lunedì 7 ottobre 2019

Tra il dire ed il fare...

Non ho davvero compreso la reale portata della rottura del rapporto tra David Blatt e l'Olympiacos Pireo. La versione ufficiale recita "rescissione consensuale del rapporto" ma i contorni della vicenda restano poco chiari. Spiego il perché: in estate Blatt annuncia al mondo di essere malato di sclerosi multipla, una malattia degenerativa autoimmune. Lo fa attraverso una lettera, pubblicata dal sito ufficiale di OAKA, in cui tra le altre cose si riafferma la volontà di ambo le parti, vale a dire il tecnico e la società, di proseguire il rapporto lavorativo. Bel gesto che consente al club pireota di raccogliere simpatie un po' ovunque - merce rara, specie dopo la pantomima primaverile che ha scaraventato i Reds nel secondo campionato greco.

Fin qui tutto bene ("L'Odio", gran film francese).
Poi arriva il banco di prova rappresentato dal debutto nella nuova regular season di Eurolega. Come prevedibile, l'Olympiacos viene rullato senza troppi complimenti dall'Asvel, quest'ultimo debuttante nell'attuale formula di EL, ed iniziano i malumori. Blatt lamenta percentuali ridicole dei suoi, dice chiaramente quel che pensa - è al contempo un suo pregio ed un suo limite. Leggendo tra le righe si capisce tutto: dove si crede di andare con una squadra che farà fatica ovunque, che punta a rifarsi in patria e poco altro? E qui si tocca il nocciolo della questione: qual è il vero motivo della retrocessione a tavolino dell'Oly? E perché ECA si è rimangiata il vecchio vincolo di competitività (la famosa formuletta che portò all'esclusione di Virtus, Fortitudo, Treviso e Roma in passato), salvando la presenza di una formazione che teoricamente sarebbe dovuta sparire dal radar?

Tempo due giorni e arriva la separazione tra le parti. Consensuale o brusca, non è ben chiaro quale delle due, specie se non si badano ai comunicati di facciata che augurano sempre i migliori futuri ma che spesso sono intrisi di ipocrisia. Il dubbio lo ha insinuato anche Sarunas Jasikevicius, un altro personaggio abituato più ai fatti che alle parole: non si caccia un allenatore per una sconfitta singola, né è corretto addebitare al tecnico tutte le ragioni di un fallimento annunciato. E qui torniamo ai precedenti interrogativi: Blatt si è dimesso, ha deciso di farsi da parte, è stato cacciato o cos'altro?

Pacifico che nessun club con una dirigenza nel pieno delle proprie facoltà intellettive ammetterebbe mai in pubblico e probabilmente nemmeno in privato di aver sollevato dall'incarico un allenatore colpito da una grave malattia. Sarebbe a livello mediatico una mazzata da cui non si potrebbe recuperare in alcun modo. Così come la storiella degli arbitraggi pro-PAO nei playoff con conseguente decisione di non scendere in campo e conseguente retrocessione a tavolino è come il pesce marcio: puzza dalla testa. L'affaire di famiglia interno agli Angelopoulos è lungi dall'essere risolto e più d'uno ha adombrato il sospetto di permanenze locali tra i giocatori (l'eterno Spanoulis ma anche Printezis) dettate più dalla volontà di provare a recuperare un'annata di stipendi promessi e mai intascati che dal reale amore per la maglia. Insomma: si digerisce a viva forza l'A2 sperando di vedere qualche euro nel conto corrente. Lo stesso Blatt in estate era offerto sul mercato degli allenatori e si era fatto il suo nome anche per Milano prima dell'accordo con Ettore Messina. Tutto tace sul fronte societario anche se in Grecia sono tanti a mormorare e dalle parti del Pireo il brusio comincia a diventare una costante.

Al posto di David Blatt per il momento si è insediato il suo fedelissimo vice Kestutis Kemzura. Bravo, preparato ma non un leader assoluto. Un ottimo assistente, questo sì. E difficilmente resterà in sella tutta la stagione. Chissà chi prenderà la patata bollente pireota, sperando ovviamente di non ustionarsi. Nel frattempo faccio a David i miei auguri per la sua battaglia personale contro il male. E spero che ECA, così attenta ai dettagli, trovi del tempo per risolvere l'equivoco di una squadra di A2 sì infarcita di vecchie glorie e di qualche apprezzabile straniero, ma impresentabile al gran ballo continentale.


giovedì 3 ottobre 2019

Ricchezza e povertà

Il campionato LBA ha avviato la stagione 2019/20 da più di una settimana. A far notizia finora, almeno sui campi di gara, gli exploit di qualche outsider, alcuni scivoloni a sorpresa, le prestazioni di singoli selezionati. Ma sono argomenti che non mi interessano, almeno in questa sede. Voglio offrire invece uno sguardo d'insieme al campionato.

Osservando lo stato dell'arte della pallacanestro professionistica d'Italia, non possiamo certo parlare di ritorno all'età aurea. Per quanto i recenti ingaggi dei vicecampioni mondiali Luis Scola e Marcos Delia da parte rispettivamente di Olimpia Milano e Virtus Bologna - neanche a dirlo, le vere favorite per lo scudetto, con buona pace di tutte le altre - abbiano scosso il panorama generale, con lieve scossa tellurica in quel di Trento per il rientro in Italia dell'eterno incompiuto Ale Gentile, i tempi delle guerre stellari sono tramontati e consegnati ai libri di storia della pallacanestro nostrana. I miliardi di allora ed i milioni di oggi sono mossi da pochissimi mecenati, merce davvero pregiata che va esaurendosi, imprenditori mossi dalla passione ma soprattutto da interessi slegati allo sport. La stragrande maggioranza delle società è gestita con budget che un tempo avremmo definito medio-piccoli, con forme consortili piuttosto che di azionariato diffuso. Alcune funzionano, altre arrancano.

Questo si traduce in una segmentazione del livello competitivo del campionato. Sono tramontati i tempi in cui il Pool di Varese poteva concorrere allo scudetto con una squadra di scommesse, prestiti, sottovalutati, scartati, pagati tutti il giusto (o pagati da altri), mentre una Pesaro del magnate (vero) Valter Scavolini retrocedeva in A2 a dispetto di stipendi faraonici e risaliva successivamente pagando a carissimo prezzo una stagione fallimentare in cadetteria, acquisto dell'indebitata Gorizia compreso. Oggi chi può permettersi cifre iperboliche non bada a spese, a cominciare dalla panchina e dirigenza per poi proseguire con la squadra: se Milano ingaggia Scola e prima ancora Rodriguez, se la Virtus si permette Delia ed in estate Teodosic, è anche perché i rispettivi front office hanno lavorato sodo per comporre un progetto. Costoso sì, ma con una logica definita.

Chi può ambire ad insidiare le posizioni di testa, lo fa o per superiore disponibilità economica rispetto alla media (Venezia, forte anche di un gruppo collaudato ed implementato di conseguenza) o per solida capacità programmatica (Trento, Sassari). Alle altre resta la scommessa singola o la fiducia ad un allenatore di lungo corso. La stessa Dolomiti Energia ha costruito le sue fortune sulla lunghissima era Buscaglia, terminata la scorsa estate ma contraddistinta da salite e risalite, dalla B2 all'Eurocup, facendo crescere giocatori e consentendo una maturazione del club. Il rischio di fallire l'obiettivo e di ritrovarsi invischiati in lotte salvezza è comunque dietro l'angolo. Così come è sempre presente lo spettro dello sponsor insolvente o del presunto magnate che improvvisamente alza bandiera bianca chiedendo ad altri di coprire i propri impegni. Senza parlare degli eccessi visti e rivisti, amministratori dalle mani bucate o frodatori del fisco.

Il campionato è partito con un numero dispari di squadre e terminerà con un numero dispari di squadre. Giannino er laziale si è pronunciato chiaramente: l'anomalia a 17 è figlia, secondo lui, dell'apertura all'A2. Vagli a spiegare che aver partorito una seconda serie a 32 (ora a 28) è e resta una mostruosità al pari di un torneo pro con una sola retrocessione. E vagli sempre a spiegare che con qualche controllo in più forse non sarebbe stato necessario estromettere squadre in corsa tra A, A2 e B, né rifiutare iscrizioni in estate, trovando dunque un punto di equilibrio. L'ultimo precedente di una Serie A con 17 iscritte risaliva al 2011/12: altro pasticcio federale, una norma (la wild card, subito tolta) scritta in maniera pedestre che spalancava le porte ai ricorsi. All'epoca si risolse tutto grazie ai guai altrui - segnatamente, il mancato passaggio di consegne tra Benetton e Consorzio Universo con rinuncia del primo soggetto all'iscrizione ed impervia strada dell'articolo 148. C'è da scommettere che a primavera inoltrata matrigna FIP farà le pulci ai conti delle squadre meno solide finanziariamente per scoprire una nuova Caserta, Torino ed Avellino. Però ricordate: il movimento è in salute. 

venerdì 27 settembre 2019

La scommessa (vinta) di Giovanni Favaro

Per una volta non parliamo di aspetti tecnici o agonistici. Parliamo di organizzazione. Quindi rivolgo un plauso sincero al direttore generale di Treviso Basket Giovanni Favaro. Devo anche spiegarvi perché? 

Guardate la foto, sintesi di un Palaverde pieno come un uovo, come era stato nelle scorse finali promozione di A2 ed in poche altre occasioni. Scontato? Non direi, viste le tante polemiche attorno. Perché oltre alla questione parcheggi, stucchevole e ripresa in maniera abbastanza fuori luogo da un quotidiano locale oggi, c'era il problema di fondo del match fuori abbonamento.

Qualcuno può esserselo dimenticato ma la partita contro Milano era stata esclusa dalle tessere stagionali e l'annuncio, rilasciato alcuni mesi fa, aveva fatto subito discutere. Giusta o sbagliata, la decisione aveva scatenato la solita ridda di voci ed il consueto rumore di sottofondo, il brusio o brontolio, tipico del trevigiano medio. Accuse di voler speculare, di voler far cassa, di non rispettare gli abbonati. E lo spettro di offrire una cornice non del tutto degna all'occasione, cioè il gran debutto in Serie A - o, se si preferisce, il ritorno della piazza di Treviso nel massimo campionato.

Invece ieri sera in quel meraviglioso catino che è il Palaverde non avanzava spazio nemmeno per uno spillo. Gente in piedi, gente seduta sulle scale, tutti impegnati a gustarsi lo spettacolo della Serie A ed a sostenere dagli spalti. La scommessa si è rivelata vincente.

Tutto bene? Non proprio. E non mi riferisco alla partita. Si può ancora crescere e migliorare. Il presidente Vazzoler auspicava ieri sera che il ruggito del pubblico trevigiano, quello udito nelle finali contro Capo d'Orlando e che aveva stupito tutti lo scorso giugno, diventasse una costante. Ecco, quel ruggito va recuperato. Il successo della stagione di Treviso Basket passerà anche per questi dettagli.

venerdì 6 settembre 2019

Oh Romeo, Romeo...!

...perché non sarai più tu il commissario tecnico dell'ItalBasket, Romeo?

Perdonate la licenza teatrale ma già prima della partenza della carovana azzurra per l'Oriente era risaputo del rischio corso dalla guida tecnica del convoglio. Risultato buono (traduzione: ingresso nelle migliori otto) oppure tanti saluti ed arrivederci. Con nome di rincalzo già pronto. Ed è un nome che ricalca in buona sostanza la tipologia schizofrenica delle scelte federali in almeno tre casi negli ultimi dieci anni.

Sacchetti pagherà caro, pagherà tutto. Colpe ne ha, intendiamoci, ma non è il solo. Le sue responsabilità sono da ricercare in un gioco troppo prevedibile per essere efficace sul lungo periodo - rotazione ossessiva per il ricciolo o lo scarico sul perimetro - e su alcune scelte in fase di selezione preliminare, per quanto condizionate da fattori esterni. Certo, non è colpa di Sacchetti l'improvvisa indisponibilità di Melli che ha privilegiato il sogno NBA (capitolo su cui tornerò più avanti), né l'ormai evidente assenza di lunghi di ruolo spendibili in ambito internazionale.

I pochi sostenitori di Pietro Aradori forse staranno gongolando, pensando che se il loro beniamino fosse rimasto in gruppo forse qualcosa sarebbe cambiato. Forse. Magari. Ma quello è un discorso anche caratteriale ed è indubbio che a volte un CT voglia dare un segnale forte allo spogliatoio facendo capire che il posto non è garantito a nessuno. La questione del figlio, giocatore che peraltro non mi è mai piaciuto, non la voglio nemmeno toccare: si sono sprecati fiumi di inchiostro per negare un nepotismo mai esistito e paventato da ignoranti della materia. Brian Sacchetti è ed è sempre stato un'ala perimetrale con poco talento, tanta voglia di difendere duro (a volte troppo) ed un pizzico di ignoranza cestistica: in un gruppo fortemente operaio aveva una sua logica. La sua colpa non è stata essere figlio dell'allenatore ma essere l'ennesimo doppione di ruolo di un roster carente di centimetri, di gioco in post basso e spalle a canestro ma fin troppo ricco di tiratori e di elementi involuti.

Abbiamo troppe guardie, troppe ali. Pochi play, e quei pochi suddivisi tra equivoci, giocatori a volte scartati e poi ripescati, ibridi. Quasi nessun centro: per il Paese che ha sfornato Dino Meneghin, il povero Ciano Vendemini, Arione Costa e la coppia Marconato-Chiacig, sembra una bestemmia. E qui iniziano i veri mali del nostro basket. Perché la produzione del ruolo si è assottigliata, perché oggi in Nazionale vanno un Biligha paurosamente deficitario di centimetri che non sempre può compensare con la grinta o un Tessitori che a 25 anni è digiuno di basket di alto livello e paga l'ingenuità - a casa resta Cervi che somiglia sempre più ad un caso di centimetri rubati al volley. Il discorso è complesso, parte dalla mancanza di progettualità, da istruttori che non vedono riconosciuti i loro meriti e dopo un po' si stufano e lasciano perdere, da società che vedono nei settori giovanili un costo obbligatorio e non una vera risorsa; si passa poi a regolamenti del piffero, iper-protezionistici per i panda nostrani che passano 2-3 anni a fare panchina senza giocare perché Under e che poi si trovano la strada sbarrata dall'americano di turno che dura (se va bene) una stagione, perché ingaggiare un USA&getta costa sì e no 120mila-150mila dollari più tasse a stagione, mentre un giovane da crescere richiede un investimento costante per 4-5-6 anni, col rischio di sbagliare qualcosa e dover rinunciare. Ed infine c'è matrigna FIP che il risultato lo vuole, eccome se lo vuole, ed il premio di risultato alias NAS lo ha imposto uccidendo il sistema, già malato tra l'altro, ché i vivai non sono certo rinati né gli allenatori che lavorano con i giovani e li fanno maturare vengono premiati con contratti più remunerativi o possibilità reali di carriera.

Immagino la faccia di Giannino er laziale qualora dovesse leggere queste mie righe. Sarebbe identica al dottor Eldon Tyrell (Joe Turkel) di "Blade Runner": "Tutto questo è accademia!". Sì, certo, può darsi. Ma è anche accademia, dannosa peraltro, naturalizzare l'ennesimo 3-4 ininfluente ad altissimo livello invece di tappare la falla in area cercando qualcosa di meglio in un ruolo scoperto. Perché Jeff Brooks, altra scelta discutibile a più livelli, non pare aver fatto compiere il salto di qualità ad un gruppo quasi a fine corsa. Appare qui paradossale come l'ultimo naturalizzato davvero utile alla causa sia stato Nikola Radulovic, uno scarto della Croazia, un giocatore sbocciato a 28 anni grazie al matrimonio con la figlia della compianta Mirja Poljo. Eppure Radulovic fu davvero la panacea ad un male passeggero, la mancanza temporanea di un'ala pura con centimetri e tiro da fuori: una lacuna che ad inizio anni 2000 era evidente e che poi si è colmata ottimamente. Ma all'epoca si pensò giustamente in funzione del problema immediato, confidando in sviluppi positivi per quel che sarebbe stato in seguito.

Ecco, bisognerebbe iniziare a ragionare sul futuro. Che non è soltanto il Preolimpico, obiettivo minimo centrato grazie alla ridicolaggine delle Filippine ed all'inadeguatezza dell'Angola. Il futuro significa la squadra che verrà e che dovrà essere per forza di cose rivoluzionata. Belinelli ha 33 anni, Datome e Hackett 32 (Daniel a fine 2019), Gallinari 31 come Aradori. Bargnani, che ne avrebbe 34 tra poco, è sparito dal radar tre anni fa. In parole povere la generazione NBA, quella del salto di qualità, ha fallito. La Nazionale andrà ricostruita su Della Valle, doppione tra l'altro di Belinelli che in questo Mondiale è tornato ad essere lo #SDENG! di dieci anni fa, confermando la parabola discendente di carriera in azzurro; con lui, si potrebbe riprendere il discorso con Biligha e Tessitori, a patto che possano compiere l'ultimo balzo in avanti. Ci sono Mussini e Moretti che spingono per avere spazio (il secondo sta dimostrando di poter davvero far qualcosa di buono). C'è Fantinelli che è alla prova decisiva della carriera. C'è Tonut che merita maggiore considerazione. C'è Gaspardo che potrebbe ricevere l'ultima chance. C'è Flaccadori cui l'estero potrebbe far bene. Bisogna capire cosa ne sarà di Melli. Ed occorrerà ragionare appunto sui senatori attuali, a costo di fare altre scelte impopolari. La Francia diventò una Nazionale credibile quando rinunciò a far ragionare tatticamente Tariq Abdul Wahad, non convocandolo più: forse sarebbe il caso di imitare tale decisione, smettendo di illuderci che Gallinari possa sempre cavare il coniglio dal cilindro o che a Belinelli e Gentile si riapra la vena giusta.

Torniamo al titolo. Romeo Sacchetti quasi sicuramente saluterà tutti al rientro in patria. Al suo posto dovrebbe accomodarsi WDR alias Ovosodo: una personalità difficile, un altro innamorato del tiro da 3 (e ridajela...) col pregio di avere la capacità di riuscire, talvolta, a trovare il giusto mezzo in situazioni tattiche complesse rese ancor più difficili dall'ego dei giocatori. Ma il livornese non sarà la panacea di tutti i mali. In primis perché lavorerà part-time per la Federazione e già questo è un grosso problema. In secundis perché erediterà una Nazionale da svecchiare ma priva già ora di lunghi autentici e con qualche giocatore che non lo ama (qualcuno ha detto Biligha?). Infine perché la Nazionale non è il club in cui si è protetti ed assecondati in tutto ma richiede notevole capacità politica e diplomatica per conciliare aspettative, obiettivi, richieste, possibilità e risorse a disposizione. E la Federazione, dopo l'addio a Recalcati, ha troppe volte cavalcato la tigre del successo del momento pensando che l'allenatore in auge (Pianigiani, Sacchetti) avesse la bacchetta magica. Così non è, dunque... Auguri!

mercoledì 19 giugno 2019

Da zero a dieci, passando per A2

Chiudiamo una stagione affatto banale con le pagelle, anche se un pelino fuori ordinanza.

Voto 10 e lode alla scaramanzia di coach Max Menetti. Lino Banfi, vedendolo, potrebbe prenderlo a modello per una remake di "Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio" o di un altro classico quale "L'Esorciccio". Il sale, la benedizione a borraccia, le scarpe, la pizza prima di una partita importante, l'aggiustata alla cravatta... e ce ne sarebbero ancora parecchie da raccontare.

Voto 10 alla faccia di bronzo di David Logan alias l'uomo che sorride di rado. Arriva, gioca in ciabatte, vince la Coppa. Poi prende ritmo ma si fa male (poco). Sta fermo, rientra piano, gioca nuovamente in ciabatte, due accelerazioni e rivince. Nel mezzo, incassa i premi previsti. Sempre senza battere ciglio.

Voto 9 ai ragazzini terribili di Capo d'Orlando. E quando cappero gli ricapita di giocare una finale di A2 da protagonisti? Intanto hanno dimostrato che gli Under non servono solo a far numero ma possono tenere il campo: società assortite, prendete nota.

Voto 8 ad Andrea Pecchia. Che assomiglia sempre di più al più vecchio dei Cinciarini, sia nel modo di giocare che per gli attributi abbondantemente portati a spasso sul parquet. Merito anche di Adriano Vertemati, è chiaro, ma la personalità non si insegna, al massimo si forgia. E per farlo occorre sbattere il naso qualche volta. Bravo lui che l'ha capito.

Voto 7 agli speaker professionali che svolgono un onesto mestiere senza eccedere in protagonismi. Perché il pubblico ha bisogno di tutto fuorché di essere aizzato da qualcuno che al tavolo dovrebbe soltanto dare le informazioni di gioco. Bravi loro.

Voto 6 alle intemerate di Pedrollo sr. e di Pedone che ravvivano l'atmosfera prima, durante e dopo l'uscita dal gioco delle rispettive squadre. Con l'augurio che l'anno prossimo tocchi a Verona ed Udine salire in Serie A.

Voto 5 a chi ha collocato nei calendari la Final Four di B (comunque un obbrobrio che scomparirà con somma gioia di tutti) nel bel mezzo della serie di finale di A2, obbligando lo staff LNP a fare i salti mortali, stante l'assenza di teletrasporto e l'impossibilità di essere ovunque.

Voto 4 a Sportitalia, ormai Calcioitalia: nella sera di gara3 di finale riduce al minimo indispensabile il tempo a disposizione per dare spazio alle solite chiacchiere vuote e fumose della consueta pedata. Come prendere a calci la passione di migliaia di spettatori.

Voto 3 ai palasport italiani, in larga parte vecchi, malmessi, in qualche caso nemmeno in muratura e soprattutto sprovvisti di aria condizionata. Se il meteo ha regalato un maggio tutto sommato fresco per giocare, le settimane di giugno sono state un vero inferno. Possibile che non si possa far nulla?

Voto 2 alle dichiarazioni inappropriate di Giannino er laziale. Anni fa propugnava le grandi piazze... poi Napoli e Torino sono saltate. Ora ha benedetto in fin troppo largo anticipo il ritorno ad alto livello delle città storiche: tra Treviso, Bologna e Roma in quanti stanno controllando scaramanticamente la consistenza del proprio scroto?

Voto 1 agli arbitri di A2. Che il secondo campionato nazionale abbia dei fischietti spesso inadeguati e talvolta imbarazzanti o impresentabili non è concepibile. Il colmo si è toccato con Masi, direttore di gara fiorentino: per comportamento, largamente il peggiore ed un pessimo spot per la categoria.

Voto 0 ad un preciso quotidiano locale. Che in 8 mesi ha alternato una dozzina abbondante di firme differenti per lo stesso argomento, talvolta lasciando interdetto il lettore, privo di punti di riferimento. Una gestione gattopardesca: "cambiare tutto affinché nulla cambi". Nunzio Filogamo ringrazia.

lunedì 29 aprile 2019

Tanto tuonò che...

Torino è fuori da LBA. Un potenziale titolo ad effetto, forse un pelino fuorviante per l'uomo della strada abituato a leggere più le locandine dei quotidiani che un articolo circostanziato ed accompagnato da ragionamenti e dati. Quindi, spieghiamo: Auxilium Torino è stata esclusa dal consesso dei soci della Lega Basket Serie A. Il club gialloblu è stato espulso dall'associazione delle società partecipanti al massimo campionato nazionale di pallacanestro.

Attenzione: la squadra partecipa ancora regolarmente al campionato in corso. La cacciata della società da LBA non comporta certo l'immediata esclusione dalla competizione sportiva. Fino al termine della stagione regolare Torino scenderà in campo. Poi si aprirà una lunga parentesi punteggiata da interrogativi legati al futuro.

Non si può parlare di fulmine a ciel sereno. Se ne era parlato anche in questo blog qualche giorno fa quando giunse la notizia del presunto salvagente russo targato Dmitry e proveniente da Cipro. Più che un canotto di salvataggio a quasi tutti l'iniziativa di Gerasimenko è parsa la classica ciambella avvelenata: buona ed utile a saziare nell'immediato l'appetito, ma guasta e destinata da provocare una colica in breve tempo. O un'occlusione intestinale.

Consentire ad un personaggio quale il presunto magnate dell'acciaio di rientrare dalla finestra nella pallacanestro nostrana dopo i disastri combinati a Cantù era follia pura. Oppure la classica soluzione disperata di una dirigenza priva di alternative credibili. O ancora, il metodo ideale per chiudere una situazione debitoria pesantissima senza onorare i pregressi e scaricando il peso morto sulle spalle di un colpevole ideale.

Torino rischia grosso. E non solo a causa del latitante alloggiato sotto il Pentadattilo. L'espulsione da LBA apre il conto alla rovescia in casa Auxilium. Ci sono 31 giorni di tempo per rinnovare l'iscrizione a FIP (fattibile). Sono invece 47 (brutto numero per chi crede nella Smorfia) i giorni a disposizione per rientrare in LBA: per riuscirci però occorre un cambio al vertice, il subentro di uno o più soci che possano rilevare le quote di Gerasimenko che ad oggi è l'azionista di maggioranza con il 60%. Oppure una massiccia ricapitalizzazione che faccia scendere in maniera decisiva l'incidenza del russo, relegandolo in un angolo. Senza queste premesse, la Lega non consentirà mai all'Auxilium il reingresso. E senza il placet dell'assemblea dei club, FIP non potrà ratificare il diritto dei gialloblu a restare in A.

A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Massima non mia ma di quel volpone ciociaro che rispondeva al nome e cognome di Giulio Andreotti. Ebbene, la pedata nel deretano torinese è arrivata a stretto giro di posta dalle dichiarazioni di Bianchi e Petrucci di una decina di giorni fa, quando si sparse la voce riguardo un possibile ingresso di Gerasimenko nell'Auxilium. Che dunque ha costituito il pretesto ideale per togliere la seggiola sotto il sedere del club della Mole in una particolare riedizione del giochino musicale. Appena lo stereo ha iniziato a suonare "Kalinka", tutti hanno capito chi sarebbe rimasto in piedi, fregato. E puntualmente ecco l'esclusione, propedeutica ad una riduzione già auspicata ed invocata del numero di squadre in A.

L'espansione a 18 ancora non è realtà e già rischia di diventare a 17, dunque. Sempre che entro il prossimo luglio la ComTeC non muova qualche rilievo ad un'altra tra le realtà in bilico, annullando lo spettro di un campionato dispari - ultima volta nel 2011/12 con il pasticcio della wild card tra Teramo e Venezia. Sarà una primavera interessante, in attesa di un'estate calda, almeno sul fronte delle carte bollate.

mercoledì 24 aprile 2019

Insalata russa con sorpresa

Dal sole asciutto di Cipro all'umida Torino: cinque ore e mezza di volo, comode e con tutti i comfort. Il biglietto? Mezzo milione di euro, offre zio Dmitry. Non stupitevi, lettori del blog: ormai non c'è più nulla di autentico (Controllo, "La Talpa"), nemmeno la sincerità. Così Gerasimenko, disarcionato da Cantù ed inseguito da mandati di arresto per bancarotta ed appropriazione indebita, rientra in gioco con una robusta iniezione di denaro per la moribonda Auxilium in cambio di un sostanzioso pacchetto azionario.

Un vecchio collega insegnava che nel giornalismo le domande importanti sono due. La prima, perché introduce l'argomento. E la seconda, perché inchioda l'intervistato mendace, reticente o che pensa di poter addomesticare il suo interlocutore. In questa vicenda, gli interrogativi abbondano. Alcuni, almeno a me, paiono retorici, ma proverò ugualmente a seguire la regola aurea per fare un po' di chiarezza sulla vicenda che si sta sviluppando.

Partiamo dalla prima domanda. Perché cercare Gerasimenko? Facile supporre che il presunto magnate in esilio rappresenti l'unica ancora di salvataggio per quel Titanic di debiti che si chiama Torino. Con buona pace di chi si illudeva che la sponsorizzazione Fiat potesse essere la panacea di ogni male. Ciò significa che la situazione è disperata, che nessuno è disposto ad investire (recte: buttare) soldi nel buco nero gialloblu, che i bilanci sono affossati da passivi quasi insostenibili. Altrimenti per quale motivo in questi due mesi di appelli da parte dell'ambiente piemontese non ci sarebbero state risposte concrete, al di là della buona volontà di Terzolo di offrire il suo progetto giovanile a supporto? Il passivo dunque è importante ed è comprensibile che non ci sia interesse a ripianare. E qui entra in gioco l'alternativa del diavolo, i soldi di zio Dmitry. Che indubbiamente non si è stufato del giochino, visto che si è dichiarato disponibile a dare una mano. E che probabilmente ha ancora qualcosina da parte, dopo che in patria la magistratura gli ha fatto terra bruciata.

Allora passiamo alla seconda domanda. Cosa comporta Gerasimenko? Affidare buona parte del pacchetto societario ad un latitante con precedenti gestionali affatto edificanti proprio nel basket non sembra certo un'idea da cavalcare. In fondo, Gerasimenko fa rima con la chiusura del Krasnji Oktjabr' Volgograd, spolpato sino all'osso, e con la crisi prolungata di Cantù, risolta in extremis da un gruppo di imprenditori locali quando la pietra tombale stava per calare definitivamente. Non un bel biglietto da visita. A Torino zio Dmitry avrebbe chiesto il posto di general manager ed anche questo è un dettaglio che dovrebbe far riflettere: quella poltrona garantisce ampia discrezionalità ed enorme margine di manovra in ogni ambito, non solo agonistico ma prima di tutto finanziario.

Ma sopra ogni cosa ci sono Mamma FIP e Zia LBA. Vale a dire due entità che per ora si limitano ad osservare ma che sono pronte ad intervenire con una sola finalità: tagliare il ramo secco. Non è un mistero che Federazione e Lega muoiano dalla voglia di cancellare in tutta fretta l'espansione a 18 richiesta a gran voce per tre anni da LNP ed alla fine ingoiata a viva forza da tutti, club di Serie A in primis. Una sparizione farebbe comodo per accelerare i tempi. E fornirebbe pure il pretesto per spulciare altri conti di soggetti a rischio - Trieste? Avellino? La neopromossa Roma che rischia di essere azzoppata dalle vicende personali di patron Toti? - e sfoltire ulteriormente la rosa delle partecipanti al prossimo massimo campionato, senza abbandonarsi a ripescaggi. Da 18 a 16 in un battito di ciglia. O in una seduta di Consiglio Federale, chiamato a deliberare l'ammissione ai prossimi campionati e che potrebbe con le giuste motivazioni escludere qualche avente diritto. E qui, spiace dirlo, Torino può davvero tremare: il faro resta acceso, Dmitry o non Dmitry. Parola di Giannino er laziale.

L'insalata russa che si sta apparecchiando rischia davvero di essere indigesta. Proprio quando pareva spuntare un raggio di sole, con l'idea di trasformare il titolo sportivo delle società dilettantistiche in un asset cedibile a terzi senza costringere l'acquirente a farsi carico dei debiti. La maionese montata sotto la Mole potrebbe nascondere insidie tossiche per LBA e per il movimento, rovinando l'appetito dei tifosi e chiudendo lo stomaco degli investitori. Mentre l'unica riforma davvero necessaria, quella della Legge 91, resta ancora un'utopia invocata da alcuni e disattesa dai più che si accontentano dei lustrini di una Serie A che fatica comunque a decollare e che attende il ritorno delle piazze tradizionali come un Messia che distribuisca pani e pesci. Chi si accontenta gode, dicono. Evidentemente c'è chi riesce a saziarsi anche con poche briciole.