Akele: il primo sta vivendo con difficoltà il cambio di ruolo nelle gerarchie interne, passando da un sistema in cui doveva supportare il solista di squadra ad un altro in cui deve fungere da collante tra regia e lunghi con i soliti compiti offensivi a contorno; il secondo era cresciuto parecchio di rendimento rispetto alla scorsa stagione ma sul più bello si è beccato la gomitata assassina ed ora è costretto ai box, sperando che al rientro la mira sia rimasta quella antecedente alla porcata dei lettoni.

La seconda scelta, che giudico ancora incomprensibile, è quella di Casarin. Il ragazzo è giovane, si deve formare, deve aver diritto a sbagliare in campo, bla bla bla. Ok, va bene. Ma partiamo da un presupposto: Casarin non ha un ruolo. Non è né sarà mai un play, visto che non sa leggere le situazioni e non ha la necessaria sicurezza; non è una guardia, con quel tiro ondivago e quelle iniziative estemporanee frutto più della voglia di spaccare il mondo di un diciottenne che di un vero talento innato; forse potrebbe essere un 3 tattico, di quelli che usano il fisico in difesa e che compensano con l'esuberanza e la stazza l'assenza di centimetri. Ma c'è un problema, bello grosso: Casarin è sparito dalle rotazioni. Il motivo è semplice: è acerbo, non pronto per questo livello e soprattutto non riesce a fornire ciò di cui la squadra avrebbe un disperato bisogno. Quattro minuti a Brindisi, senza incidere, zero contro Brescia e, nel mezzo, unico insufficiente nella vittoria di squadra contro un'AEK eliminata ed in crisi finanziaria. Insomma, inutile prima ancora che dannoso. E dire che in A2 ci sarebbe un certo Alvise Sarto, prodotto delle giovanili TvB (e prima Benetton...) che sta facendo le onde alla JB Monferrato ("Non chiamatela Casale", come dice l'amico e collega Stefano Valenti), vale a dire una formazione partita per salvarsi con un progetto giovani ed attualmente quarta in classifica con il ragazzo trevigiano miglior marcatore. Ancora mi chiedo quindi perché accettare il patto biennale con Casarin padre per svezzare qui il figlioletto, manco fosse un altro Bortolani o Moretti, invece di riportare a casa un ragazzo in costante crescita e che già conosce l'ambiente. Bel mistero. Intanto, alla luce di infortuni lunghi, risultati allarmanti e prospettive di Coppa, la società sta cercando un 3-4 (toh, il ruolo di Soko e Akele!) straniero come soluzione tampone e puntello per la BCL. Chissà quando e se si concluderà la ricerca. Chissà, soprattutto, se qualcuno dei candidati si accontenterà di una calza della befana con dei buonissimi ma scontatissimi fichi secchi.

martedì 23 novembre 2021

2021: fuga dalla Fortitudo

Vi ricordate Jena (Snake) Plissken di Kurt Russell, il povero Donald Pleasence nei panni del presidente USA, il mitico Ernst Borgnine come improbabile tassista, una New York post apocalittica trasformata in penitenziario all'interno della magnifica visione distopica di John Carpenter? Bene. Dimenticate la fantascienza di "1997: Fuga da New York" e concentratevi su una pellicola di possibile, prossima realizzazione, il cui soggetto è materia d'aggiornamento quotidiano (o quasi) negli ultimi due mesi. Il titolo è presto fatto: "2021: fuga dalla Fortitudo".

Il primo in ordine di tempo ad andarsene è stato il timoniere, l'head coach designato, quel Jasmin Repesa tornato nella metà biancoblu di Bologna con le migliori intenzioni e scappato alla prima occasione, vale a dire dopo una Supercoppa prestagionale da incubo ed un debutto in campionato davvero pessimo. Le motivazioni di circostanza erano le solite, ovvero motivi di salute: Repesa non se la sentiva più di continuare, troppo stressante la mole di lavoro da affrontare in una società che, per sua stessa ammissione, andava risistemata. Nessuno ha voluto scavare all'interno di quelle dichiarazioni sin troppo sibilline, anche se era facile leggervi una insoddisfazione per troppe questioni aperte, dal mercato condotto in maniera abbastanza indecifrabile sino alla telenovela-Fantinelli.

Ecco, Fantinelli può rappresentare il secondo, teorico abbandono. Dico teorico perché in realtà Matteo a Bologna c'è ancora, fisicamente. Solo che, vista la pessima piega degli eventi, difficilmente lo si vedrà in campo a breve-medio termine. Già l'intervento estivo di pulizia del tendine ha determinato un lunghissimo periodo di inattività - forse troppo lungo, forse mai del tutto chiarito anche a Repesa, che si è visto promettere ben altro; poi, poco dopo il teorico via libera alla ripresa dell'attività in gruppo, ecco un nuovo guaio: edema osseo, altro stop e stagione compromessa. Bisogna dire che Fantinelli non è mai stato fortunato con i malanni fisici, tra problemi alla schiena e fasciti plantari che ciclicamente riemergevano: stavolta il guaio è più serio, merita i migliori auguri ed a fronte di un rinnovo contrattuale siglato la scorsa estate ci si può domandare se la mala sorte non abbia deciso di accanirsi su di lui.

Poi ci sarebbe Keith Langford. Che dalla Fortitudo è fuggito prima ancora di metterci piede. Situazione paradossale: la società taglia Malachi Richardson (pupillo di Repesa, malvisto da Martino) per prendere un giocatore meno duttile ma con più punti nelle mani. Il veterano americano è il bersaglio prediletto: sarà vecchio e magari senza il primo passo bruciante di un tempo, sarà anche un elemento difficile da gestire in spogliatoio, ma Langford è Langford. Tutto fatto in meno di dieci giorni, accordo raggiunto ma il giocatore non sbarca mai al Marconi. Motivo? Semplice: è fermo da parecchi mesi e a 38 anni suonati ha bisogno di almeno tre settimane (se bastano...) per tornare ad uno stato di forma decente. Ci sarebbe anche la questione degli arretrati ancora non incassati all'AEK Atene, sua ultima squadra, ma a molti appare come un inutile dettaglio.

La quarta fuga, comunque autorizzata anche se non priva di ricadute, è quella di Tommaso Baldasso. Che nella Bologna biancoblu era arrivato meno di un anno fa dopo un'altra fuga, quella dalla defunta Virtus Roma di Toti, scomparsa a stagione in corso. Approdando in Effe, Baldasso si era abbandonato ai soliti proclami che tanto piacciono ai tifosi: cuore Fortitudo, ammirazione per l'ambiente, voglia di lottare, bla bla bla. Alla riprova dei fatti, pur risultando un giocatore utile ma non fondamentale (e più guardia che play, come scoperto dallo stesso Repesa), non ha resistito poi molto. Appena Milano ha scoperto i problemi fisici di Delaney e soprattutto ha saputo della positività al doping di Moraschini - a proposito: ma chi è che fa circolare nello spogliatoio meneghino la pomata proibita di cui era già stato utilizzatore Burns? - la caccia ad un regista italiano si è aperta. Ed ecco arrivare la trattativa con Baldasso, trapelata nel weekend e chiusa ufficialmente soltanto ieri. Col giocatore che, per non sminuire la retorica di cui sopra, si concede altre dichiarazioni di presunto amore per la maglia, confermando comunque l'addio. Insomma, altro che "Per amore eccetera": carriera e soldi vengono prima, poche balle.

L'ultimo a scappare, questo sì a sorpresa, è Brandon Ashley. Che di tutti gli stranieri passati per la Effe era stato, assieme al rinforzo in corsa Durham, il meno peggio ed il più costante. All'allenamento pomeridiano di oggi, Ashley non c'era. Infortunato? No, e comunque l'infermeria felsinea è già abbastanza piena. Non possedendo altra cittadinanza sportiva se non quella statunitense, è impossibile che il giocatore fosse convocato per una Nazionale. Semplicemente il lungo americano se ne è tornato a casa senza avvertire. A scoprirlo prima di tutti è stato il suo compagno di club Robin Benzing incrociandolo in aeroporto a Francoforte: il tedesco è rientrato in patria per rispondere alla chiamata della propria Nazionale e, vedendo un volto a lui noto, ha salutato e chiesto dove fosse diretto ottenendo la più semplice delle risposte, cioè "Torno a casa". Se è stata una leggerezza ovvero una dimenticanza ("Scusate, il campionato è fermo, ho pensato di tornare a far visita ai miei, non sapevo di dover avvertire") lo si saprà solo nei prossimi giorni. Il sospetto che serpeggia è che Ashley abbia solo colto al balzo l'opportunità di andarsene da Bologna. Resta da capire se sia solamente un colpo di testa isolato o una fuga ponderata, magari con motivazioni che possono spaziare in tante diverse ipotesi, dal rapporto magari non eccelso con il coach ad eventuali ritardi nella corresponsione degli stipendi. Quel che è certo è che se uno scrittore volesse redigere il soggetto di un film, già con queste fughe avrebbe abbastanza materiale. Sempre che lo stillicidio sia finito. E mentre la tifoseria rumoreggia e continua a chiedere spiegazioni di troppe scelte sbagliate - Meo Sacchetti ancora ringrazia - e di troppe voci allarmanti sulla tenuta economica di un club che si è iscritto al campionato in corso per il rotto della cuffia, ci si domanda se anche questo sia, utilizzando l'hashtag introdotto da LBA, #TuttoUnAltroSport.

martedì 16 novembre 2021

Tutto molto prevedibile

E siamo a tre. Dopo il fulmine a temporale già accennato (Repesa) e la condanna scritta in partenza (Petrovic) è arrivato il turno del predestinato. Non parlo di LeBron ma di Demis Cavina che, rispettando in pieno il pronostico, non mangerà il panettone a Sassari. Perché stupirsi? Era chiaro, limpido, cristallino che la testa del tecnico emiliano fosse sacrificabile, semmai qualcuno si sarà stupito per la separazione anticipata da Clemmons rispetto al divorzio in panchina nell'aria da tempo. Ma cos'hanno in comune Repesa, Petrovic e Cavina? Una cosa semplice: tutti e tre erano le persone sbagliate nel posto sbagliato. E sono tornate a casa: chi volontariamente e chi meno.

Che Cavina dovesse rilevare il posto di Pozzecco alla Dinamo lo avevano capito anche i più ingenui già un anno fa, quando gli episodici scoppi di pace armata tra il cardinal Sardara e l'estroso triestino punteggiavano un confronto serrato che non si vedevano dai tempi del primo Boniciolli in Fortitudo (periodo 2001-2002, per i più deboli di memoria). Ma solo chi non conosce la pallacanestro poteva pensare che Cavina fosse un allenatore non solo da Serie A ma addirittura da formazione con delle ambizioni. Non si parla qui di un tecnico alle prime armi, che può invocare l'inesperienza come scudo difensivo personale, né di un soggetto che dopo un periodo trascorso lontano da palestre e panchine ci riprova. Cavina allena da quasi un quarto di secolo, anche se ha iniziato piuttosto giovane tant'è vero che appena ventiseienne si ritrovò in A2 alla guida del fu Progresso Castelmaggiore. Ma se in questa lunga carriera l'unica esperienza nel massimo campionato risaliva ad un poco esaltante precedente a Roseto, qualcosa vorrà pur dire.

Ecco, Roseto. Cioè Michele Martinelli, il picconatore, l'uomo del caso Sheppard, il liquidatore della Fortitudo post-Seragnoli. Quando chiamò Cavina in Abruzzo, Martinelli fece una delle sue tante scommesse in una stagione dalle premesse abbastanza semplici - annata a squadre dispari, una sola retrocessione, Reggio Calabria menomata dal ciclone Barbaro e partita a handicap, Verona già condannata a sparire per fallimento imminente - e dunque con un paracadute piuttosto ampio. Ebbene, come finì l'avventura di Cavina a Roseto? Male, ovviamente: in una multinazionale del canestro in cui il vecchio ma arzillissimo Mario Boni recitava la parte del leone, si ritrovò triturato da uno spogliatoio affatto remissivo e da un bilancio piuttosto magro di 5 vittorie e 12 sconfitte, tanto da venire sostituito da tale Bruno Impaloni. Impaloni chi? Ecco, appunto: l'allora vice degli Sharks che poi sarebbe passato in fretta ad un ruolo dirigenziale, non rinnovando nemmeno la tessera da allenatore. Tanto dovrebbe bastare a chiarire i contorni della vicenda.

Da quell'esonero in poi, Cavina è stato un coach da A2. Che non è certo un male, visto che in cadetteria ci sono ottimi tecnici che però sono perfettamente consci di non possedere le qualità per allenare (almeno, non con un incarico apicale) al piano di sopra. Per diciannove anni, Demis Cavina non è più stato cercato da club di A, nemmeno da quelli alla canna del gas per esonero del coach titolare o per situazione di classifica deficitaria. In compenso l'A2 l'ha vissuta un po' da ogni latitudine, tra società ambiziose (anche un passaggio a Sassari con finale-promozione persa nel 2009), club in crisi e realtà in prepotente emersione dal basso. Ha pure dei meriti innegabili, Cavina: per referenze, chiedere a Davide Alviti che sotto le sue cure, a Tortona, passò dall'indigesto ruolo di ala grande a quello più congeniale di ala piccola avviando una carriera finora in continua ascesa.

Il problema di fondo di Cavina è non aver mai centrato un risultato assoluto. Niente trofei in bacheca, nessuna promozione dai tempi ormai dimenticati del Progresso: in un basket che si nutre anche di curricula, è un difetto evidente, acuito dal fatto di aver invece fallito in più di un'occasione. Per referenze chiedere a Udine, che aveva scommesso pesante su di lui nel 2018 e che lo ha cacciato dopo pochi mesi, nonostante la classifica non fosse disprezzabile: si parlò di dissapori, di risultati inferiori alle attese, va a sapere cosa c'era di vero. Poi è piovuta dal cielo l'occasione-Sardara con l'operazione Torino, il trapianto della fu Ferentino e poi Cagliari sotto la Mole (in barba alle regole federali sui trasferimenti di titoli, vabbè). Il primo anno, ottimi riscontri fino allo scoppio della pandemia; al secondo giro, sembra che nulla e nessuno possa togliere allo junior team della Dinamo la promozione... almeno sino a quegli attimi finali di gara-5 con Tortona. 

Ed allora, perché Cavina meritava la Serie A? Per un patto non pubblico o non palese con Sardara? Perché in un club la cui proprietà (solo quella?) va a scadenza annunciata, occorre a volte gabellare una scelta casalinga ed a risparmio per una mossa coraggiosa? Per una sorta di operazione-trapianto malriuscita, visto che nell'isola il tecnico si era portato anche Diop che comunque è di proprietà Dinamo da quando nel 2018 la Virtus Feletto ha monetizzato l'investimento iniziale? Chi ci capisce è bravo. Sta di fatto che la rimpatriata a Sassari non è certo una specialità: deve averlo capito anche David Logan, che a quanto pare non aveva così tanta voglia di smettere dopo un campionato di alto livello con Treviso e che a 38 anni suonati è riuscito a convincere Sardara e Pasquini ad offrirgli un nuovo (ovviamente sostanzioso) contratto, riportandolo anche all'antico ruolo di playmaker. E sarà proprio Logan, assieme ad un altro riciclato della cabina di regia come Stefano Gentile, ad ereditare la guida del timone in campo di una Dinamo in piena crisi, malmessa in LBA e appesa ad un filo in BCL. Tanto per non farsi mancar nulla, poche ore prima di silurare Cavina il club sardo ha annunciato il ritorno di Filip Kruslin, un ex pretoriano di Pozzecco. Che comunque non tornerà a Sassari: il rapporto con Sardara è finito, fare il vice di Messina all'Olimpia è divertente oltre che remunerativo ed in fondo a Milano ha pure spazio occasionale per le sue esuberanze. Toccherà invece a Piero Bucchi, le cui ultime uscite in panca sono tutto fuorché esaltanti - subentrato e retrocesso a Cantù, scomparso a Roma e Caserta, dimissionario a Pesaro; insomma, non un profilo così rassicurante anche se il curriculum complessivo è diverso da quello del predecessore. Immagino gli scongiuri dei tifosi sardi più scaramantici: passare da un coach non promosso dall'A2 ad uno che in A2 ci era finito sei mesi fa non è esattamente confortante.

lunedì 27 settembre 2021

Altro che fake!

Non ci si può proprio annoiare. Pronti, via... e la prima panchina di LBA salta subito. E non tanto (o solamente) per una sconfitta casalinga che brucia contro una diretta rivale per la salvezza. La decisione palesata in conferenza stampa di Jasmin Repesa di abbandonare la Fortitudo che aveva riabbracciato dopo 15 anni di lontananza fa e farà discutere. Per i modi, i tempi e le proporzioni della vicenda, il saluto del tecnico croato non può essere ricondotto al classico fulmine a ciel sereno. C'è qualcosa che non va, nella metà biancoblu di Basket City. Ed è da tempo che quel qualcosa non sta andando.

Repesa era tornato a Bologna, sponda F, con entusiasmo e sulla spinta di due fattori. Il primo, una bella annata con Pesaro che gli aveva tolto ruggine e scorie di derivazione milanese, masticato e sputato come altri prima e dopo di lui dal perverso giochino dell'Olimpia condannata a vincere ma troppo ansiosa e poco equilibrata nelle eccessive missioni al proprio interno. Alla Vuelle Repesa aveva condotto sino alla finale di Coppa Italia una squadra con un solo centro, un budget medio-basso, un vecchietto da rilanciare e qualche giovane da valorizzare; poi i tanti limiti della formazione marchigiana erano emersi in un girone di ritorno assai complicato, chiuso con una salvezza non del tutto agevole ma sicuramente meno tribolata rispetto al recente passato. Dal mare di Pesaro, Jasmin era tornato ai colli felsinei attirato dal secondo fattore, il progetto di rilancio della Fortitudo basato su alcuni giovani (Toté, Baldasso e la possibilità di prendere Procida) irrobustito da un legame di pancia mai dimenticato. Ai fortitudini quell'allenatore un po' burbero ma decisionista, compagnone fuori dal campo e aggressivo in panchina, piaceva e piace ancor oggi. E non solo perché ha regalato loro il secondo nonché ultimo scudetto della loro storia ma perché ha saputo, con gioco e metodo, far dimenticare il grande amore incompreso Matteo Boniciolli, un altro che è passato per le forche caudine biancoblu rimettendoci prima un incarico e poi la salute.

Pare davvero curioso il parallelismo tra il triestino e il nativo dell'Erzegovina. Boniciolli arrivò a Bologna nel 2001 dopo che in estate sembrava che il posto di Recalcati dovesse essere preso proprio da Repesa e se ne andò a novembre 2002, cacciato dalla coppia Savic-Lefebre per ordine dell'Emiro Seragnoli: la colpa di coach Matteo era stata quella di aver ridicolizzato con un gesto semplice il temuto e volubile patron dopo un derby vinto. Dopo Boniciolli venne Repesa, visto inizialmente con sospetto, poi autore di quattro finali scudetto (una vinta), della finale di Eurolega 2004 (quella del Grande Freddo col Maccabi), del lancio della coppia Belinelli-Mancinelli. Insomma, del periodo più luminoso dell'Aquila subito prima del brusco ridimensionamento. E bisogna ricordare che Repesa se ne andò dall'Emilia quando Seragnoli, pressato dalla famiglia e dai debiti, fu costretto a dire basta. Da lì iniziò il rapidissimo declino della Fortitudo, in tre anni retrocessione e poco dopo pure sparizione. Dalle macerie venne costruita una nuova società che, scontati i peccati di gioventù, si affidò a Boniciolli: il vecchio amore non si scorda mai ed anche lì ci furono buoni risultati (promozione in A2, finale per la A persa 2-3 con Brescia) misti però a periodi di crisi.

Boniciolli lasciò per problemi di salute, si disse di guai al cuore o di ipertensione. Repesa ieri ha accusato (parole sue) una tachicardia. Sono segnali da non sottovalutare, lo scrive chi commettendo l'errore opposto finì a suo tempo ospite dell'Unità Coronarica in Terapia Intensiva. Il parallelo tra i due si ripropone: il triestino mollò in A2, in una posizione di vertice ma senza prospettive di salto di categoria e con la squadra che si sfaldava perché costruita male; il croato se ne va dopo poche partite, zero vittorie ed una crisi tecnica evidente. Oggi come nel 2018, sotto i riflettori c'è la cabina di regia, tecnica e societaria: manca un play in campo e manca una dirigenza affidabile dietro le scrivanie. Il primo problema è risolvibile solo ricorrendo al mercato, il secondo mutando radicalmente buona parte di un club che dopo tanti anni si regge sempre sulle stesse persone che hanno commesso troppi errori.

Per il tifoso medio, la colpa è tutta di Christian Pavani. Il presidente-manager, l'uomo venuto dal marketing, il personaggio di fiducia della proprietà - ma quale? Ancora oggi c'è qualcosa di nebbioso al riguardo - è spesso al centro delle polemiche. Ci finì nel settembre 2018 con la farsa della sponsorizzazione fantasma Metano Nord, una vicenda grottesca. Ci è tornato la stagione scorsa, tra i troppi correttivi in corsa, le maglie metrosexual del derby e soprattutto le problematiche economiche di un club che ha rischiato di non iscriversi per un indebitamento fuori norma - ed anche di questo aspetto, prima o poi bisognerebbe parlare. Ora è nuovamente sotto i riflettori della critica per la manfrina del logo (qualcuno crede alla sua teoria del vintage? Io no), per le trattative con uno sponsor turco decollate solo all'ultimo (e l'ufficio marketing che ci sta a fare?) e per le liti sotterranee con lo stesso Repesa.

Quando una settimana fa l'allenatore partì per tornare a Zagabria e l'ottimo collega Walter Fuochi scrisse di una frattura netta tra lui e la dirigenza, tutta la storia fu bollata come fake news. Ma no, ma cosa ci si inventa, Repesa andava solo ad un funerale, non c'è nulla, sicuramente non ci sono liti, eccetera. Invece la spaccatura c'era e lo si è capito anche ieri, anche se infilata tra le critiche all'arbitro Mazzoni e la morale paternalistica ed un po' sessista all'altro fischietto Silvia Marziali, che invece meriterebbe rispetto come direttore di gara prima che come donna. C'è una frase che Repesa ha pronunciato ieri sera: "Dal primo giorno sto soffrendo come un cane per sistemare questa società...". Solo uno sciocco non capirebbe il significato di quelle parole. Repesa ha mostrato le carte in tavola: il club ha dei problemi, grossi. E risolverli non sarà una bazzecola.

Il guaio più evidente è in campo. La squadra è stata costruita malissimo e senza tener conto della realtà e delle condizioni fisiche dei giocatori. Fantinelli non è pronto oggi e non lo sarà per un bel po', e si tratta dell'unico vero play; Gudmundsson oltre a non essere un regista (idem Baldasso) manca di personalità e di talento come guardia; Richardson non può far tutto da solo; Groselle senza un play che lo inneschi è deleterio; Benzing è un buco nero. Poi ci sono i casini in società, tra sospesi ereditati (quanto chiama il contratto residuo di Meo Sacchetti?), asfissia da mancanza di botteghino, debiti pregressi e molto altro. Sarebbe quasi curioso chiedere in quale cassetto sia finito il progetto del nuovo palasport che nei piani di Pavani doveva rappresentare il futuro della Fortitudo anche a livello finanziario, ma mi rendo conto che non sia affatto igienico farlo ora.

Intanto si è aperta la ricerca di un successore per Repesa. Per quanto Pavani & c. possano insistere, difficilmente Jasmin tornerà sui propri passi ed accetterà di affondare con una barca che non è la corazzata promessa ma una bagnarola che fa acqua da tutte le parti. Sotto contratto c'è sempre Sacchetti, anche lui non intenzionato a tornare ma a godersi i soldi lontano dalla baraonda biancoblu. Luca Dalmonte, defenestrato a giugno per far spazio all'ingombrante cavallo di ritorno, potrebbe anche optare per un signorile "no grazie" mentre è da escludere che un altro separato a forza, Antimo Martino, possa ricucire un rapporto logorato da chi lo ha cacciato con scuse abbastanza puerili. Tra i nomi grossi nostrani restano Bucchi, che oltre ad essere un ex Vu Nera non entusiasma nessuno visto il curriculum recente, Pancotto, Esposito e Luca Banchi, che è vice a Long Island in G-League ma si può liberare. Chissà se il grossetano avrebbe voglia di raccogliere una sfida impossibile, salvare due volte la Fortitudo, col rischio di vedersi licenziare a lavoro compiuto per far spazio ad un'altra scelta di pancia, per compiacere la piazza ma senza progettualità.

domenica 19 settembre 2021

La Salute? Frazione di Santo Stino!

Possiamo dire senza scandalo alcuno che il famosissimo motto di Giannino er Laziale, cioè che il basket italiano godrebbe di ottima salute, è definitivamente archiviato. Con buona pace di chi ancora vive nella torre d'avorio di via Vitorchiano a Roma, è bastato vedere cosa è accaduto e sta accadendo a Bologna, tra ieri ed oggi, per capire che l'unico adagio in voga è quello del pesce abitualmente che puzza dalla testa. Dimenticate pure le gioie di Belgrado, l'orgoglio di Tokyo, i meritati complimenti ad Azzurra e a chi ne faceva parte: quello è un capitolo marginale, anche se bellissimo. No, l'italica pallacanestro sta davvero malissimo e lo si capisce da pochi, evidenti, clamorosi indizi.

Il primo lo abbiamo colto tutti, noi che abbiamo deciso ieri pomeriggio di farci del gran male guardando l'immondo antispettacolo di Milano-Treviso su Eurosport. Non è colpa della squadre, né degli allenatori se invece di una partita si è assistito ad uno scrimmage di bassa levatura tra Eurolega (e dintorni) e Under18: la responsabilità va rintracciata nella pervicace idea di una Legabasket che sta centellinando l'ammazzacaffè senza volersi alzare da quel tavolo ammettendo il proprio fallimento. Seriamente, che bisogno c'era di un'altra maxi-Supercoppa settembrina? Era fallito il primo tentativo nel 2000, quando il basket nazionale viveva ancora di mecenatismo e di bilanci straricchi; il bis a distanza di vent'anni era stato accolto come un test utile, dopo lo stop per pandemia, per rivitalizzare il pubblico e consentire alle società di sperimentare i nuovi protocolli anti-Covid, prima che la seconda e terza ondata della malattia obbligassero a chiudere tutto di nuovo. Ma l'edizione 2021? A che serviva? Che senso ha scimmiottare l'A2, in cui tra l'altro da tempo c'è ampio dissenso, obbligando quasi tutte le iscritte a rimodellare il precampionato sulle basi di un calendario da infarto? E come se non bastasse, sull'immangiabile torta si è posta la ciliegina guasta di un match ingiocabile, frutto avvelenato della miopia dirigenziale, obbligando chi aveva appena concluso (vincendo, tra l'altro) una massacrante maratona a correre di nuovo, senza nemmeno il tempo per rifiatare ed assumere liquidi e zuccheri. Tafazzi al confronto era un dilettante.

Se al peggio non vi è mai fine, se "toccato il fondo si può iniziare a scavare" (copyright Moana's, 1992), se le teorie di Vico sulla ciclicità non vi paiono abbastanza, ecco servita la seconda schifezza. Cioè l'annunciata crisi della Fortitudo, una società sempre più sull'orlo del baratro, finanziario prima che tecnico ed agonistico. Appare evidente che ai signori che gestiscono l'italica palla a canestro non importa nulla di un movimento che perde i pezzi. Non era bastata la farsa di Roma dell'anno scorso? O di Avellino e Torino in precedenza? Evidentemente no. Così oggi troviamo un club senza main sponsor che boccheggia, tra debiti con l'erario spalmati in extremis, improbabili trattative in Turchia, consorzi con capitale sociale inferiore a quello di un qualsiasi panificio, disperate richieste di aprire subito al pubblico sperando che i soliti, ottusissimi tifosi salvino la barca che affonda a suon di soldi per abbonamenti e biglietti. Intanto l'allenatore tanto voluto alias Gelsomino dall'Erzegovina è rientrato in fretta a Zagabria, in via ufficiale per motivi famigliari ma in realtà per ben altre cause. Non è un mistero che Repesa si sia lamentato per la scarsa qualità del roster a disposizione (scelto anche da lui, però) e dei mancati correttivi sul mercato, impossibili da attuare visto che in cassa non c'è un centesimo, figurarsi le cifre folli che Luca Vitali chiede per pareggiare l'eventuale rinuncia all'ultimo anno di contratto con Brescia. Sul campo, la Effe è pietosa, disorganizzata, scoordinata, senza capo né coda. E nei conti societari non è che la prospettiva sia migliore, visto che a bilancio risulta ancora Meo Sacchetti che non ne ha voluto sapere di transare il ricco accordo firmato appena quattordici mesi fa.

Leggo in queste ore di Ataman, che rischia di diventare uno spauracchio alla pari di Gerasimenko, quale possibile salvatore della Bologna biancoblu. Leggo anche dei tifosi indignati, e non solo per le limitazioni al palasport: lo schifo di ieri pomeriggio non viene digerito nemmeno con robuste dosi di Effervescente Brioschi. Silenzio totale dal Grande Capo, che attenderà forse la consegna della Supercoppetta più inutile del mondo per parlare, mentre Umberto Gandini continua a dibattersi sperando di non far la fine del suo predecessore Egidio Bianchi, sempre che non stia pensando "ma chi me l'ha fatto fare?" in relazione alla sua nomina a presidente factotum di LBA. Quel che è certo, come la morte, le tasse e il silenzio dei mammasantissima, è che il basket italiano, ora più che mai, non è nemmeno in vista della Salute. Che in fondo resta una frazione del Comune di Santo Stino di Livenza.

martedì 3 agosto 2021

Come si dice "pagelle" in giapponese?


0# Marco Spissu - Nell'estate del grande cambio, del salto verso la Spagna abbandonando il nido di Sassari, si gode le Olimpiadi. Come turista, senza biglietto e potendo vivere l'emozione dell'esperienza a Cinque Cerchi. Alzi la mano chi non avrebbe voluto essere dodicesimo al suo posto, tenendo presente che in precedenza, al Preolimpico, qualcosa di buono aveva fatto. VOTO NG

1# Nico Mannion - Il rosso che ti movimenta la vita ed il gioco ma cui manca ancora qualcosina per essere determinante. Ricordiamolo: ha vent'anni, mica trenta, ed alla sua età c'è chi ancora fatica a trovar spazio in A2. Il tempo gioca dalla sua parte e se Golden State vorrà credere in lui per ricostruire potrà davvero acquisire quella sfrontatezza e quella capacità di incidere anche lontano dalla palla che oggi gli mancano. Intanto si è tolto le prime, belle soddisfazioni. VOTO 7

7# Stefano Tonut - Arrivato all'appuntamento reduce dal titolo di MVP del campionato (ecco, forse il voto è stato un filino esagerato) e soprattutto dalla migliore annata in carriera, è stato importante nel Preolimpico ma troppo ondivago a Saitama dove nella partita decisiva non ha tenuto Fournier e ha sbagliato l'impossibile. Se accetta il consiglio, segua l'esempio di Fontecchio: rompere con il club in Italia a costo di pagarsi una buonuscita stellare ed andare all'estero. Subito, non tra un anno. Il momento è quello giusto, compirà 28 anni a novembre, ma se non fa ora il salto resterà un ottimo giocatore per LBA ma un elemento di secondo piano in ottica internazionale. VOTO: 5,5

8# Danilo Gallinari - Si è aggregato dopo una massacrante stagione NBA finita col miglior risultato di sempre per lui. Lo ha fatto nel modo giusto, con lo spirito non della superstar ma del gregario. A Tokyo si è pure fatto male ma non ha protestato né ha chiesto tutele: quando il c.t. lo ha chiamato in campo, il figlio di Vittorio ha fatto il suo. Sognava questo momento da 13 anni, l'unico rimpianto è che per motivi anagrafici la sua prima Olimpiade possa anche essere l'ultima. VOTO: 7,5

9# Nicolò Melli - Due anni fa scommise su di sé lasciando il Fener, dove era una stella, per fare il gregario in NBA. Una prima stagione promettete, una seconda inferiore alle attese ma non per colpa sua. Il ragazzo cresciuto a Reggio Emilia e sbocciato a Bamberg prima che in riva al Bosforo è ormai un uomo vero, con attributi e capacità anche di leadership. Giocando sempre fuori ruolo per necessità ha fatto moltissimo. Voglia di continuare? Chiedete a lui, difficilmente risponderà alla Forrest Gump. VOTO: 7

13# Simone Fontecchio - La dimostrazione che il protezionismo di casa nostra è una cretinata assurda e che la collezione di figurine milanesi non serve. Il pescarese è la sorpresa assoluta di questa estate 2021, un giocatore trasformato dall'esperienza in Germania e che promette faville pure a Vitoria. Intanto incendia le retine con movimenti che non vedevamo dai tempi di Carlton Myers, ma senza il caratteraccio del riminese. Bomber vero con umiltà e determinazione. VOTO: 9

16# Amedeo Tessitori - Unico centro di ruolo della spedizione, gioca poco ma quando chiamato in campo non fa poi così male. Certo, per le esigenze tattiche di Sacchetti non è esattamente l'elemento ideale ma il suo lo fa. Specie ricordando che è arrivato in azzurro dopo un infortunio abbastanza serio che gli è costato playoff e scudetto. VOTO: 6

17# Giampaolo Ricci - Pippo è l'emblema di questa Italbasket operaia, umile, battagliera, mai disposta ad arrendersi. Che giochi tanto o poco, non importa: il suo apporto c'è sempre. Chiedere per referenze ai francesi che lo vedono rendere difficilissime le ricezioni in post a Gobert o mandare fuori giri Batum per un +10 di plus/minus che dice tutto. VOTO: 7

24# Riccardo Moraschini - Uno degli invisibili ma a suo modo utili, quando chiamati sul parquet. Bisogna dire che nel suo ruolo in Italia c'è abbondanza e non è escluso che presto possa cedere il posto ad altri. Intanto da bravo soldatino obbedisce. VOTO: 6

31# Michele Vitali - altro ragazzo che stando lontano dal Belpaese e prendendo sonore badilate in faccia è cresciuto in maniera esponenziale, diventando difensore affidabile e occasionalmente buon tiratore sia sugli scarichi che dal palleggio. Uno specialista insomma. VOTO: 6,5

33# Achille Polonara - Il Pupazzo, come si fa chiamare nei social, è tutto fuorché una marionetta. Durezza mentale, fascio di nervi, grinta da vendere: aveva visto giusto nove anni fa Claudio Coldebella quando lo scelse per una Treviso che mai vi fu. Pure lui dimostra che aver lasciato la sicurezza del posto garantito in patria gli ha svoltato la carriera. VOTO: 7,5

54# Alessandro Pajola - "Pajola chi?", ci si domandava un anno fa. In dodici mesi il virtussino è cambiato radicalmente, a forza di prendere gomitate e schiaffoni in allenamento da Markovic e Teodosic è diventato un cagnaccio rognoso in difesa ed un motorino inesauribile per la regia. Volendo potrebbe pure segnare ma spesso preferisce orchestrare l'azione. Limiti? La testa, deve restare sempre umile e ricordarsi cosa ha fatto per arrivare dov'è. VOTO: 8,5

Meo Sacchetti - Due anni fa sembrava con le valigie in mano, pronto a far posto a Walter De Raffaele. Poi ha convinto la FIP a dargli fiducia ripagando con gli interessi dimostrando di credere nelle nuove generazioni e di non dover convincere i vecchi draghi a giocare per forza. Con la Nazionale sulla carta più debole di sempre ha sgambettato la Serbia a casa propria ed è giunto a 51 secondi da una semifinale olimpica. Il tutto dopo una stagione pessima a livello di club con l'equivoco di una Fortitudo mal costruita. Poteva cedere il testimone a Djordevic invece continuerà ancora: la base per costruire ancora c'è, da Bortolani ad Alviti (sperando che a Milano non si bruci) e magari recuperando anche Gaspardo e Abass, sacrificati lungo il cammino. VOTO: 7,5

domenica 13 giugno 2021

Vincere (e salutare) da signori

Salvo cataclismi, domani o al più tardi martedì la Virtus Bologna comunicherà al trio Djordjevic-Bjedov-Markovic che i piani per il futuro del club non comprendono la loro presenza. Quindi arrivederci e grazie. Nei giorni successivi la dirigenza bianconera deciderà cosa fare col residuo anno di contratto di Milos Teodosic, campionissimo preso nel 2019 (con annesso beneficio per i conti) con l'obiettivo di raggiungere l'Eurolega. No EL quindi no Milos, verrebbe da dire anticipando le mosse dei fidati uomini di patron Zanetti, sempre che il bilancio possa permettersi una risoluzione anticipata pesantuccia e che il nuovo coach sia d'accordo in questa operazione d'uscita. Si chiuderà così un corposo e travagliato capitolo della storia recente della Vu Nere, con scelte nette e finanche drastiche ma che non riesco a condividere.

Conobbi di persona Sale Djordjevic nella primavera del 2011. Era disoccupato. Da quando Milano gli aveva dato il benservito nel 2007 preferendogli il macedone Markovski, si era dovuto accontentare di fungere da commentatore per Eurosport senza ricevere proposte. Il rilancio della sua carriera in panchina ripartì da quella Treviso in cui era arrivato da spalla tecnica televisiva per le Final Four di Eurocup: chiamato dal suo vecchio amico e compagno di squadra all'Olimpia Claudio Coldebella, Djordjevic ebbe la classica seconda opportunità in cui poté sperimentare (seppur con i limiti dovuti ad un club in annunciato disarmo) le proprie idee tattiche. La compresenza di due o più play in quintetto, l'intercambiabilità delle ali, il centro rapido ed atipico che colpisce in avvicinamento, la difesa arcigna e mixata: tutti gli elementi del gioco che oggi si trovano alla Virtus campione d'Italia, Sale li aveva provati già allora. 

L'esperienza a Bologna costituisce l'apice di una carriera ancora relativamente giovane. Limitandosi alla sola esperienza di club e senza contare la rivitalizzata Nazionale serba, Djordjevic ha alle spalle circa otto stagioni, computando anche subentri ed esoneri in corsa. In così poco tempo ha saputo imporre il proprio gioco e le proprie idee. A costo di sembrare sprovveduto, arrogante o antipatico, per chi lo conosce poco o nulla, ma facendosi amare da praticamente tutti i giocatori che ha seguito. Specialmente i giovani. Se Gino Cuccarolo per qualche anno è stato un giocatore di basket e non un fenomeno da baraccone, lo deve a Sale. Se Andrea De Nicolao ha potuto ritagliarsi ruoli importanti in Serie A, lo deve a Sale. Se Alessandro Gentile è approdato a Milano (salvando con i soldi incassati una Benetton destinata all'epoca alla bancarotta sotto Natale), lo deve a Sale. E se oggi Alessandro Pajola è passato da bruttissimo anatroccolo preso di mira da tutti a segreto della vittoria virtussina, sapete a chi vanno i ringraziamenti.

Ogni professione però presenta dei profili di scarsa riconoscenza. Si spiega così l'idea della Virtus di chiudere il capitolo Djordjevic. La decisione in realtà è stata presa a dicembre quando l'esonero-lampo rientrò in virtù tanto di una palese cazzata comunicativa quanto di una totale assenza di alternative credibili. Dopo il flop della semifinale contro Kazan, in cui evidentemente i fautori ed autori della cacciata con retromarcia decembrina non aveva colto in toto il problema causato dall'infortunio accusato da Markovic alla caviglia, l'insopprimibile desiderio di liberarsi di un coach di personalità e non abituato a chinare il capo e dunque scomodo è tornato in auge. Lo scudetto poteva essere l'unica ancora di salvezza ma se è vero - ed è vero, purtroppo - che i contatti tra Vu Nere e l'entourage di Sergio Scariolo sono proseguiti nei playoff, significa che gli attestati di fiducia a tempo erano unicamente di facciata e l'unico aspetto reale era il conto alla rovescia verso la fine della stagione.

Sale Djordjevic se ne andrà dalla Virtus? Altamente probabile. E con lui saluterà anche Goran Bjedov, il silenzioso ma preziosissimo vice che otto anni fa di questi tempi vinceva un campionato di Promozione con una banda di ragazzini minorenni costituendo la base dell'attuale Treviso Basket. Scontato il divorzio tra Bologna e Stefan Markovic, pretoriano del coach, capofila della protesta di dicembre, nume tutelare di Pajola. Se sarà davvero Sergio Manolo Scariolo il prossimo head coach della Vu Nera, pur non dubitando del curriculum e del palmares del tecnico ispano-bresciano, temo che la Segafredo non compirà affatto l'auspicato passo in avanti. E non solo perché senza il duo serbo-croato in panchina parte dello zoccolo duro di questi due anni si sfalderà. Per capire il rischio che correrebbe la Virtus affidandosi a Scariolo è sufficiente osservare Ettore Messina e la sua parabola milanese. Affidarsi ad un allenatore che da parecchi anni non guida club europei ma è reduce da un robusto assistentato oltre Atlantico significa dover concedere una fase medio-lunga di assestamento a regole differenti di mercato, conduzione dello spogliatoio, programmazione del lavoro, diversa filosofia quotidiana. Milano questo rischio l'ha corso e nel primo anno di Messina ha balbettato, per poi rilanciarsi e ritornare in auge salvo incappare in errori mastodontici di gestione delle risorse psicofisiche. Ma Milano aveva e ha tuttora il vantaggio della certezza di una Eurolega per contratto, inattaccabile, da cui non può essere esclusa se non per impronosticabili motivi. La Virtus questa granitica certezza non ce l'ha e al massimo proverà ad elemosinare una wild card complice la paradossale implosione del Khimki. Affidare in toto club e team costruiti pazientemente in due anni ad un tecnico diverso e peraltro disabituato da sette stagioni alla vita in una società sportiva europea è un azzardo assoluto che può terminare in due modi: smentendo le fosche previsioni con successi tutti da immaginare o con un esonero dopo pochi mesi e progetto che stenta a decollare.

Dal mio piccolo, ringrazio Djordjevic per avermi fatto vedere un basket bello ed efficace, per le sue dichiarazioni mai banali, per l'abbraccio in Fiera a novembre 2019, per aver accettato una richiesta di 5 minuti di intervista al telefono nonostante fosse comprensibilmente distrutto dalla fatica. Sale è e resta un signore, con tutti i pregi ed i difetti che gli si possono riconoscere. Che vada a Kazan in Eurolega, che accetti di ricostruire il Partizan nuovamente sull'orlo del baratro, che (provocazione) chieda di fare il senior assistant in CSI o che rimanga fermo in attesa di un'altra sfida, non cambierà la mia opinione di lui e della qualità del suo lavoro. Come sempre, i fatti parlano e confermano.